Ci sono modi diversi di impostare la propria vita, ci sono angolazioni opposte con cui immaginare l’azione politica e anche la legge. Del resto l’umanità può essere valutata con lo spirito pessimistico di Hobbes (homo homini lupus), in continua aggressiva logorante competizione o recuperando, magari, la citazione meravigliosa di una bambina che non c’è più, Anna Frank: “È molto strano che io non abbia abbandonato tutti i miei sogni perché sembrano assurdi e irrealizzabili. Invece me li tengo stretti, nonostante tutto, perché credo tuttora all’intima bontà dell’uomo. Mi è proprio impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria e della confusione.”

Tener fede al proprio sogno, credere in un’umanità buona da salvare, anche se e quando le contingenze della vita sembrano negarlo, è la polvere magica di cui dovrebbe cospargersi chi si occupa di politica. È fondamentale questo atteggiamento, chiamiamola visione, nella costruzione di un progetto che guardi avanti e non solo fino al limite delle proprie scarpe. Questo governo ha ottenuto dagli italiani un assegno in bianco, il popolo gli ha affidato una maggioranza che potrà contare su una stabilità pluriennale, tale da consentire di realizzare programmi che possono veramente rivoltare il Paese ed avviarlo sulla strada di un progresso umano e sociale gratificante, senza guardarsi le spalle condizionato da elezioni imminenti.

La favorevole circostanza, per uno stato indebitato come il nostro, di avere un gruzzolo di oltre 200 miliardi da spendere per rilanciarsi, è una situazione irripetibile. Consideriamo che le precedenti manovre di bilancio non hanno mai goduto storicamente di disponibilità che andassero, grossomodo, oltre i magri 30/40 miliardi per anno: spiccioli, a confronto. Ora la sorte gli assegna il compito alto di ripristinare la voglia di vivere nei suoi abitanti preoccupati: aiutare i giovani a credere in questa nazione che hanno smesso di considerare; sottrarre dalla povertà crescente le famiglie, restituire dignità alla sanità pubblica, rimettere in sesto l’ambiente, rilanciare i diritti e la dignità nel lavoro.

Non a caso ho evitato di citare gli obiettivi in chiave economica, perché l’economia deve essere lo strumento con cui sollevare dall’abbruttimento una società moderna e non, viceversa, soggiogare le vite al suo vassallaggio.  Per capirci, banalmente, è una questione di valori non monetari: andare al mare dovrebbe essere un piacere, per il puro benessere della gente, e non l’espediente, concepito in funzione di far guadagnare di più gli operatori economici e compagnia cantante.

È una questione di prospettive che determina scelte politiche talvolta divergenti: per restare nell’esempio ha a che vedere con i servizi, con l’urbanizzazione, col sistema dei prezzi, con l’ambiente e il verde, eccetera. Non nego l’importanza dell’economia, ma rinnego con forza la deviazione patologica, utilitaristica, che ha contaminato il senso dello Stato. Di un diritto alla felicità si parla dalla notte dei tempi e se gli Stati Uniti l’hanno recepito in Costituzione, nel nostro paese i giuristi illuministi ne sono stati tra gli ispiratori (Verri, Filangieri, il Gran Duca di Toscana Leopoldo 1°, per citarne alcuni).

La nostra Costituzione ne incarna lo spirito, ma non lo cita esplicitamente. Ecco, allora, una curiosità: il 23 dicembre 2019, ad iniziativa di alcuni onorevoli della destra, tra cui spiccano tra i firmatari i nomi di Meloni Giorgia, Lollobrigida Francesco, è stata rubricata la proposta di legge Bellucci e altri (atto camera 2321), con cui si propone di modificarla, inserendo all’art.1 il riconoscimento del diritto alla felicità.

Argomentando, il testo accompagnatorio dice: “…In sostanza, la felicità è un insieme di emozioni e sensazioni del corpo e dell’intelletto in grado di procurare benessere e gioia per un periodo più o meno lungo della nostra vita, e che si raggiungerebbero anche attraverso l’accettazione del «diverso» e la tranquillità nello stare insieme con gli altri. Riconoscere questo vincolo solidale ci completa e realizza come persone e ci consente di raggiungere quella felicità individuale che porta alla felicità collettiva di cui parlava Filangieri, indicandola come scopo delle leggi e dei governi. Una felicità, quindi, che non assumerebbe solo i connotati di un diritto, ma anche quelli di un dovere verso noi stessi e verso gli altri. (…omissis) La presente proposta di legge si propone, pertanto, di introdurre esplicitamente il diritto alla felicità quale diritto inviolabile, riconosciuto e garantito dalla nostra Carta costituzionale.

Ecco il testo proposto:

Art. 1.

  1. L’articolo 3 della Costituzione è sostituito dal seguente:

Art. 3. – Tutti i cittadini hanno diritto di essere felici, hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno godimento del diritto alla felicità, lo sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

A una così ecumenica manifestazione di fede nel diritto alla felicità dovrebbero seguire azioni conseguenti, soprattutto sul piano del solidarismo. Invece, salito in sella il nuovo governo della destra, assistiamo a un replicarsi di atteggiamenti che sembrano mortificare tali encomiabili principi teorici. Oppure l’idea di felicità andrebbe corretta in un più realistico “felicità per qualcuno”: nei fatti sembra strizzare l’occhio a certi potenziali evasori (allargamento contante); di fatto ostacola i salvataggi dei migranti da parte delle ong (porti di destinazione allontanati e limitazione imbarchi). Ora riduce drasticamente l’accesso al reddito di cittadinanza, spingendo rischiosamente una massa di diseredati verso la possibile illegalità.

Per un governo che si definisce cristiano e a favore della famiglia, non è proprio atto di coerenza espandere la fascia di insicurezza (allargamento delle maglie per i contratti a tempo determinato, ampliamento dei voucher e dei limiti di età per l’apprendistato). E non è certo una compensazione sufficiente aver abbattuto il cuneo fiscale, riconoscendo pochi euro mensili in busta paga (ca. da 30 a 75 euro netti) e soltanto per una manciata di mesi (luglio-dicembre 2023): come faranno i giovani a farsi delle famiglie e a procreare, se su di loro pende la spada di Damocle di un eterno precariato? Questo governo nemmeno si trincera dietro ad uno stile digeribile, sfidando i sindacati (convocazione a giochi fatti sulla legge finanziaria) e con le battute sul concertone del 1° maggio, del tipo: mentre “loro” cantano, noi lavoriamo.

Specie da parte di qualcuno, dotato di speciale raffinatezza (inutile citare il nome) è in uso una narrazione, ad effetto, che pare provare un godimento freudiano, mentre insiste sui risvolti punitivi delle nuove norme. Quel qualcuno sembra proprio capitato in un mondo strabico, dove individua “furbetti” ovunque: magari annidati sulle barche di latta che giungono sulle nostre coste, se non annegano prima, o delle schiere enormi (detto con ironia) di scansafatiche che si rifiutano di lavorare, pur di beccarsi il misero sussidio. Si comporta come il cattivo maestro che, per colpire qualche marmocchio indisciplinato, mette sadicamente una nota a tutta la classe.  

Dunque, con buona pace di tutti noi, è il caso di riporre in un cassetto il richiamo costituzionale ad una felicità che svanisce già, mentre se ne chiacchiera a sproposito. Meglio richiamarsi a Trilussa, che sapeva accontentarsi:

C’è un’ape che se posa
su un bottone de rosa:
lo succhia e se ne va…
Tutto sommato, la felicità
è una piccola cosa
Roberto Masiero
Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta, Dragan l’imperdonabile e Il mite caprone rosso. Vita breve di norbert c.kaser.

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