Se qualcuno, come si usa in certi giochi psicologici, domandasse di racchiudere in una sola parola il senso di questa preziosa raccolta di narrazioni, uscita recentemente per l’editore Cleup , credo che userei il termine intimità. L’autrice Michela Gusmeroli ha una lunga, sapiente frequentazione della letteratura che l’accompagna persino inconsapevolmente – fuori da retorica – in ogni atto della propria esistenza.  In Come una collana, quasi per apparizione spontanea, emerge quanto sia potente e raccontabile la normalità quotidiana.

La scrittrice ha dei trascorsi considerevoli, specie durante quella che possiamo definire l’epoca, spesso mitizzata in bene o nel male, degli anni ’70 e ‘80 a Milano. Eppure risulta evidente la sua intenzione, deliberata, di attutire i fatti della pura cronaca e dunque della Storia in cui si è trovata a partecipare e che altri, invece, esibirebbero con un certo sussiego da testimoni. Ma Michela Gusmeroli è una narratrice a lento rilascio, se così si può definire, e abborrisce il rischio di reboanti “io c’ero”.

Dunque, in questo libro si affaccia soprattutto una ragazza che, dalla sua amata Valtellina, è approdata nella formidabile metropoli, inesperta ma già scossa da dolorose vicende personali, dapprima frastornata e quasi travolta da una solitudine insanabile che le lascia intravedere ben pochi punti di orientamento. Con fatica imparerà a scegliere le proprie amicizie e con esse a partecipare alla meravigliosa stagione di un femminismo creativo, almeno per lei non livoroso. Ma rimarrebbe deluso, chi si accostasse a questo libro con l’intenzione di ritrovarvi gli echi delle imprese che derivarono dalle fertili analisi politiche dei circoli di autocoscienza, come quello dell’Anabasi a cui aderì l’autrice.

Il mondo mirabile, talvolta enigmatico, sempre inconsueto a cui l’autrice ci consente di accostarci, è un regno costruito sulle emozioni sottili, sulle immagini private, nel puro riscontro di ciò che la realtà provoca nell’animo di una donna sensibile: concreto nella sua evanescenza, ma sempre sospeso in una speciale indeterminatezza allusiva che apre universi interiori.

Sono storie accennate che emergono quasi come degli incipit, eppure in sé conclusi, sapientemente decontestualizzati; talvolta si rivelano pagine pervase di lirismo, o persino crudeli, che scatenano un processo automatico di appartenenza: in questa consonanza si manifesta una singolare bellezza. Episodi minimali: sottintendono sempre un vissuto che, al contrario, si intuisce intenso, di nuovo emotivamente imprescindibile.

Michela Gusmeroli ha affinato un proprio stile connotativo, usa una parola elegante, pregna di sfumature, avvincente nella semplicità di costruzione del fraseggio. Rifugge dalle rappresentazioni immaginifiche eccessive, si nutre quasi soltanto della propria memoria per restituire un distillato di ciò che l’esperienza personale ha provocato: affetti, paura, o anche curioso stupore. Rivivono, come camei, alcune figure che sono state determinanti nella costruzione della sua fertile personalità, estratte senza cronologia da un remoto scrigno della mente, per formare un’originale recherche .

Qui la scrittura non costituisce esclusivamente un mezzo di comunicazione privilegiato o un’attività artistica, assume il ruolo di magnifico portale d’accesso spazio-temporale: estrema possibilità di proiettarsi in un altrove affidabile. Il transito non avviene con espedienti imprevedibili e tecnologici, piuttosto aprendo idealmente la busta di una lettera immaginaria: mirabilmente, prende vita in tutta la sua freschezza e l’intensità vivida un eterno presente della memoria, solo appena intaccato da un tocco di malinconia.

Ed ancora più gratificante è la constatazione, tipica di ogni buona letteratura, che le piccole grandi storie dell’autrice trascendono la privatezza e ci appartengono per analogia: ci scopriamo a provare le medesime inquietudini, certo riferite ad un nostro diverso accaduto ma assai simile negli esiti emotivi. Il filosofo Jung ha descritto bene l’importanza di questo percorso, quando afferma che “Conoscere la propria oscurità è il metodo migliore per affrontare le tenebre degli altri.”

L’autrice ha un rapporto privilegiato con la psicologia e la psicanalisi che ha lungamente approfondito. Ne emerge un lacerto significativo anche nel racconto L’appuntamento: spiazzante per una certa involontaria ambiguità, e a suo modo intrigante. Pare l’incontro semisegreto tra due innamorati e invece si tratta del colloquio pianificato col proprio terapeuta, col quale costruisce un rapporto di singolare intimità, soprattutto ma non esclusivamente intellettuale.

La narrazione di Michela Gusmeroli è ricca di preziosità psicologiche, offerte con intelligente studiata semplicità. Sparse come petali sul terreno di questi racconti, quasi casualmente, cogliamo delle citazioni letterarie inattese, offerte con l’assoluta discrezione di chi non ostenta virtuosismi culturali.

Usando la penna come un pennello o un registratore, l’autrice ci fa percepire anche con i sensi la gradazione rivelatrice o l’assenza della luce, i rumori che segnalano presenze confortanti o minacciose.

Tutto il libro rimane in bilico: tra l’evocazione trasgressiva di una stagione di giovani cuori rivoluzionari protési, se non a cambiare il mondo, almeno a viverlo consapevolmente, e un ritorno comunque incancellabile al passato dal profumo soffuso e oramai smesso di violetta. Si alternano dislocazioni incollocabili temporalmente. Qui con l’allegria delle ragazze, quelle del gruppo le Nemesiache, viene messa in scena una singolare Cenerella per un teatrino d’avanguardia (e tra il pubblico fa capolino un certo Giorgio Gaber), là un’ottantenne seducente poetessa napoletana, praticamente sconosciuta, dispensa versi di struggente malinconia, attraverso le pagine di Terza giovinezza. Qui un’eredità procura dispiaceri, là un paesaggio acquerellato. O un accostamento, deferente, all’altezza di Teresa di Lisieux: a rafforzare la convinzione dell’autrice nella propria vocazione alla scrittura.

Il tono dei racconti sorprende per il clima che li circonda, quasi che il lettore conoscesse già il retroterra di ognuno dei protagonisti e in qualche modo mantenesse con essi rapporti se non di amicizia, almeno di lontana parentela.  Pagina per pagina, ci appropriamo delle tracce indelebili di una quotidianità comune, sempre sorprendente, che talvolta ammette la gioia e il dolore, la meraviglia o la disgrazia. Riaffiora alla mente una citazione da Altenberg: “lo squittio di un topo nella trappola è una tragedia terribile! Non aspettate i grandi eventi. Anche il più piccolo evento è un grande evento.”

Le narrazioni dell’autrice Michela Gusmeroli riescono, attraverso una sensibilità raffinata nel modo di porgerle ma spesso affilate nelle conseguenze, a specchiarci da dentro. Riappaiono, in baluginii appena accennati, l’enigmatico, il nero, il lucente che attraversa la vita di ognuno di noi e la rende degna di rappresentazione e di custodia.

Roberto Masiero
Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta e Dragan l’imperdonabile.

2 COMMENTS

    • La recensione, ampia e scorrevole, invita alla lettura del libro e incuriosisce a scoprire le esperienze personali ed intime che l’autrice ha vissuto in “quegli anni” di speranze e di nuovi rapporti interpersonali.

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