Il paragone più richiamato, e più intuibile, è quello con l’11 Settembre. Una data che cambiò il mondo, proprio mentre l’umanità si accingeva ad inaugurare con un discreto carico di ottimismo il nuovo millennio. Invece, la tragedia inimmaginabile delle Twin Towers con i loro tremila morti incolpevoli creò uno spartiacque netto tra un prima e un dopo. I due aeroplani che sventrarono e fecero sbriciolare, come in un colossale war game, le torri del sogno americano, marchiarono il futuro degli Stati Uniti e del mondo. Su noi evoluti occidentali ebbero l’effetto di condizionare, da quel momento in avanti, il nostro abituale modo di agire e di pensare, minando ad esempio un certo diffuso senso di “superiorità” rispetto al resto del globo inculcatoci dalla civiltà del benessere, e allargando viceversa a dismisura la percezione popolare della paura. La fragilità clamorosa mostrata dall’unica superpotenza del pianeta dell’epoca – nonché nostra tradizionale protettrice – ci fece bruscamente riflettere sulla complessità del reale, costringendoci a modificare i nostri parametri interpretativi e a rimodulare con più prudenza analisi e giudizi. Per il popolo americano, l’insicurezza divenne un ingombrante incubo quotidiano, in patria come all’estero. Per noi europei – ombra lunga del modello di vita consumista e atlantista – una preoccupazione a geometria variabile. In particolare, francesi, belgi e spagnoli hanno pagato in questi vent’anni un prezzo molto alto in tema di attentati e vittime del terrorismo di matrice islamista. Anche i tedeschi hanno avuto le loro emergenze e i loro lutti. A noi italiani è andata, invece, fortunatamente meglio. Non siamo mai stati colpiti con azioni dirette sul nostro territorio dai fanatici spargitori di morte “in nome di Allah” (del cui sbandierato patrocinio, per inciso, ritengo si possa ragionevolmente dubitare, al pari dell’invocata benedizione di Dio per le efferatezze compiute molti secoli prima nelle Crociate). Merito anche di una intelligence d’eccellenza, che altri paesi ci invidiano, formatasi alla scuola della lotta al terrorismo di matrice rossa e nera degli anni Settanta e Ottanta.

Il 7 Ottobre, però, rischia di essere ricordata come una data ancora più infausta. Il contesto internazionale è nel frattempo totalmente mutato, e a me viene subito in mente la magnifica definizione (magnifica nella sua terribile potenza evocativa) di “terza guerra mondiale a pezzi” che Papa Francesco coniò nel 2014, a inizio pontificato. Concetto che ha riattualizzato di recente quando, ricevendo a maggio una serie di ambasciatori stranieri, ha citato le aree di crisi dove la vita è una scommessa quotidiana e il rischio di propagazione oltre i confini locali estremamente elevato: dall’Ucraina al Sudan, dalla Repubblica Democratica del Congo al Myanmar, dal Libano a Gerusalemme. E, a chiudere il cerchio infernale nel quale l’umanità intera rischia di restare intrappolata, aggiungiamoci due focolai di più recente attualità come il Nagorno Karaback (conflitto armeni-azeri)  e il Kosovo. Quest’ultimo, soprattutto, propaggine inquieta di quei Balcani a noi tanto prossimi che trent’anni orsono fecero tremare l’Europa. Dove è tutt’altro che risibile il sospetto che, dietro le violenze scatenate dagli estremisti serbi, si nasconda la manina interessata di Mosca, storica amica di Belgrado  e pronta a inserirsi ovunque possa dividere i già tanto divisi europei. Un “risiko pericoloso”, così ha titolato lunedì 9 ottobre “La Stampa” il mirabile approfondimento proposto da Lucia Annunziata. Bravissima nel tirare con perizia tutti i fili della nuova guerra mediorientale, che portano in più direzioni: l’Iran sciita, in crisi di consenso interno sui diritti civili e in perenne competizione con l’Arabia Saudita sunnita (guarda caso in procinto di aderire agli Accordi di Abramo già siglati da Israele con Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan) per il controllo della regione. Vale la pena di sottolineare che già l’Iraq e la Siria sono ormai saldamente nella sfera di influenza di Teheran. Da qui, un altro filo si dipana verso l’Ucraina, essendo gli Ayatollah schierati al fianco di Putin al quale forniscono i droni assassini e dal quale si aspettano aiuto in caso di necessità. Il risiko delle micce incrociate porta infine, come già detto verso il Kosovo, nel cuore dell’Europa. Senza dimenticare la “variabile turca”: il presunto e infruttuoso “mediatore di pace” fra Russia e Ucraina, Recep Tayyip Erdogan, è lo stesso ambizioso leader che ha influito in maniera determinante sulla soluzione dell’annoso contenzioso fra Armenia e Azerbaigian per la sovranità sul Nagorno Karaback a favore di quest’ultimo (ne ha parlato, con un’ottima e articolata analisi storica, Sandra Fabbro su queste stesse colonne nei giorni scorsi).

Richiamando, giustamente, anche gli effetti disastrosi del cambiamento climatico e la piaga planetaria della povertà (generata dalla “mancanza di accesso all’acqua potabile, al cibo, all’assistenza sanitaria di base, all’istruzione e a un lavoro dignitoso”) il Papa si è, e ci ha, domandato: “Quando impareremo dalla storia che le vie della violenza, dell’oppressione e dell’ambizione sfrenata di conquistare terre non giovano al bene comune? Quando impareremo che investire nel benessere delle persone è sempre meglio che spendere risorse nella costruzione di armi letali?”.  Di certo, per restare all’ultima più grave crisi geopolitica, c’è che l’Ottobre Nero di Israele segnerà una nuova svolta drammatica per il popolo ebraico e non garantirà, d’altronde, alcun riscatto morale e materiale ma porterà solo ulteriori lutti al popolo palestinese. Lo abbiamo visto – ed è solo l’inizio purtroppo –  con la massiccia offensiva scatenata da Tsahal per vendicare gli oltre mille morti nel pogrom di Hamas e riprendere il controllo della situazione.

Come andrà a finire e soprattutto cosa potrebbe cominciare di nuovo, di ancora più grave, non lo si può prevedere oggi. Così come non era possibile farlo all’indomani del 24 febbraio 2022, quando iniziò l’attacco in forze deciso dal Cremlino per spodestare Zelensky e sottomettere l’orgogliosa repubblica affacciata sul Mar Nero. Russi e ucraini sono ancora lì a marcire nelle trincee, a lanciarsi missili e droni. A veder morire – in Ucraina – donne vecchi e bambini.

Anche di questa nuova guerra parleremo per settimane, forse mesi, sovrapponendo le cronache dalle steppe ucraine a quelle dalle sabbie del Negev. Un punto, però, va tenuto ben fermo. O, almeno, chi scrive non smetterà mai di sostenerlo con convinzione: è dovere morale di ogni sincero democratico, amante della pace, della giustizia e della libertà, condannare senza mezze misure, senza “se”, senza “sì, però”, il criminale attacco di Hamas allo Stato ebraico, facendo strage di innocenti. Per tutti, ricordiamo i 260 e forse più poveri giovani massacrati durante il rave party nel deserto a Re’im, al confine con la Striscia. Che si aggiungono alle centinaia di civili colpiti a tradimento, stanati dai kibbutz, giustiziati o portati via a forza sotto l’occhio spietato e morbosamente crudele dei telefonini verso un tremendo destino. Per non parlare dei militari – i pochi sventurati lasciati da governanti miopi e screditati a presidio di un confine che sembrava sicuro grazie al controllo tecnologico –  che hanno tentato una disperata difesa dal blitz terrorista. Questa – a prescindere dalle responsabilità di un leader inquietante come Netanyhau e dei suoi fanatici alleati ultraortodossi – non è stata la “giusta reazione” di un popolo oppresso, ma un “crimine di guerra” a tutti gli effetti. Non diverso dall’orrore lasciato dalle truppe russe a Bucha, in Ucraina. Una barbara mattanza di innocenti (molti dei giovani massacrati erano militanti pacifisti) che reca danno innanzitutto ai palestinesi e al loro sacrosanto diritto di vedersi riconosciuto uno Stato indipendente in cui vivere in pace e, possibilmente, in condizioni dignitose. Ma siamo sicuri che sia proprio questo l’obiettivo degli assassini agli ordini di Yahia Sinwar, presunto proconsole in terra del Profeta?

Valerio Di Donato
Valerio Di Donato, giornalista e scrittore. Ha lavorato a lungo al "Giornale di Brescia", occupandosi di politica interna e estera approfondendo in particolare le vicende dell'area balcanica. Ha pubblicato due libri: "ISTRIANIeri. Storie di esilio", uscito nel 2006 con "Liberedizioni" di Gavardo, una serie di racconti di vita vissuta concernenti la storia degli esuli giuliano-dalmati e non solo. Nel 2021 ha esordito nel romanzo storico con "Le fiamme dei Balcani", per i tipi di "Oltre edizioni" di Sestri Levante.

2 COMMENTS

  1. Complimenti all’autore dell’articolo per l’analisi, ampia e allo stesso tempo acuta.

    PS: mi permetto di ricordare, tra gli attacchi subiti dall’Europa dopo l’11 Settembre, le bombe del 7 Luglio 2005 a Londra.

  2. Ha perfettamente ragione, caro De Zottis. Avevo la sensazione di aver dimenticato qualcosa. E si trattava proprio della Gran Bretagna, che ha pagato un pesante tributo di sangue alla barbarie terrorista. Una mia svista, la ringrazio di aver completato il quadro.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here