Concedetemi il titolo enfatico a questo pezzo. C’era uno scrittore austriaco e di nome faceva Peter Altenberg. Sosteneva un concetto meraviglioso che amo spesso ricordare e qui mi pare proprio pertinente:

“Dovrebbe essere possibile far nascere dalle «piccolezze» una sinfonia dell’esistenza quotidiana! Non aspettate i grandi eventi! Anche il più piccolo avvenimento è un grande evento! Le piccolezze della vita sono per noi sostitutive dei «grandi eventi». In ciò sta il loro valore, purché lo si comprenda! “ 

Il quartiere di Campocroce è un territorio complesso nella sua apparente semplicità; vive le stesse contraddizioni di una città più ampia, si ripercuotono le stesse logiche divisive che contraddistinguono il resto della regione: le opinioni politiche in conflitto, l’insicurezza per il futuro, la generazione dei capelli grigi o bianchi che fatica a dialogare con i ragazzi e la perdita di identità, anche perché mancano le occasioni di reciproca frequentazione tra la popolazione.

Persino la chiesa rimane chiusa praticamente sei giorni su sette per carenza di personale e dunque i servizi parrocchiali si limitano alla Messa. Rari eventi mantengono in vita un’idea di società coesa: la sagra, per qualche giorno di luglio. E qualche sporadico evento di ricorrenza all’aperto nella piazzetta. Di continuativo resta solo lo sport nella bella palestra e il divertimento libero dei ragazzi negli spazi esterni. Il campo da calcio regolamentare è dato in gestione ad una squadra di fuori ed è praticamente precluso.

Non è sempre stato così. Ricordo anni in cui una schiera nutrita di giovani si era distinta e faceva vivere con gioia la comunità in una continua presenza anche culturale: il cineforum, l’assistenza alle ospiti disabili del Piccolo rifugio. Il teatro, i campeggi, l’ideazione della sagra e via discorrendo… I primi consigli di quartiere partecipati: avevano reali poteri e interloquivano con una certa frequenza con la popolazione. Tutto tritato nella macina del tempo.

Ma sabato scorso è accaduto uno di quei fatti straordinari, nella sua semplicità, a cui accennavo all’inizio. Alla Filanda Motta, di fatto l’unico spazio occasionale pubblico rimasto (per la bonomia filantropica del proprietario Ugo Franco) si è compiuto un piccolo miracolo: GLI AMICI IN FESTA.

Così si è intitolata la serata, aperta a tutta la popolazione. L’occasione è stata offerta dal desiderio di raccogliere dei fondi per la ricerca sulla Distrofia di Duchenne, una variante della Distrofia muscolare. Malattia rara che fatica a trovare finanziamenti, secondo la logica che gli investimenti della ricerca si convogliano dove più promettente è il mercato. Lo affermo come constatazione e senza intento polemico, anche se l’istinto mi suggerirebbe di gridare che non è giusto, che i 300.000 colpiti ogni anno nel mondo sono 300.000 vite, una per una con un nome e cognome: non sono solo lo 0,05 della popolazione in attesa di una cura salvavita.  In questa specie di roulette russa del destino, anche a Campocroce è capitato un caso.

La serata di sabato ha permesso di saggiare la pasta di cui è fatta la gente. Liberata dall’inquinamento psicologico, che talvolta ne condiziona gli atteggiamenti, in fondo è buona e generosa. A domanda, risponde: un gruppo eterogeneo per età si è messo in movimento per l’organizzazione e ad invitare amici, conoscenti con un passaparola efficace. Oltre 200 persone sono state così coinvolte in un’atmosfera festosa e conviviale. La discrezione degli organizzatori ha scelto con sapiente regia di evitare che la serata fosse emotivamente compromessa dallo scopo benefico prefisso. Così per GLI AMICI IN FESTA sono accorse tante famiglie intere di Campocroce e quelle di fuori, gli amici e gli amici degli amici.

Consolante e raro veder scendere in pista da ballo persone di tutte le età, finalmente insieme, mescolate nel ritmi trascinanti dalla band sorniona dei Crossfield.

Ad un certo momento nella sala è entrata con discrezione, abbassate le luci troppo sfacciate, la Bellezza: le giovani sei danzatrici del gruppo Almas Jadid (Nuovo diamante) condotte dalla maestra Zahira hanno fatto palpitare. L’atmosfera della sala affollata si è dissolta magicamente, tramutata nel luogo mitico di Sheherazade, dove la leggerezza sensuale dei corpi ha sospeso il tempo in un altrove orientale affascinante e inedito. Almeno per una sera, riposti i crucci e le congestioni quotidiane, la comunità ha messo le ali.

Roberto Masiero
Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta e Dragan l’imperdonabile.

1 COMMENT

  1. Grazie Roberto, testo significativo di una realtà quotidiana. Dobbiamo imparare a mettere le ali ogni giorno!
    Concetta Murè

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