NON È DA TUTTI ESSERE FELICEMENTE DIVERSI

recensione al libro di Francesco Savio “Felice chi è diverso”

Che m’importa del brutto, quando abbiamo a disposizione il bello? Esiste la poesia, esiste la bellezza, la scommessa più difficile è non perderle, non adeguarsi al consueto, all’ovvio, non farsi travolgere dall’ondata di mediocrità, di vanità, non diventare come loro, non cercare riparo e conforto nel cinismo esibizionista da sfogare sui social, piuttosto smettere, farla finita”.

Il libraio senza nome e cognome che Francesco Savio sceglie come protagonista solitario del suo ultimo romanzo “Felice chi è diverso” (Fernandel, 2023, pagg.112, euro 13,00), non si può dire che “assomiglia a”, ma realmente “è” un personaggio romantico. Un cavaliere tormentato e mite, armato solo di penna e di un orgoglioso spirito controcorrente, pura sorgente di idee nobili. Con tali metaforiche spade dell’intelletto, cerca di porre un suo personale argine alla, chiamiamola, corruzione del presente. Di gridare, dalle pagine di un romanzo, il suo appello – disilluso quanto ironico – affinché tutti prendano coscienza del pericolo che stanno, che stiamo inconsciamente correndo: di perdere il senso critico, la coscienza dei nostri diritti e doveri, diventando senza accorgercene i nuovi schiavi della modernità. Questo “totem” che, in nome dell’inarrestabile progresso tecnologico e di un benessere concesso “a credito”, omologa sempre di più le moltitudini con il consumismo esasperato e l’ostentazione del possesso.

Il libraio-scrittore ha una particolarità che ce lo rende immediatamente vicino, empatico, umano, un personaggio credibile, di cui è naturale diventare follower per tutte le 112 pagine del romanzo: è un lavoratore pendolare, uno dei tanti, uno che sgobba dalla mattina alla sera per far quadrare i conti. Uno del popolo, insomma, che dalla sua “piccola città” parte alle prime luci dell’alba per la metropoli prendendo il regionale -non certo un veloce e lindo Frecciarossa – delle 5.55, alzandosi esattamente un’ora prima per non rischiare di perderlo. L’alter ego dell’autore (esercitano infatti lo stesso mestiere, nutrono le stesse passioni, affrontano gli stessi problemi) intriga per la capacità che dimostra di trasformare un evidente svantaggio, come la fatica del viaggio forzoso e ripetitivo, in una meravigliosa opportunità di scandagliare nel profondo, attraverso materiale antropologico di prima mano, l’essere umano e le dinamiche talvolta assurde o inspiegabili della società in cui viviamo.

Il collega letterario di Francesco Savio pensa, riflette, parla in prima persona, come un cronista in incognito della quotidianità, forte delle sue convinzioni, della sua vasta cultura, del suo occhio indagatore, e soprattutto sorretto da una sensibilità fuori del comune.

La “piccola città” che non nomina mai esplicitamente – come fa con il protagonista – è chiaramente Brescia, dove l’autore è nato. Il quartiere di Monteplano, che egli descrive con devozione, tocco poetico e un po’ di melanconia, i lettori bresciani sono in grado di individuarlo immediatamente in una delle zone urbane più ricche di verde e tranquillità. La metropoli che attira tanta manovalanza forestiera al servizio di quello che viene descritto come un neo-liberismo votato al profitto più spietato e meno egualitario possibile, è individuata invece testualmente in Milano. La frenetica Milano cuore della Lombardia più produttivista. Ma entrambi i luoghi, di partenza e di arrivo, potrebbero essere ubicati in una qualunque regione italiana, e in due qualunque città complementari, specie del Nord: il senso del messaggio trasmesso da Savio in “Felice chi è diverso” non cambierebbe. Il suo sguardo sulla vita non risente della latitudine, non è offuscato da una visione territoriale, ma esprime sentimenti universali. E’ la proiezione di un uomo nel pieno della sua maturità professionale, marito e padre premuroso, che conferisce al lavoro la sua teorica funzione originaria di “mezzo” e non di “fine” in sé.

“Il lavoro dovrebbe occupare solo una parte della giornata, oppure solo alcuni giorni della settimana. Mentre spesso si lavora per la semplice sopravvivenza, senza che ci sia un’adeguata distribuzione delle ricchezze. Capisci?”, dialoga con un ipotetico aggressore notturno il libraio, mentre affretta il passo verso la metropolitana lungo la strada ancora deserta. “Troppo lavoro – gli spiega per dissuaderlo dal fargli del male con il coltello – assopisce la mente, e come fai poi la sera, ad esempio, a leggere Francois Jullien? Resti fermo alle prime pagine de L’inaudito”. “Troppo lavoro” suona quasi come una bestemmia, perché, osserva, “nella piccola città, come a Milano, la cultura del lavoro era il valore fondante, e io nella circostanza ero un lavoratore  estremamente mattiniero, per questo sacro e intoccabile”. Tanto è immaginario l’accoltellatore potenziale di incolpevoli passanti, tanto sono reali gli “individui obliqui” che al nostro cronista della più imprevedibile quotidianità capita di incontrare.

Vedi il “Bob Marley” salito alla fermata di Rovato, “che barcollava e gridava di non essere un clichè, a differenza nostra immagino. Poi aveva vomitato. Io avevo cambiato carrozza”. Eppure, il repellente e sbandato “uomo rasta” con in quale il libraio finisce per intavolare una dotta disquisizione su “La collina dei sogni” di  Arthur Machen, ha per lo meno il pregio di non appartenere alla categoria predominante sui vagoni della tradotta diretta verso il fronte metropolitano: i “phono sapiens, nuovo gradino dell’evoluzione, da percorrere in discesa”. Quei “dromedari con lo smartphone in mano, ormai prolungamento organico del corpo, il collo piegato verso il basso, con la fronte e gli occhi dentro lo schermo”.

Meglio di loro è sicuramente il matto della linea rossa della metropolitana milanese, “che intonava ‘Nel blu dipinto di blu’, modulando il volume del suo ‘Volare oh, oh’ a seconda del rumore della carrozza” e poi “si intervistava da solo”.

Non è dunque facile restare indenni, resistere, all’onda travolgente della modernità cloroformizzante prodotta dal circuito produttivismo-consumismo. Il coraggioso libraio, con i piedi ben saldi a terra e la testa altrettanto ben ancorata ai suoi sogni, ci riesce conciliando il bisogno di lavorare (per integrare il reddito famigliare collabora anche come editor per alcune case editrici) con la cura del suo “fondamentale tempo libro, errore di battitura che lascerei”. Solo così riesce a coltivare le sue “più sane passioni: la lettura, la scrittura. Non potrei vivere senza leggere. La curiosità per le cose che non conosco mi travolge, e posso colmare questi vuoti solo leggendo”.

Probabilmente, anche se non lo dice, è proprio grazie a questo gratificante nutrimento dello spirito che il nostro libraio-autore riesce a salvaguardare la propria salute mentale. Da lettore esigente e preparato libraio, gli tocca vendere una marea di “libri inutili” (quelli “degli editorialisti dei quotidiani più ingessati”, quelli “delle soubrette da social network”, quelli “dei romanzieri da Tik Tok”). E’ “il capitalismo, bellezza!” scuote noi e prima ancora se stesso dai frequenti voli pindarici nei cieli dell’alta letteratura (trasvolando da Aldo Busi a Franz Kafka, da Emil Cioran a Fёdor Dostoevskij, da Tommaso Landolfi a Marcel Proust) dove quando può si rifugia. E l’avversione per questo capitalismo malato, in cui il lavoro diventa non redenzione dalla miseria ma miserevole sopravvivenza, rende l’elegante romanzo interiore di Francesco Savio anche un duro pamphlet contro tante storture della contemporaneità: ad esempio, per restare al suo ambito professionale, “le cricche delle famiglie editoriali” e tutto il sistema che droga i premi letterari e alimenta inutili scuole di scrittura. Ad esempio, l’incultura ambientale oggi ancora tanto diffusa, ben raffigurata dalla scena della potatura selvaggia, ad opera di rozzi “barbari con camioncino” chiamati dall’amministratore di condominio, dei “tre alberi più belli di via Monteplano” piantati nel loro giardino, che dopo l’insano trattamento gli ricordavano le “donne sfatte e scheletrite di Egon Schiele”. Ad esempio, la disumanizzazione della metropoli milanese, “orchestrata da quel sindaco con le orecchie grandi come quelle di Piero Ciampi, ma privo della poesia del cantautore livornese, un sindaco che sembra avere come obiettivo primario quello di respingere le classi sociali meno abbienti”, aumentando a dismisura il biglietto dei mezzi pubblici, o non facendo “nulla per il problema degli affitti”.

Savio quando scrive ha la vocazione del guastafeste, ma nella vita reale di lavoratore, marito e padre di due figli, è guidato da un sano realismo e moderato dalla necessaria arte del compromesso. Quando, in libreria, ha bisogno di prendere una sana boccata d’ossigeno letterario, racconta, “mi sposto verso la zona della poesia, prendo un libro di Sandro Penna, rileggo per l’ennesima volta i suoi versi, in particolare: ‘Felice chi è diverso essendo egli diverso. Ma guai a chi è diverso essendo egli comune’”.

Valerio Di Donato
Valerio Di Donato, giornalista e scrittore. Ha lavorato a lungo al "Giornale di Brescia", occupandosi di politica interna e estera approfondendo in particolare le vicende dell'area balcanica. Ha pubblicato due libri: "ISTRIANIeri. Storie di esilio", uscito nel 2006 con "Liberedizioni" di Gavardo, una serie di racconti di vita vissuta concernenti la storia degli esuli giuliano-dalmati e non solo. Nel 2021 ha esordito nel romanzo storico con "Le fiamme dei Balcani", per i tipi di "Oltre edizioni" di Sestri Levante.

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