Il calendario segna esattamente cento anni fa. E’ il 1923. Miroslav Krleža, un giovane polemista e drammaturgo di Zagabria, dà alle stampe una raccolta di novelle antimilitariste intitolate “Il dio Marte croato”. In esse rielabora, a distanza di sette anni, la sua personale esperienza di atipico soldato dell’esercito imperiale austro-ungarico mobilitato nella Grande Guerra, da cui si salva anche grazie a una insidiosa tubercolosi che lo costringe a lunghi periodi di cura lontano dal fronte.

“Io sulla mia pelle non ho mai sentito alcun orrore della guerra e non ho mai avuto così tanta paura da dover poi diventare poeta antimilitarista per un trauma personale- chiarisce nell’introduzione -. Semplicemente mi hanno sempre fatto ridere i cannoni e i soldati e penso di non aver mai riso così tanto come in Galizia durante l’offensiva di Brusilov (comandante dell’esercito zarista russo, all’attacco nel 1916 sulla linea oggi a cavallo fra Polonia e Ucraina, ndr). Ero stanco guardando le sfilate e quella misera carnevalata umana. Tutto quello che accadeva intorno a me sembrava stupido e indegno per l’uomo e della profondità di quella indegnità ero conscio e spietatamente tranquillo”. E poco oltre confessa la sua difficoltà a ricostruire “quella grande sproporzione tra credenze e illusioni e l’orribile serietà della realtà, tutte queste tristezze per i volti cari scomparsi e scaraventati altrove da un turbine di sofferenza”.

Chissà che effetto farebbero queste stesse parole scritte cento anni dopo, nel Donbass stretto tra due fuochi, da un reduce parimenti stufo di Putin e di Zelensky, di propaganda russa e grancassa ucraina. Probabilmente, complice il clima da mobilitazione permanente dei talk show amplificato a sua volta dalle faziosità contrapposte dei social, il nostro autore vivrebbe il suo momento di tempesta mediatica perfetta, insultato da tutti per lesa maestà patriottica, forse appena attenuata da qualche soffocata solidarietà pacifista.

Ma qui siamo un secolo fa. Quello breve e intenso delle più spaventose tragedie dell’umanità condensate in pochi decenni. Quello di due conflitti mondiali in vent’anni, quello della fioritura dei nazionalismi intransigenti e autoritari, delle dittature più feroci e razziste, delle ideologie più messianiche e funeste. Qui non abbiamo a che fare con un intellettuale double-face, megafono di verità prefabbricate e abile nel cavalcare l’onda giusta al momento giusto, cercando la scorciatoia per un facile successo. Qui parliamo di Miroslav Krleža, che del Novecento è stata una delle voci letterarie più libere, colte, visionarie e preveggenti. Anche se ancora poco conosciuta alle nostre latitudini occidentali, se non per una folgorante definizione dei popoli fratelli-coltelli della “fu” Jugoslavia destinati qualche decennio dopo a scannarsi per lasciarsi con una buona dose di rancore: “Serbi e croati sono la stessa merda di vacca spaccata in due dal carro della storia”. Non solo. Come spiega con grande chiarezza Silvio Ziliotto in “La sentinella del piccolo popolo” (“Infinito edizioni” 2019, pagg. 196, euro 14,00), Krleža, nato nel 1893 a Zagabria, era un intellettuale dal forte spirito critico, anticlericale e antisistema, nutrito di ideali slavo-unitari e socialisti come di una vasta cultura e di una visione europea, che ha vissuto da protagonista quattro traumatici passaggi di sovranità e i drastici cambiamenti sociali e culturali intercorsi in meno di un trentennio – fra il 1918 e il 1945 – in una terra estremamente complicata come i Balcani occidentali. Crocevia per destino storico fra Oriente e Occidente, cristianità e islamismo, imperialismo asburgico e ottomano.

Ci voleva un saggio dalla prosa stimolante e dalla forza divulgativa come quelle dimostrate da Ziliotto, traduttore e insegnante della lingua croata, serba e bosniaca, per riuscire a farci desiderare un incontro letterario ravvicinato con Miroslav Krleža, entrando dalla stessa porta degli addetti ai lavori. D’altronde, come non restare affascinati dall’ l’incredibile storia di un letterato poliedrico e poliglotta (“l’uomo che visse sette vite”, come recita il sottotitolo), che scriveva a getto continuo poesie, racconti, romanzi, saggi, drammi e persino – nell’ultima fase – sceneggiature per il cinema, fustigatore delle nomenklature e del potere quando è incapace di farsi interprete delle autentiche esigenze del popolo.

Un “piccolo popolo” quello croato, certo, entrato a far parte del calderone jugoslavo nel 1918 per uscirne – a parte i quattro anni folli e sanguinari fra 1941 e il 1945 della dittatura ustascia filonazista – solo nel 1991, entrando in guerra con i cugini serbi, i rivali di sempre. “Sentinella” sì, di un popolo di 4,5 milioni di abitanti alla ricerca di una identità netta e separata laddove la storia, la lingua e la composizione mista dei territori, parlavano di pluralità, di incontro, di compromesso e di solidarietà transnazionale. Ma anche custode di una cultura più ampia, unificante delle singole identità balcaniche, che nella fase finale del comunismo titoista gli valse la nomina a curatore dell’Enciclopedia Jugoslava.

Quello che non viene perdonato a Krleža, nella Croazia oggi inserita a pieno titolo nell’Unione Europea, è proprio il suo passato di intellettuale diventato in qualche modo organico al disegno unificante degli slavi del sud voluto dal dittatore comunista Tito, a dispetto dell’ostilità e del disprezzo manifestati per il regime fascista di Pavelić, oggi viceversa pressoché completamente (e ai nostri occhi incomprensibilmente) riabilitato. Dimenticando che i partigiani comunisti avevano giurato di ucciderlo, per le sue ferme critiche antistaliniane, qualora gli avessero messo le mani addosso. Nessuno, tuttavia, spiega Silvio Ziliotto, neppure il suo “piccolo popolo”, può negare la grandezza letteraria dell’autore delle irriverenti “Ballate di Petrica Kerempuh”.

L’opera in cui un antico dialetto popolare croato viene resuscitato, impastato e nobilitato con la lingua dell’arte, per immortalare la disperazione e l’ingiusta condizione vissute dai servi sottoposti alle angherie dei potenti, quando era il diritto divino e il capriccio giudiziario a stabilire le regole della convivenza umana.“Perché ci siamo ribellati e siamo insorti? Perché altro non sapevamo fare, perché altro non potevamo fare! E che potevamo fare?”, urla il condannato prima di soccombere alle torture, consegnando all’eternità il suo “gospel” della sofferenza.

Valerio Di Donato
Valerio Di Donato, giornalista e scrittore. Ha lavorato a lungo al "Giornale di Brescia", occupandosi di politica interna e estera approfondendo in particolare le vicende dell'area balcanica. Ha pubblicato due libri: "ISTRIANIeri. Storie di esilio", uscito nel 2006 con "Liberedizioni" di Gavardo, una serie di racconti di vita vissuta concernenti la storia degli esuli giuliano-dalmati e non solo. Nel 2021 ha esordito nel romanzo storico con "Le fiamme dei Balcani", per i tipi di "Oltre edizioni" di Sestri Levante.

3 COMMENTS

  1. Il libro merita davvero, perché è raro trovare un saggio di letteratura che sappia avvicinare a un autore straniero complesso e poco conosciuto, seppur geniale, il pubblico dei non addetti ai lavori. C’è dentro la biografia, la storia, del personaggio, del suo Paese, della sua epoca, dell’Europa di mezzo, dei Balcani fra le due guerre, durante la Seconda guerra mondiale, della fu Jugoslavia. E tanti stralci delle opere, pensieri, folgoranti intuizioni di un grande intellettuale croato. Grazie per l’apprezzamento.

  2. Erano gli anni Cinquanta.
    Gli anni in cui la regina Elisabetta II saliva al trono d’Inghilterra, e in America, nasceva il rock ‘n roll.
    Gli anni della nascita della Comunità Economica Europea.
    Gli anni che precedevano il boom economico in Italia e iniziava l’espansione del settore industriale.
    Gli anni della nascita della televisione, e gli anni in cui Trieste, tornava all’Italia.
    Gli anni dove, al di là dell’Adriatico, in Istria, il Maresciallo Tito, amava trascorrere le sue vacanze, giocando a scacchi, con l’amico Miroslav Krleza.
    Miroslav Krleza: lo scrittore, il poeta, il regista, ed il saggista, la cui storia, è raccontata nel libro “La sentinella del piccolo popolo – storia di Miroslav Krleza, l’uomo dalle sette vite -“, per Infinito editore, di Silvio Ziliotto, con prefazione di Silvio Ferrari, e postfazione di Roberto Borghi.
    Traduttore, e insegnante di serbo, croato, e bosniaco, studioso di letterature balcaniche, Silvio Ziliotto, classe 1971, con professionalità, e passione, ci guida alla (ri)scoperta di una delle figure più influenti, del mondo culturale jugoslavo, che guardava all’Europa.
    Miroslav Krleza, l’intellettuale di origini croate, nato a Zagabria nel 1893, e che morirà sempre a Zagabria, un anno dopo Tito, il 29 dicembre 1981, che considerava il vecchio continente, come una rete che univa tutte le sue nazioni, dando voce anche ai popoli più piccoli, contribuendo così al “sapere europeo”.
    Sapere europeo, considerato un’ Arte, un lume, a rischiarare il cammino dell’uomo, attraversato dall’oscurità; “(..)una stanza nei piani più alti dell’edificio umano, dove si suona della buona musica, dove ci sono quadri e libri, quindi una sorta di rifugio dal disordine e dalla brutalità della casa stessa e dell’ambiente circostante (..).
    Miroslav Krleza, secondo il quale “(..) quando una letteratura in sordina inizia a celebrare in modo patetico la tradizione, questo è l’inizio della sua fine: il segnale certo della decadenza della mente e dell’ispirazione”.
    Il fondatore dell’Istituto lessicologico, e autore degli otto volumi, dell’Enciclopedia jugoslava.
    Il letterato di fede socialista, rimasto deluso dalle politiche dell’Unione Sovietica, in disaccordo con il Partito Comunista di Tito, con il quale conserverà sempre un’amicizia fraterna.
    L’uomo che ha sempre combattuto per l’autonomia delle proprie idee.
    Miroslav Krleza, l’uomo dalle sette vite.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here