Amo viaggiare. L’ho fatto, fin da quando ho avuto in mano il primo stipendio risicato. Dovevo coprire anni di ristrettezze bloccanti, affamato da una golosità frenetica. Non bastavano più le immagini bidimensionali dei libri illustrati o della tv. Appena apertosi uno spiraglio, specie per i ragazzi della mia generazione, affrontare l’avventura non è mai stato un problema economico irrisolvibile: può capirmi chi ha viaggiato in autostop, confidando nella provvidenza.

 I viaggi veri ho cominciato a farli su una Fiat 127 di seconda mano: quattro a bordo, una tenda pesante e bagagli sul tetto. Il camping era la forma più democratica per consentire ad una famigliola di prendere il largo: arrivare al sud della nostra bella penisola, col suo mare vero, liberare le bambine sulla spiaggia e, di tanto in tanto, assaporare il senso del tempo, anche attraverso la scoperta di borghi abbandonati, di siti archeologici impressionanti, dove il fascino della rievocazione ti disloca nel brivido autentico di epoche tramontate. Cito volentieri una poesia di Norbert Conrad Kaser, un altro viaggiatore con poche lire in tasca ma innamorato inesausto della nostra antica civiltà. Basta il suo contatto con l’immagine, magari quella di un antico affresco che rappresenta una ragazza ammiccante, per suggerirci l’idea che attraverso l’arte si può varcare lo stargate del tempo:

fanciulla romana dagli occhi
spalancati
               apri
                     la bocca
che di fragole ho per te
               apri 
                     la bocca
sentirti vorrei

fanciulla mia romana
chi sa
        se già
                viva o morta
sei
apri la bocca racconta

non esiste per noi una vita
non esiste per noi una casa
un tetto un prato
i tempi 
ci separano 

“Papà, perché andiamo sempre a vedere le pietre?” mi chiedeva con ingenuità una delle mie bambine. Con qualche favola lo scenario scarno, altrimenti incomprensibile, prendeva anche per le mie piccole il colore della fantasia come in un teatro vivo.

Il viaggio è confronto: magari puoi scoprire in Iran che la gente ti assomiglia, che gli stereotipi valgono per alimentare le fratture politiche; la mitica precisione dei tedeschi, invece, può rivelare una irremovibilità utile a coprire le insicurezze.

Quest’anno ho scelto di visitare le Fiandre, complice il caldo ossessivo e un biglietto Ryanair che costava quanto qualche viaggio in vaporetto a Venezia.

Inevitabili i confronti col Bel Paese: certo noi abbiamo una cucina meno pasticciata, certo il caffè è inspiegabilmente caro e di gusto scadente, certo ti propinano dovunque i cioccolatini realizzati a mano che fanno bella mostra come pezzi da gioielleria. Certo lassù ti offrono delle patate fritte, le frites, così come noi ostentiamo orgogliosi l’arte della pizza.

Con prudenza veneta, non si sa mai, avevo infilato nel portafoglio qualche banconota in più: chissà mai lassù come funzionano i bancomat… Così scopri che persino per andare a far la pipì a un euro, nelle toilettes pubbliche, devi usare la carta di credito. Il contante è praticamente bandito ovunque; penso ai nostri “illuminati” governanti: ci hanno costretti a credere che dobbiamo disporre fino a 5.000 euro sonanti, altrimenti si blocca l’economia (sommersa).

Il traffico nel territorio belga è alleggerito da una rete impressionante di collegamenti con mezzi pubblici vantaggiosi. Il resto lo fanno le onnipresenti biciclette in quantità quasi incredibile.

Ai margini del mare del Nord manca il calore torrido del sole e una pioggia leggera ti sorprende ogni quando, per scomparire subito com’era venuta.

Mi sono riservato questi ultimi capoversi per parlare di paesaggio e un poco d’arte. La campagna è sterminata, infiorata di mucche bianconere e cavalli al pascolo. Se il Veneto è rappresentabile come un’ininterrotta urbanizzazione che strangola i campi, con i suoi quartieri e i capannoni disseminati senza regola apparente, nelle Fiandre si apprezza la separazione tra ambiente agricolo e la città o il borgo. Se in Italia l’architettura è una continua scoperta di personalizzazioni individualistiche, lassù prevale il senso della coralità: case basse, graziose e persino monotone.

Anversa incarna il cuore economico, ma l’anima fiamminga la scopri soggiornando a Bruges, Brugge nella loro lingua impraticabile. La città, dalle dimensioni approssimative di Treviso, è un unicum: tra le viuzze e i canali si respira appieno l’atmosfera suggestiva di un medioevo gotico mai concluso che impone anche alle nuove costruzioni un aspetto coerente, e dunque neogotico: riconosci il gusto dei quadri ingenui dei Bruegel, ti coglie un sentimento romantico e sei felice quando accanto a te hai la tua compagna che ti segue per le piazzette animate, nei musei che sembrano vivi. Gli infiniti scorci dai ponti aprono sui canali navigabili, tra stuoli di cigni candidi, mentre i piccioni si rifugiano sulle statue, oltre le guglie e gli archi rampanti di parrocchiali austere, dai campanili che sfidano l’altezza. La città ha conosciuto soltanto due secoli di floridezza inimmaginabile, assimilabile seppur più breve, all’epoca d’oro veneziana: qui arrivavano e ripartivano le merci più preziose, nelle locande si incontravano i cambiavalute. Col benessere si è innestata tra le famiglie benestanti, nel solito copione, la gara ad appropriarsi della bellezza: Jan Van Eick, Hyeronimus Bosch, Quentin Massys, Gerard David e innumerevoli altri maestri. Il gusto del particolare nella pittura, delineato con precisione da miniaturisti, la dolcezza dei volti tratteggiati, la sontuosità anche nella vita ordinaria.

Anche lassù la solita definizione stucchevole: Bruges come “Venezia del nord,” tributo non dovuto per una realtà completamente diversa e originale. Dove la presenza dei canali non basta a giustificare l’accostamento improprio. Se Venezia fosse una Bruges del sud, definizione altrettanto farlocca, mancherebbe di un particolare invidiabile: l’arte della manutenzione. Bruges appare scintillante come una città nuova e non esistono muri scrostati, intonaci precari, tinte usurate, inferriate rugginose. Proprio ciò che manca alla nostra stupenda città millenaria che vive la sua eterna agonia, cullandosi nelle tinte sdilinquite, nella corrosione che incanta poeticamente e intanto immalinconisce nel degrado affaristico.

Roberto Masiero
Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta e Dragan l’imperdonabile.

5 COMMENTS

  1. Bellissimo articolo. Manca la descrizione del groppo in gola che si prova, almeno per me, quando si rientra nei “non luoghi veneti”.

  2. Avendo viaggiato prima a sbafo (autostop a sfare) e poi al risparmio (vecchia Fiat 500 con 4 persone a bordo), pur di viaggiare, ti capisco benissimo!
    Mi mancano quei viaggi, anche se ancora adesso bicicletta e campeggio rappresentano la mia vacanza ideale, ma non c’è più quella condivisione e quel gusto dell’avventura che c’era allora.
    Il Belgio mi manca: dopo averti letto lo metterò nella mia lista dei desideri

  3. Ciao Roberto, buon viaggio e buone vacanze nelle Fiandre, ti immagino ancora la, grazie alla rete puoi condividere pensieri e foto.
    Questa è la rete che mi piace, che mi appare democratica, umana, utile.
    Molto meno, o proprio per nient, quella del bancomat per pagare in caffè.
    Forse nn ci pensi ma per pagare quell’euro di transazione è stata consumata energia elettrica, server si sono attivati in diverse parti del mondo, software e hardware hanno lavorato e questi ultimi si sono un po’ consumati (pochissimo), tutto questo richiede e consuma risorse, anche se noi non lo percepiamo e vediamo solo la facilità con cui otteniamo qualcosa.
    Internet è altamente energivoro, inquinante, impattante, ma la spazzatura è abilmente nascosta sotto il tappeto (lo racconta bene il giornalista d’inchiesta francese Pitron, in questo libro pubblicato dall’università LUISS, https://luissuniversitypress.it/pubblicazioni/inferno-digitale/)…
    Non sono mai stato nelle Fiandre e confesso che rispetto al viaggio… Io ho viaggiato poco, ho preferito viaggiare attraverso i libri, che come ben sai anche tu, hanno uno sguardo a volte molto generoso e ampio, ma anche necessariamente parziale, le persone, le percezioni ti arrivano in maniera indiretta e mediata dalla scrittura, dall’autore… Dove sono anche solo gli sguardi di chi incontri x strada…?
    Viaggiando in alri paesi piuttosto misuriamo i limiti nostri, quanto e quando riusciamo ad uscire almeno un po’ dall’abitus del turista per essere più persona? E’ possibile farlo? Fino a quanto e fino a dove? Difficile misurare questo passaggio… Ma già porsi queste domande può aiutare… confesso che anch’io sono attratto dalla città pulita e “scintillante”, dove non trovi un muro scrostato neanche a pagarlo, come le Fiandre, o come sono i borghi dell’Alto Adige, in Italia, che tu ben conosci, e su cui hai scritto anche nei tuoi romanzi, con i prati rasati e i fiori alle finestre. Come non essere attratti, da questa bellezza, che poi in fin dei conti è una cosa nuova, un prodotto della modernità: se ci mettiamo a scartabellare le foto dei paesaggi e di questi ambienti di pochi decenni fa, scopriamo un mondo molto diverso, molto meno scintillante, più sporco, molto meno attraente, con i muri scrostati, le mani callose, i visi sporchi e unti e stravolti per la fatica degli abitanti… Un mondo più simile a quello umano e un po’ sordido raccontato da Simenon che a quello della narrazione che oggi un po’ ci ipnotizza delle grandi bellezze ed eccellenze enogastronomiche… io mi sono reso conto, mi sto rendendo conto, che è una bellezza irreale, perchè non ha niente a che vedere con la realtà, è una nostra proiezione, come Gardaland, Disneyland, con l’aggravio che gardland e disneyland non sono mai state vere città, ma qualcosa di totalmente inventato costruito da zero… E arrivo a Venezia: non mi ci trovo con la tua critica, e sto dalla parte di Venezia che si mantiene sporca nonostante sia una delle prede più ambite del turismo industriale. Temo che la “manutenzione” che invochi e che mancherebbe sarebbe in linea con la sua disneyzzazione. E un po’ sicuramente lo è diventata, una disneyland, ma ancora resiste, con i suoi abitanti che si spostano a Mestre per affittare le camere ai turisti, perchè alre risorse non ci sono in questa città piegata al turismo come un cucchiaino di Uri Geller dalla politica e dalle imprese che gestiscono i suoi hotel. E come accadeva con Uri Gheller politica e imprese stanno barando e hanno sempre barato. Questa non è ricchezza: è un’illusione, è il gioco di prestigio che incatena da anni Venezia.

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