Essere in disaccordo con i fatti della realtà è legittimo. Negarli no. La società occidentale moderna ha scelto (più o meno consapevolmente) l’iniziativa economica privata come principale motore della propria sopravvivenza e del proprio benessere. Questo è un fatto. Esservi in disaccordo è legittimo, negarlo no. Nessuna fede ideologica dovrebbe accecare al punto da far negare la contingenza in cui tutti viviamo, che nello specifico consiste in uno scenario storico ormai ultradecennale in cui lo slancio imprenditoriale privato, motivato dal desiderio di creazione di un profitto anch’esso privato, ha preso il timone dell’economia industriale e post-industriale. In questo scenario, la società civile ha aperto le proprie porte a questa incessante danza di competizione e conflitto, con la speranza di poter beneficiare di rimbalzo dei frutti. Profitti privati, beneficio pubblico. Uno slogan efficace, indubbiamente. In conseguenza di tale scelta i governi, vale a dire le strutture organizzative della società civile, hanno assunto il ruolo di guardiani silenziosi incaricati di vigilare sulla sicurezza del sistema fin qui descritto, cercando di limitarne gli eccessi – quelli più evidenti, quantomeno – e instaurando delle “reti di protezione” più o meno efficaci a supporto di coloro che dalla danza venivano calciati via e calpestati.

Questa introduzione, necessaria per quanto boriosa, ci porta al ruolo che in tutto questo ha giocato il Veneto – più in generale, il Nordest. Mille anni di storia della Repubblica Serenissima, uno stato basato sull’importanza delle attività commerciali, sono un’inevitabile presenza nella cultura e nell’inconscio collettivo, e così è stato anche per le generazioni di uomini e donne del Nordest vissuti nell’era industriale e post-industriale. L’iniziativa imprenditoriale privata, e molto spesso familiare, è stata il motore incontenibile che per decenni ha trascinato il Nordest oltre le devastazioni belliche in una nuova era di benessere economico. Con lungimiranza? Non sempre. Con azioni coordinate? Difficilmente. Con desiderio di profitto più immediato possibile? Ovviamente. Tuttavia, il benessere era tangibile e innegabile per tutti, a prescindere dalle posizioni ideologiche: nei giardini delle case scomparivano le galline e apparivano le station wagon, i salotti si arredavano con il televisore oltre che con il crocifisso, nelle famiglie di lavoratori infaticabili e a malapena alfabetizzati arrivavano nuove generazioni di giovani diplomati o addirittura laureati. L’economia basata sull’interesse privato insomma, o per definirla in maniera più semplice l’economia capitalista, aveva dato al Nordest un’energia senza pari per evolvere e prosperare.

Ma si trattava effettivamente di una nuova energia vitale o solo di una spinta straordinaria che, per quanto possente era destinata ad esaurirsi? In altri termini, e tornando a collegarci con il tema introduttivo – questo panorama di slancio economico che dalla somma di interessi privati medi, piccoli e piccolissimi aveva portato ad un benessere generale e condiviso era effettivamente un modello sostenibile e riproducibile, o era una fiammata alimentata dal contesto storico che in quel contesto stesso trovava il suo limite?

L’attuale generazione di adulti e giovani adulti del Nordest, cresciuta ascoltando le storie dei propri nonni e genitori e di come essi abbiano creato quasi dal nulla motori economici (leggi “imprese”, o come spesso si usa dire in Veneto “ditte”) che hanno creato ricchezza, valore e lavoro, si trova ora nella situazione in cui anche volendo non ha la possibilità di ripetere il modello attuato dalle due generazioni precedenti. Cos’è cambiato? Tutto.

Il mercato si è esteso fino a diventare globale, e pertanto globale è anche la competizione. La complessità tecnologica necessaria per la produzione dei beni richiesti dal mercato negli ultimi vent’anni è cresciuta enormemente, facendo crescere proporzionalmente il livello di capitale da investire per avviare un’attività industriale e creando quindi una severissima barriera di entrata per nuovi imprenditori. La legislazione, nazionale prima e Comunitaria poi, ha raggiunto livelli di dettaglio un tempo impensabili, limitando moltissimo gli spazi di manovra senza al contempo fornire equivalenti supporti per l’attività d’impresa. A sommarsi a tutto questo, una poco encomiabile e tristemente diffusa nel Nordest idiosincrasia per l’idea di “fare rete” e aprire alla possibilità di soluzioni organizzative più grandi e articolate del caro vecchio “questo ze el mio”.

I sopra citati adulti e giovani adulti del Nordest si trovano quindi a dover affrontare un grande interrogativo. Dal momento che sembra difficile vedere una valida alternativa all’iniziativa economica privata come motore sociale, che futuro può avere l’imprenditorialità in questa terra? Siamo disposti e disposte a mettere in discussione i modelli che ci sono stati insegnati per concepirne di nuovi, in cui l’individualità deve bilanciarsi con la flessibilità necessaria a sopravvivere e, con impegno e fiducia, prosperare? La cultura imprenditoriale e produttiva nordestina è un tesoro prezioso che merita di essere salvaguardato e portato nella prossima era della storia – ma non c’è evoluzione senza cambiamento, e non c’è cambiamento senza sacrificio.

La discussione va affrontata subito, la decisione va presa al più presto, poiché il prezzo dell’apatia sarà vedere ciò che è stato costruito in decenni di storia venire venduto pezzo dopo pezzo su Amazon. E non sarà il Nordest a incassare il ricavato.

Enrico De Zottis
Enrico De Zottis Nato a Venezia nel 1987 e cresciuto a Mogliano Veneto, da oltre un decennio si occupa professionalmente di Gestione delle Risorse Umane presso aziende multinazionali. Ad oggi vive e lavora a Lione (Francia). Nel tempo libero si dedica allo studio di tematiche socio-economiche, oltre che alla musica e al trekking. Ha conseguito la Laurea Magistrale in Giurisprudenza a Padova e un Master in Analisi Economica a Roma.

2 COMMENTS

  1. Leggendo l’articolo di Enrico De Zottis sull’imprenditoria e il lavoro, mi sono ritrovato profondamente in sintonia con le sue parole. Durante i miei oltre 40 anni di attività imprenditoriale, ho sperimentato le sfide e i cambiamenti di cui l’autore fa riferimento. Condivido appieno l’importanza dell’iniziativa economica privata nel determinare il benessere e la prosperità di una società. La cultura imprenditoriale nel Nordest, di cui faccio parte, ha avuto un ruolo significativo nella creazione di ricchezza, valore e opportunità lavorative. Personalmente, ho affrontato momenti di solitudine e ostinazione nel perseguire i miei obiettivi imprenditoriali. L’articolo evidenzia in modo convincente l’importanza di trasformare il concetto del “Mio” e dell'”Io” in un “Noi”, in cui l’azienda diventa il fulcro dell’azione sociale comune. Credo fermamente che solo attraverso una maggiore collaborazione e condivisione di conoscenze possiamo creare un sistema imprenditoriale che contribuisca al benessere collettivo. Desidero ringraziare Enrico De Zottis e il “ Diario On Line” per aver affrontato queste tematiche in modo stimolante e aver suscitato una riflessione profonda sulla nostra esperienza imprenditoriale nel contesto attuale.

  2. “Siamo disposti e disposte a mettere in discussione i modelli che ci sono stati insegnati per concepirne di nuovi, in cui l’individualità deve bilanciarsi con la flessibilità necessaria a sopravvivere e, con impegno e fiducia, prosperare?”

    Sinceramente ho i miei dubbi, quantomeno che possa essere un modello diffuso

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