Cosa ci resta, dopo il giorno della Shoah del 27 gennaio di ogni anno, dopo la commemorazione necessaria dello specchio spaventoso che sa offrire di sé stessa l’umanità, dopo aver risfogliato questo immane catalogo del peggio?  Mi chiedo ogni volta cosa ci rimanga dentro il cuore, di pietoso, di utilizzabile davvero oltre alla memoria storica, quale insegnamento pratico possa offrire come deterrente a non ripetere l’orrore. Ho paura a rispondere. E voi?

La macchina sociale che produce mostruosità si nutre ogni volta, in modo impercettibile e progressivo. Quando si avverte l’esplosione della bestialità, è quasi sempre troppo tardi. Non è necessario ricorrere agli esempi recenti che si affollano.

Giovedì 26 sono stato al cinema, il nostro rivalutato cinema Busan, che grazie a una programmazione intelligente è oggi un vanto del nostro comune. In proiezione c’era il documentario di Matteo Calore, Stefano Collizzolli e Andrea Segre, dal titolo Trieste è bella di notte.Il film presentava la “solita” storia del viaggio angoscioso che compiono dei ragazzi di altri paesi sfortunati, quasi sempre rigorosamente a piedi nella cosiddetta rotta balcanica, per entrare in Europa e tentare una sorte migliore. Detto così sembrano parole svuotate di peso e me ne dispiaccio: a percorrere questa via crucis dall’Afghanistan o dal Pakistan questa gente impiega anche alcuni anni.

Anni senza abbastanza soldi, senza scarpe adatte o proprio completamente senza scarpe, attraverso montagne impervie e dirupi, accontentandosi, a volte, persino di mangiare foglie secche per addormentare la fame. Questo viaggio al limite del sopportabile loro lo chiamano con beffarda ironia game, cioè gioco: un modo per rimuovere il concetto di rischio per quest’impresa titanica e con esso il timore.

Sono quasi tutti ragazzi che credono in Dio, si mettono nelle sue mani fiduciosi e al mattino di ogni giorno lo pregano: quel nostro unico Dio, posto che esista. Quando va bene, riescono a passare indenni le frontiere, filtrando per improbabili percorsi accidentati, col peso sulle spalle di trenta-trentacinque chili: tutto ciò che possiedono. Trieste è una meta, bella di notte, la prima tappa che li porterà, se sono fortunati in Francia o nel nord Europa.Per ricominciare a vivere civilmente.

Come sembra lineare questa mia succinta descrizione che non tiene conto del dolore alle ossa, dell’acqua bevuta nelle pozzanghere che provoca il vomito, della tristezza, dei vestiti laceri e non abbastanza confortevoli, della paura, dei parenti ormai lontanissimi, della condizione di ricercati.

Ci diciamo, per autoassolverci, che è una loro responsabilità il voler partire, sono loro gli imprudenti che scelgono di affrontare questi incredibili disagi. Ma ora entriamo in scena noi, la gente perbene, gli europei piuttosto ricchi, almeno a loro confronto, con la dignità delle proprie leggi, dei divieti opposti agli esclusi. Dura lex sed lex. Entra in gioco la nostra responsabilità di popolo, di italiani brava gente.

Perché si dà il caso che noi, da civili europei, deleghiamo altri a compiere in nostra vece dei veri delitti contro l’umanità. Formalmente non ci sporchiamo le mani, esattamente come fecero quei tedeschi che non hanno mai torto un capello ad un ebreo, ma erano silenti, consapevolmente conniventi coi loro capi aguzzini.

Per molto tempo, troppo, a Trieste i poveri immigrati che chiedevano di sottoscrivere la Protezione Internazionale, invece venivano caricati sui mezzi della nostra polizia, sbarcati in Slovenia e da qui dalle forze slovene riportati indietro oltre la prima frontiera: quella croata. Senza tanti complimenti i disgraziati qui venivano depredati di tutto: via gli zaini, via i cellulari, via i pochi soldi, via persino i lacci delle scarpe. Come se non bastasse venivano spesso picchiati, con ferri roventi martirizzati ai piedi, alle gambe. Venivano ricondotti fino in Bosnia, in un limbo senza speranza: Bihac. Questa storia di gratuita violenza è andata avanti fino a qualche mese fa, in dispregio al diritto internazionale.

Adesso la modalità è cambiata, ma il risultato è analogo. Così, appena possono, questi esseri umani ritentano il game pericoloso perché non ci sono alternative: non si parla del gioco inoffensivo dell’oca o della casella che retrocede al via nel monopoli.

Si tratta di persone, innocenti, piene di voglia di lavorare, spesso possiedono un titolo di studio, comunque uomini che la cristianissima Europa ha deciso di rifiutare e, come se non bastasse, anche di seviziare per interposta persona. Esattamente ciò che accade in Libia, nell’altro dei paesi dove si concentrano le speranze di questi figli disperati.

Mi vengono in mente le parole di Ungaretti, con cui chiude la poesia intitolata Sono una creatura: “la morte si sconta vivendo”. Talvolta la liberazione è proprio la morte, quella pietosa che in preda alla disperazione si augurano questi nostri ragazzi sconsolati: hanno occhi lucidi ma basta un bagliore di speranza per vederli sorridere, mentre affrontano le salite tra le crode, affondano nella neve.

La Shoah è imparagonabile per senso e dimensione e non desidero fare improvvidi accostamenti: la costante che si ripete, invece, è il cerchio di insensibilità che circonda chi non si sente colpevole delle ingiustizie perpetrate in punta di diritto e di legge dal proprio stato: uno scudo che è un muro dove la solidarietà, quando non sia soltanto un gesto generoso e una tantum, si infrange troppo spesso e con implausibili giustificazioni. Viviamo in una società che ha fatto dell’individualismo un vanto, gli altri sono soltanto il complemento alla realizzazione di noi stessi, altrimenti sono pietre d’inciampo al benessere, all’ambizione di distinguerci come elementi di una razza privilegiata.

Auguriamoci che non sia necessario ripetere ossessivamente gli stessi errori, prima di interrompere la nostra ferinità: gli animali hanno denti, aculei, veleno per offendere. A noi umani compete far sì che il cervello sia al servizio del bene. Banalmente.

Roberto Masiero
Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta, Dragan l’imperdonabile e Il mite caprone rosso. Vita breve di norbert c.kaser.

2 COMMENTS

  1. Treviso 30 01 2023 – Grazie di questo contributo. Bisogna guardare al presente ed al futuro con la vigile attenzione verso ogni forma di “razzismo” e di “ingiustizia sociale” che non può e non deve trovare cittadinanza in nessuna parte del mondo.

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