Esistono momenti nella vita di una società nei quali la gente rinuncia alla prudenza e dice basta: basta a porgere cristianamente l’altra guancia. E sono i pugni o le armi a imporsi.

L’Italia è un paese ricco di contraddizioni, ma in fondo è il territorio di un popolo pacifico. Un paese che talvolta è preda di mestatori capaci. Lo spiegava bene Gustave Le Bon, nel suo trattato Psychologie des foules (Psicologia delle folle- 1895) in cui evidenzia alcuni nuclei concettuali della psicologia sociale.

In determinate circostanze un agglomerato di uomini possiede caratteristiche nuove, ben diverse da quelle dei singoli individui che lo compongono: la responsabilità individuale di tutti si orienta alla medesima direzione. Si forma così una specie di anima collettiva, magari transitoria. Anche un popolo diventa allora una specie di folla organizzata. Un orientamento comune rivolto spesso al bene, ma non infrequentemente al male: banalmente pensiamo alla follia negli stadi, dove i tifosi si accoppano per la bandiera di una squadra.

Una leva potentissima è la suggestionabilità, dove l’appartenenza diviene sentimento di una potenza invincibile e il senso di responsabilità scompare. Il contagio della suggestione fa sì che l’individuo cada “in uno stato particolare, assai simile allo stato di fascinazione dell’ipnotizzato nelle mani dell’ipnotizzatore”.

Le scienze moderne applicate alla politica hanno scoperto la potenza subdola della propaganda. Lavorando con pazienza nel ripetere concetti che fanno leva sulla paura, l’insicurezza, il senso di isolamento che attanaglia gli individui, certi politici hanno costruito un ponte verso l’assoggettamento a certi pensieri dominanti e ossessivi.  Sostengono Anthony R. Pratkanis ed Elliot Aronson, nella Psicologia delle comunicazioni di massa (1996), che la propaganda è comunicazione di un particolare punto di vista, con l’obiettivo di far sì che il destinatario del messaggio giunga ad accettare “volontariamente” questa posizione, come se fosse la propria.

E citando quel mostro lucido che fu Hitler e il suo Mein Kampf rilevo che, a riguardo della propaganda efficace sosteneva:” … i suoi effetti devono sempre essere rivolti al sentimento, e solo limitatamente alla cosiddetta ragione. …la prudenza di evitare qualsiasi presupposto spiritualmente troppo elevato non sarà mai abbastanza grande. (…) La ricettività della grande massa è molto limitata, la sua intelligenza mediocre, e grande la sua smemoratezza. Da ciò ne segue che una propaganda efficace deve limitarsi a pochissimi punti, ma questi deve poi ribatterli continuamente, finché anche i più tapini siano capaci di raffigurarsi, mediante quelle parole implacabilmente ripetute, i concetti che si voleva restassero loro impressi”.

Naturalmente la propaganda di per se stessa non è necessariamente un pericolo: pericolosa è la lucidità con cui qualcuno, per fini discutibili, compie dei passi coerenti e finalizzati verso un obiettivo personale che talvolta coinvolge anche tragicamente i destini di una nazione intera.

Meschino è stato l’obiettivo di Hamas: mettere in condizione Israele di reagire ad una mattanza crudele e ingiustificata. Sapendo che gli israeliani vivono con terrore la possibilità di veder distrutto il proprio stato, i dirigenti di Hamas hanno calcolato benissimo che sarebbe seguita una risposta da parte opposta, creando le premesse per fare terra bruciata ai consensi verso l’odiato Israele: colpevole di usare – come conseguenza automatica- le armi crudeli della guerra (i dannati bombardamenti che coinvolgono la popolazione civile).

Non è il caso di continuare con le citazioni. Il momento attuale si conforma fin troppo a far sì che qualcuno dei nostri piccoli uomini politici si comporti da opportunista. Questa guerra tra Isrlaele ed Hamas è un aiuto insperato anche per chi tenta di far risalire i consensi di un partito in forte caduta di consensi. Il fine giustifica i mezzi, diceva quel maledetto toscano.

Così Salvini ha provato e spesso è riuscito a convincere che le migrazioni – ad esempio – lungi dal rappresentare un’opportunità per il nostro vecchio paese sterile, costituiscono un pericolo. Varrebbe la pena che si riguardasse quel film comico: “Cose dell’altro mondo”.

Adesso che di migrazioni si parla troppo poco, perché la gran cassa mediatica si è spostata sulle guerre, prima quella in Ucraina ed ora in Palestina, il nostro ha avuto una splendida pensata. Si è inventato di trasformare la prossima data sacra del 4 novembre in una dimostrazione milanese che assomiglia a una bieca esibizione di intolleranza: la giornata per manifestare “ per i valori occidentali”. Si badi bene: bisogna essere improvvidi come il gatto Silvestro per credere che si tratti di una innocua dimostrazione, come invece asserisce Salvini stesso. Secondo il candido leader si tratterebbe di “una piazza aperta a tutti, pacifica, solare, con lo sguardo rivolto al futuro. Un’occasione per ribadire l’importanza delle libertà e della democrazia, della lotta al terrorismo, all’antisemitismo e al fanatismo islamista. Le conquiste e i diritti fondamentali che qualificano l’Occidente non possono essere messi in discussione. In un momento di gravi tensioni, l’Italia ha il dovere di rimarcare la propria collocazione fra i Paesi democratici e liberi».

Belle parole, certo. Ma è questo i momento per ribadire la passione per i nostri valori o può essere l’esca, per qualche esagitato, di intrufolarsi e colpire? O forse se lo augurerebbe, per stringere al proprio seno villoso folle di cittadini impauriti e risalire la china elettorale, in previsione delle prossime tornate elettorali? Non me la sentirei mai di affidare la guida del Paese ad un uomo che giudico così rischioso.

Perfino l’erede del patrimonio culturale di Oriana Fallaci, la giornalista che nel suo libro La rabbia e l’orgoglio aveva paventato il rischio dell’integralismo islamico, ha diffidato il leader leghista dal servirsi del nome della scrittrice per far da testimonial alla sua dubbia iniziativa di mobilitazione a Milano.

Questo, con coraggio civile, è il momento di stringerci in un abbraccio ideale con le forze moderate, cristiane, islamiche, atee o agnostiche che siano e non di alzare altre barriere armate, altri scudi divisivi. Persino il ministro della Difesa Crosetto ha ritenuto opportuno festeggiare in sordina il prossimo 4 novembre delle forze armate, per non solleticare i fanatici. Ma il “capitano” preferisce cavalcare la tigre di una propaganda che sotto traccia incita a calcare la mano sulla nostra presunta superiorità occidentale. Se riuscirà nell’intento di raccogliere una folla di prodi consenzienti, magari raccoglierà qualche punto percentuale a favore della propria battaglia contro la sconfitta elettorale. Più pesante rimane comunque il giudizio, anche morale, dei milioni di italiani che credono in un futuro di vera pace, dove la tolleranza e il compromesso guidano la convivenza.

Roberto Masiero
Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta, Dragan l’imperdonabile e Il mite caprone rosso. Vita breve di norbert c.kaser.

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