In tempo di “calamità innaturali” accade spesso che la “complessità” degli eventi naturali, sconosciuta ai cittadini e “misconosciuta” agli amministratori pubblici, non venga riconosciuta da questi ultimi nemmeno quando si tratta di arginare gli effetti di tale misconoscimento. La “logica semplificatoria” che ha guidato tali amministratori, caratterizzata dall’assenza di una vera e lungimirante “pianificazione urbanistica”, ha ridotto la permeabilizzazione del suolo e la sua capacità di assorbimento dell’acqua piovana e sembra ispirarli anche nell’affrontare il problema delle alluvioni.

Talvolta, strumentalizzando le paure e le insicurezze della gente comune che vive accanto agli argini dei corsi d’acqua, dopo aver fatto a pezzi il “principio di precauzione” nella loro improvvisata “pianificazione urbanistica”, si erigono anch’essi a “vittime” della situazione di emergenza che hanno contribuito a creare.  E cosa meglio di un “provinciale populismo”, quello che parla alla pancia degli elettori, per ricoprire di fumo il “malgoverno del territorio” e il “consumo di suolo” che hanno consentito  insediamenti produttivi e residenziali  anche in “zona a rischio idrogeologico-alluvionale”  a ridosso dell’alveo dei fiumi e  proporre, in un vulnerabile e ricettivo clima emotivo, “soluzioni tecnocratiche” anch’esse semplicistiche  come lo sono state le condizioni pianificatorie che hanno generato l’emergenza?

Fa specie, a proposito di esondazioni, delle condizioni potenziali per il loro verificarsi e della loro eventuale mitigazione, la portata di alcuni progetti.

Un progetto che potrebbe creare le condizioni potenziali per il verificarsi di possibili esondazioni riguarda l’ampliamento del Campus per l’innovazione H Farm lungo il Sile nel Comune di Roncade. Il progetto, approvato e in fase di esecuzione, prevede, a completamento dell’opera, l’occupazione di una superficie totale di 51 ettari, di cui 3,9 ettari di superficie coperta, in grado di ospitare dalle due alle tremila persone tra studenti, insegnanti, personale di servizio. La (V.A.S.) Valutazione Ambientale Strategica, effettuata nel 2017, aveva sollevato delle riserve in merito alla “fragilità idrogeologica” dell’area. L’area interessata, infatti, è   posta per la maggior parte al di sotto del livello del mare e al di sotto del livello del Sile e   ha subito inondazioni nel 1966 e nel 1986. Senza dimenticare che   il Sile, solo un chilometro più a nord, riceve anche le acque del Musestre, suo affluente e come il rischio di esondazione sarebbe gestibile se l’area di Ca’ Tron mantenesse le caratteristiche di zona agricola ed essere così in grado di assorbire una eventuale piena. Dopo un batti e ribatti politico-istituzionale la Valutazione di Impatto Ambientale (V.I.A.) ha stabilito la compatibilità ambientale del progetto e il brindisi inaugurale del 2020 ha congedato inspiegabilmente, in quell’angolo del fiume Sile, il “principio di precauzione”.

Invece, sul fronte della mitigazione di eventuali esondazioni   c’è da registrare come coloro che hanno approvato ulteriori insediamenti lungo gli argini del Sile nei termini appena descritti sono gli stessi che propongono lungo il fiume Piave   il progetto delle “casse di espansione” sulle Grave di Ciano. Tale infrastruttura, secondo tali amministratori pubblici, avrebbe lo scopo di mitigare il rischio delle alluvioni, ma nel prospettare tale soluzione non considerano la “geomorfologia” del territorio attraversato dal fiume, gli aspetti ambientali, naturalistici, paesaggistici e il loro legame inscindibile con una vera “transizione ecologica”. Faccio fatica a comprendere e a scrivere dell’insensatezza di tale progetto. La zona delle Grave di Ciano ha un’estensione di 5 chilometri quadrati, è una “piana di esondazione naturale” che già oggi, quindi, dal suo contributo in caso di piene ed è tutelata dalla Direttiva “Habitat” e dalla Direttiva “Uccelli”. Nell’area delle grave di Ciano sono presenti 14 tipi di habitat, 91 famiglie botaniche, 488 specie di piante (20% endemiche), 64 specie di uccelli e 20 specie tra anfibi e rettili e una vera transizione ecologica non può permettere che, per la realizzazione di 4 casse di espansione in questo sito, venga operata l’escavazione di 550 ettari e la costruzione di muraglioni alti fini a 8 metri per una lunghezza di 14 km.

Gilberto Baldaccini, Biologo ambientale, parla della necessità di aumentare le aree di “esondazione controllata” lungo i nostri corsi d’acqua, favorire l’allagamento controllato nei punti ove possibile lungo l’intero percorso del fiume, magari, anche allargando l’alveo troppo spesso ristretto in argini non più in grado di contenere le piene. Da notare come questa funzione di “esondazione controllata” le Grave di Ciano la svolgono egregiamente. Spetta ai “contratti di fiume” aumentare le aree esondabili con tali caratteristiche, anche a costo di spostare le attività umane ad una distanza adeguata, perché, come sostiene Gilberto Baldaccini, biologo ambientale, i fiumi, nella loro esondazione naturale ricoprono la superficie permeabile del terreno e possono ricaricare la falda acquifera in assenza di piogge successive alla piena.

Nel caso dell’ampliamento del Campus H Farm lungo il Sile si rinuncia al “principio di precauzione”. Nel caso delle Grave di Ciano lungo il corso del Piave, oltre a sovvertire un’area di “esondazione naturale”, si decide di “ridurre lo spazio della biodiversità”, quando la “perdita di biodiversità” costituisce uno dei nove confini planetari da non superare per non indirizzare l’umanità  verso la “sesta estinzione  di massa”. La contrazione delle superfici cariche di biodiversità è in totale e grave controtendenza rispetto alla legge sul “Ripristino della Natura” (Nature Restoration Law) approvata a luglio dal Parlamento europeo: un provvedimento che prevede di raggiungere, entro il 2030, il ripristino naturale del 20% della superficie terrestre e marina dell’Unione Europea con l’obiettivo di contrastare la “perdita di biodiversità”. Da un lato, sul Sile, si rischia di creare un’emergenza alluvionale, dall’altro, sul Piave, si appronta una “soluzione tecnocratica” che dimentica come non può esserci “transizione ecologica” a spese della “biodiversità”.

Dante Schiavon
Laureato in Pedagogia. Ambientalista. Associato a SEQUS, (Sostenibilità, Equità, Solidarietà), un movimento politico, ecologista, culturale che si propone di superare l’incapacità della “classe partitica” di accettare il senso del “limite” nello sfruttamento delle risorse della terra e ritiene deleterio per il pianeta l’abbraccio mortale del mito della “crescita illimitata” che sta portando con se nuove e crescenti ingiustizie sociali e il superamento dei “confini planetari” per la sopravvivenza della terra. Preoccupato per la perdita irreversibile della risorsa delle risorse, il “suolo”, sede di importanti reazioni “bio-geo-chimiche che rendono possibili “essenziali cicli vitali” per la vita sulla terra, conduce da anni una battaglia solitaria invocando una “lotta ambientalista” che fermi il consumo di suolo in Veneto, la regione con la maggiore superficie di edifici rispetto al numero di abitanti: 147 m2/ab (Ispra 2022),

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