Cesare Zavattini, noto sceneggiatore del neorealismo e ben oltre, esordì nel 1931 con un libro di racconti d’impronta surrealista, qua e là con tocchi di elevato umorismo. Il titolo della sua opera prima era: Parliamo tanto di me. Un titolo prefiguratore, quasi profetico.

Sì, perché mi sembra che la sua invocazione-asserzione abbia trovato pieno compimento in questa nostra epoca e nel nostro modo di vivere. Intendo dire che siamo entrati in una nuova era, quella di un autocompiacimento, sempre più diffuso.

Che cosa dunque è accaduto e sta accadendo? Come hanno osservato diversi studiosi, siamo divorati dall’io. Possiamo dire che dal super ego siamo passati all’ego super, al “non avrai altro IO all’infuori di me”.

Cerco di spiegarmi meglio: capita sempre più spesso che nell’incontro ciascuno parli di sé (di ciò che fa, di ciò che pensa di essere) senza ascoltare l’altro da sé, azzerando la comunicazione della relazione.  E naturalmente ognuno parla di sé in modo iperbolico, in pieno autocompiacimento, appunto. Gli altri umani interessano poco o niente, il mondo viene ad esaurirsi nel proprio io.

Lo scenario è francamente stucchevole, declinante, paralizzante, perché questa tendenza trasversale, che viene da molto lontano e non risparmia nessuno, negli ultimi decenni si è dilatata a macchia d’olio, ha svuotato la cultura e con ciò la cultura della relazione e dei rapporti umani.

È un io ingabbiato, che non esce mai da sé, che non si fa mai noi, che solo approfondisce il vuoto che è dentro di noi.

L’autocompiacimento, cioè l’eccessiva considerazione di sé stessi, ovvero l’espansione del complesso di superiorità, ha l’odore della decadenza, di verdura andata a male, di materia in decomposizione. Ci condanna alla febbre della solitudine, ci priva della vitalità della relazione, smobilita la nostra vera identità.

C’impedisce di andare oltre di noi, succhia tutte le nostre risorse programmandoci la vita come una gara, ci fa credere che il successo sia entrare nello star system dell’etere e ci irride quando scopriamo, quasi sempre troppo tardi, che è solo un’illusione.

Riusciremo mai a ritrovare nell’altro la ragione e il respiro della compassione, dell’etica, della giustizia?

Pronostico assai difficile, ma mi pare che la prima cosa da fare per invertire questa tendenza e risalire la china, sia quella di “non prenderci troppo sul serio”, di ritrovare in un equilibrato rapporto fra l’io e il noi la dimensione più autentica della nostra esistenza. Sotto questo profilo, confido che le giovanissime generazioni sappiano andare oltre la nausea dell’oggi per abbracciare un diverso futuro. Al plurale.

Lucio Carraro
È nato a Mogliano Veneto il 3.6.1954. Ex insegnante, è stato Assessore alla Cultura, Pubblica Istruzione e Commercio del Comune di Mogliano Veneto. Scrittore, ha al suo attivo numerose pubblicazioni. Collabora con varie Associazioni culturali e sociali.

1 COMMENT

  1. Caro Lucio
    Ho letto il tuo articolo con un sorriso amaro sulle labbra in quanto condivido pienamente la tua riflessione.
    Sia a livello personale che professionale mi ritrovo spesso ad essere ascoltatore di queste persone in quello che ironicamente definisco un innarrestabile
    ” flusso di coscienza” e nonostante io sia allenata professionalmente a guardare oltre a questi fiumi di parole auroreferenziali, dopo questi incontri mi ritrovo ancora molto spesso incredula e stupita di cotanta mancanza di interesse verso l’altro e perplessa dal bisogno di palcoscenico di tante persone che, negando spazio agli altri, negano a sé stessi una opportunità di scambio che, se non altro, potrebbe aiutare a riempire il vuoto di quei palcoscenici.

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