Finalmente! Adesso Venezia riceverà il suo battesimo ufficiale. Un nome che mai la Serenissima, città vivace e creativa, artistica e commerciale, orgogliosa ed aristocratica, ma aperta, avrebbe voluto che le venisse appioppato. Varrebbe la pena promuovere uno studio epidemiologico serio: tra le calli potrebbe annidarsi un morbo curioso che affligge specialmente certi amministratori volubili. Oppure si tratta di un problema di memoria o di ingordigia maldestramente soffocata nell’ipocrisia? Il dubbio corre, perché non si può rinnegare oggi ciò che si è voluto fermamente solo ieri. Non passa settimana senza che Mamma Rai ci aggiorni sull’oscillazione in positivo dei flussi turistici, che Luca Zaia sfoderi le sue prodigiose statistiche cabalistiche dei record veneti.

Durante la pandemia più dura la città ha compiuto il test più significativo degli ultimi cinquant’anni: Venezia espropriata del turismo ha conosciuto un’annata di rispettoso silenzio. Ma ecco che si levavano alti lai disperati: la città, già arricchitasi anticamente sulle mude e il commercio, senza i suoi traffici caratteristici stava soccombendo. A parte gli sparuti veneziani contenti, senza turisti crollavano le entrate e i locali chiudevano, i servizi andavano coi bilanci in rosso: si metteva in dubbio persino la sostenibilità dei vaporetti e forse i gondolieri valutavano di istituire le offerte speciali compri tre paghi due.

Per buona pace di tutti le lamentazioni hanno raggiunto il cielo ed ora la città ha ripreso la sua strana normalità con le folle che la percorrono affascinate e, soprattutto, consumanti. Ma… ma alligna nei cervelli dei suoi amministratori un discutibile atteggiamento: qui affaristico, là penitenziale. Da un canto si gongola per i progressi economici della città lagunare e subito dopo ci si lagna che così non si può andare avanti: il troppo è troppo.

Mentre si realizzano i tornelli a regolare le onde barbariche in gita, intanto si edifica una strada completa accanto alla vicina stazione ferroviaria di Mestre, per realizzare migliaia di posti in alberghi pensati per un pubblico di massa. Si borbotta per la saturazione turistica e intanto si progettano il potenziamento aeroportuale, nuovi rapidi collegamenti viari, persino si vagheggia una funivia per la città. Intorno, nella sua immediata periferia, si immaginano città dello sport, località turistiche spiaggiate con tanto di grattacieli che sono inevitabilmente calamitati dalla più bella città del mondo.

Per questa amministrazione, facile deduzione, non è importante limitare la frequentazione in città: basta che venga gente ben pagante. Tanta. Del resto, già oggi chi si avventura su un vaporetto spende a viaggio poco meno di 10 euro, i ristoranti e gli alberghi non sono certo a prezzi popolari, per far pipì ci vuole un euro.

Ed ecco la pensata del secolo: i visitatori giornalieri dovranno pagare un ticket di entrata nella città, se vorranno mettervi piede. Idea farlocca e indignitosa, verso la città. Venezia tutta ridimensionata a centro divertimenti come una Gardaland qualsiasi. Si consideri la sfumatura di differenza: non viene valorizzata neppure come Museo Totale, perché i vari musei hanno già le loro giuste remunerazioni.

Chi si ferma a dormire paga già la tassa di soggiorno. Gli altri? Non basta che paghino comunque i servizi che consumano, che frequentino i negozi: no, ci vuole il ticket: altri 5 euro. L’intenzione è chiara: far cassa, altra cassa.

Certo ho troppo rispetto nei confronti dell’intelligenza del sindaco Brugnaro e dei suoi collaboratori, per pensare che credano davvero di calmierare i flussi turistici col ticket. Tanto più che veneti e nativi sarebbero esentati. Dunque il tentativo, altre volte ventilato, è quello di imprimere un’accelerazione a definire la città come località esclusiva per turisti di alto bordo, con iniziative anche simboliche. Don Chisciotte non avrebbe usato lancia più spuntata contro i suoi mulini a vento.

Porre intorno a Venezia una cintura di tasse è una contraddizione umiliante; godere della sua bellezza non deve essere un privilegio, perché Venezia non appartiene alla sua brillante amministrazione: è un territorio franco che guarda al mondo e dal mondo intero riceve continue e abbondanti risorse, sponsorizzazioni, tutele. Difendere la città significa un’altra cosa: favorire l’insediamento dei suoi abitanti naturali, sostenere un’edilizia popolare, mantenere gli ospedali e suoi servizi di base.

Oppure togliamoci definitivamente la maschera. Proclamiamo, una volta per tutte, che Venezia è un lusso e traiamone le estreme conseguenze, ma a viso aperto. In proposito avrei qualche idea: chiudere piazza San Marco non sarebbe complicato. Si potrebbe richiedere almeno tre euro, per consentirne l’accesso con la vista esterna della basilica (del resto si sfruttano di straforo anche le musiche che vengono suonate all’esterno dei caffé Quadri e Florian). Credo che anche attraversare il ponte di Rialto potrebbe essere messo a frutto: la manutenzione costa e si potrebbe far pagare legittimamente qualcosa…

L’aria invece non è ancora abbastanza buona, visto l’inquinamento dai fumaioli delle grandi navi: ma in futuro potrebbe giustificarsi ampiamente un piccolo contributo sul consumo del gas vitale.

Sono alcune modeste proposte, alle tasse si trova sempre una logica motivazione. Qui si intende noleggiare la Venezia popolare: In fondo il prezzo delle cose determina il loro valore. O no?

Roberto Masiero
Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta e Dragan l’imperdonabile.

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