Con pochi amici attempati, aggrappato all’asta della mia brava bandierina sventolante di Salviamo il Paesaggio (che recita anche lo slogan “è vita è cibo è futuro. Salviamo il suolo!”) mi sono avviato in corteo. Rispettosamente dietro ai ragazzi sfidanti e sorridenti: quelli che in partenza dal Liceo Berto manifestavano, così come s’è fatto in tutta l’Italia il 3 marzo, contro il degrado dell’ambiente e il bla bla bla inattivo della politica.

Riflettevo, come compete a quelli stagionati come me, mentre percorrevo il cammino verso il Parco del Sole (una circostanza casuale quel nome?), con un sentimento misto di tenerezza e solidarietà verso i nati nel nuovo millennio.

Fino qualche tempo fa, avrei provato anche uno stringimento di cuore e un poco di risentimento: misteriosamente non c’è stato un passaggio di testimone tra di loro e le irrequiete due generazioni che li hanno preceduti. Non dico che ho provato anche un poco di rimorso: le circostanze circoscrivono le responsabilità individuali, per aver mancato il trasferimento di un’innata determinazione a contrastare le ingiustizie. Del resto, di interferire non ci è richiesto e non è nemmeno giusto: l’inesperienza di chi vien dopo di noi – lo insegna la storia – è proprio la molla determinante che rende possibile realizzare un progresso, per strade nuove, in cui i vecchi non credono abbastanza o hanno fallito.

Eppure fatico ancora a veder liberati questi giovani dalla narcosi di una società globalizzata, consumista e solo in modo illusorio orientata socialmente: talvolta la nuova generazione (qui trascuriamo le ovvie eccezioni) pare vivere in una sorta di acquario delimitato da pareti trasparenti. Agganciati al mondo attraverso lo smartphone, avverto con tristezza che ognuno di questi ragazzi è abituato a stare in consapevole o, più spesso, inconsapevole isolamento, persuaso che sia impossibile lottare per i propri diritti: questa è la generazione del “tanto non cambia niente”. Pur essendo mediamente più istruiti, è come se avessero interiorizzato che, a dirla liricamente, ognuno sta solo sul cuor della terra e debbano risolvere privatamente i propri problemi. Spesso, dopo aver conseguito un diploma di laurea, sono costretti a far la valigia ed espatriare, se non vogliono finire come i protagonisti di quel film illuminante, drammaticamente comico e paradossale di Sydney Sibilia, intitolato Smetto quando voglio.

Dimostrano questa sfiducia, o impotenza, anche le solite teste bianche o ingrigite che affollano le riunioni dove ci si occupa politicamente della società. Esse registrano la contemporanea carenza dei ragazzi: così assumono il tono di commuoventi raduni dedicati ai reduci volitivi della contestazione.

Questo è un mondo rovescio, fatemelo dire! Dove gli anziani più consapevoli, per forza d’inerzia, continuano a ragionare su un domani che per loro è a responsabilità limitata; dove gli anziani mantengono con le proprie pensioni figli e nipoti dannatamente incapienti. I ragazzi non hanno il sostegno di fedi trascinanti in cui credere. Resta a loro un qualcosa di individualizzato che sfuma in generici buoni principi umanitari. Mantengono, fortunatamente intatto, il valore dell’amicizia e magari quello dell’amore. Non intravedono alcuna istituzione, di appartenenza collettiva, in cui depositare le proprie aspettative. Anche qui le eccezioni sono d’obbligo, quando penso ai giovani meravigliosi e pieni di coraggio che si impegnano, ad esempio, nel volontariato e dintorni.  Così anche le elezioni si rivelano un istituto svalutato e dunque (ahimé!) inutile, secondo la solfa che i politici sono tutti incapaci o corrotti.

Effettivamente vivono in un mondo spietato che ha sottratto loro la speranza nella programmazione. L’appartenenza sociale, tolte le occasioni di svago collettivo, non è più la base riconosciuta per organizzare una proposta/protesta e tentare almeno di limare le storture del mondo. È impressionante, ad esempio, come tollerino la precarietà divenuta istituzionale: senza più contratti di lavoro onesti e a tempo indeterminato, rappresentano un serbatoio di nuovi schiavi dagli orari spezzati che spaccano le famiglie, sono corridori nelle strade, come rider affaticati, o stagisti gratuiti del così intanto fai esperienza, eternamente: questa crudele instabilità è stata addirittura contrabbandata da un’ideologia furbacchiona  e padronale, quasi fosse un valore moderno che dona loro un’opportunità di cambiamento e prospettive proficue. In pratica li costringe a una vita col batticuore ansiogeno per il futuro. Non servono certo i congressi per capire che se le nuove coppie non fanno più figli è una questione di opportunità, di servizi, e non di oscure ragioni psicologiche o biologiche. Andatevi a vedere com’è la situazione in Francia, per capire che là non c’è pericolo di declino e allarmistiche sostituzioni sociali: le famiglie giovani sono contornate da figli che possono mantenere senza patemi d’animo.

 Il potere qui si fa valletto degli opportunisti, quando manca una schiera di gente tosta che spinge a rimettere sui binari giusti la società, talvolta anche con prese di posizioni dure: a reclamare almeno una felicità piccolina, quella possibile del welfare.

La democrazia vera non è un red carpet lindo, funziona se i cittadini lo spazzano e lo riparano continuamente: è un bene a cui fare manutenzione come si fa con un parco o una casa. Altrimenti si torna indietro: basta osservare come sta andando a pallino, nella generale dolente rassegnazione, lo stato sociale conquistato a fatica.

 Giorgio Gaber, uscito di scena da qualche anno, era rientrato ed aveva inciso una canzone che vi invito ad ascoltare: si intitola La razza in estinzione.

Trasuda delusione, ma può risuonare in modo tragicamente ironico come provocazione, pare quasi un manifesto di denuncia alla piattezza, all’apatia. Ci sono espressioni datate, ma sostanzialmente invita ad una riflessione, scuote: le generazioni della contestazione, delle piazze infiammate, parevano essere riuscite a costruire per tutti e stabilmente un mondo più vivibile. Si è verificata un’inversione reazionaria, sconfortante.

 Torniamo ai nostri ragazzi: hanno iniziato a occuparsi seriamente del clima su questo pallone gonfiato chiamato Terra, con cui viaggiamo tutti, perduti nel cosmo; la loro consapevolezza è davvero molto importante. Così il mio senso di delusione per come siamo diventati, dopo tante vicissitudini, lascia spazio alla speranza: il corteo composto, quasi silenzioso di 200 ragazzi è una promessa. Da qualche parte occorre cominciare per una rivoluzione pacifica, ma determinata, che può rigenerare la società. Mi tornano in mente delle parole solide: non quelle di un livoroso combattente, ma quelle intuitive di uno scrittore brasiliano, Fernando Sabino:

Di tutto restano tre cose 
la certezza che stiamo sempre iniziando,
la certezza che abbiamo bisogno di continuare,
la certezza che saremo interrotti prima di finire.
Pertanto dobbiamo fare:
dell’interruzione un nuovo cammino,
della caduta un nuovo passo di danza,
della paura, una scala,
del sogno, un ponte,
del bisogno un incontro.

Riprendiamo a riannodare i fili tra le generazioni e ricominciamo a sognare, anche a desiderare.

Roberto Masiero
Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta e Dragan l’imperdonabile.

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