Nel giro di qualche decennio il popolo veneto è passato dallo stereotipo della figura del povero emigrante, a quella della servetta ignorante cinematografica e del carabiniere sempliciotto e bonario, a quell’immagine pubblica strutturata su una “razza” di lavoratori indefessi che hanno costruito per sagacia e coraggio anche una classe imprenditoriale di qualità ammirevole.

La regione Veneto si confronta abitualmente su parametri economici in linea con le maggiori realtà geografiche europee. Il cosiddetto “governatore”, detto più correttamente il Presidente della regione Zaia, elargisce ai media la propria rassicurante ricetta di benessere, sciorinando numeri e numeri, comunque e sempre da primato. Questo del Veneto first, clonato sullo slogan elettorale americano ripescato ultimamente da Trump, è diventato un tormentone abituale, persino stucchevole, e comunque non proprio corrispondente all’altra realtà dei primati negativi che pure ci riguardano. Eccome.

Ma, si dice nella teoria della pubblicità, che è quasi più importante la ripetitività del messaggio divulgato che non la sua qualità, per il successo e per farlo entrare in testa alla gente: già, la gente è fatta così, a volte preferisce l’illusione. E a furia di ripeterci che siamo i primi in tutto, noi del Veneto, finiamo proprio per crederci.

Quella del primato è però una visione motivazionale pericolosa: rischia di soffocare le evidenze di una debolezza di visione riguardo al futuro. I nostri padri, quando prendevamo buoni voti a scuola, infine ci dicevano che avevamo fatto nient’altro che il nostro dovere, e se erano brutti, apriti cielo… Questo atteggiamento misurato, tanto per abituarci a non sedere sugli allori.

Tornando alla nostra Regione, penso con preoccupazione all’insufficiente strategia politica vocata al buon vivere, non solo all’aggressiva competitività. La politica di una regione evoluta dovrebbe mirare, sempre, a fornire ai propri cittadini un risultato riassuntivo: quella scheggia di felicità possibile che scavalca l’economia, di cui quest’ultima costituisce il mezzo per ottenerla e non il fine.

Invece questa faccenda esasperata dei primati sbandierati rischia di assumere dei toni persino comici. Dopo Capodanno, il sindaco di Venezia Brugnaro esordiva soddisfatto in tivù, con toni enfatici: “il concerto di Capodanno dalla Fenice batte Vienna”.

Deliberatamente Zaia, da enciclopedia numerica qual è, ci esalta spiegando che siamo i primi nella produzione vinicola con 12 milioni di ettolitri, primi nella raccolta differenziata (76,1%), primi per ripresa del turismo. In questo periodo non c’è telegiornale regionale che non presenti interviste agli imprenditori turistici, a sciorinare record per numero di sciatori ospiti, di stranieri impazziti per il soggiorno ad una comunque desolante Jesolo Lido invernale, di commercianti soddisfatti dei saldi…

Troppo poco si parla del fatto che siamo quasi primi per incidenti mortali sul lavoro (dopo la Lombardia), che abbiamo un record consolidato per consumo di suolo fertile e oltre 11.000 capannoni abbandonati, che la nostra aria è tra le più inquinate d’Europa. Il paesaggio decantato è continuamente sfregiato da insediamenti incongrui, strade discutibili, proliferazione di centri commerciali: il Terraglio, nel suo piccolo, è un esempio tangibile di come si può rendere brutto uno dei viali potenzialmente più affascinanti. Ci sarebbero altri record da enumerare, come quello della crescita nella presenza affarista in Veneto di camorristi e mafiosi…

Per restare su parametri più innocui, sono usciti in questi giorni i dati relativi alla popolazione residente: ha iniziato nel 2021 una parabola discendente, visto che la natalità è in picchiata (tra 10 anni registreremo una perdita di giovani tra 0 e 18 anni di circa -95.000 unità) e considerando la reticenza ad accogliere immigrati si prospetta un territorio che assomiglierà sempre di più a una casa di riposo: secondo dati regionali nel 2021 c’erano 189 ultrasessantenni ogni 100 ragazzi tra 0 e 14 anni. Nel 2031 ce ne saranno 256 su cento ragazzi (fonte: tg Veneto del 17/01/2023).  Una risposta logica sarebbe l’aumento dei servizi: provate, per esempio, a verificare i tempi delle liste di attesa per ottenere una visita medica specializzata che non sia a pagamento e altre amenità simili.

Il Veneto è anche la seconda regione in Italia, con poco meno di 39.000 unità, nel recente quinquennio 2016-2020, per numero di emigrati all’estero di giovani in fascia d’età 18-39anni (fonte Centro Studi Impresa Lavoro).

Parliamo di ragazzi che non sono animati dalle motivazioni avventurose di un Marco Polo, ma di elementi vitali, acculturati, che non trovano spazio nel mondo del lavoro nostrano, se non adattandosi alla precarietà salariale o al ridimensionamento delle proprie legittime aspirazioni.

Per il presidente leghista la sua regione è come una Ferrari, mentre le altre sono più simili a una Fiat 500: come al solito è solo una questione di prospettiva. Basta intendersi.

Il decantato modello veneto meriterebbe finalmente di una opportuna messa a punto, proprio per individuare puntualmente altre priorità, su una scala di valori meno commerciale. La regione impresa non garantisce ai suoi abitanti quel quid aggiuntivo di benessere che ci si aspetterebbe da un territorio definito ricco; la sua popolazione in molti casi è regredita, dalla rispettabile agiatezza di una classe media ad una sempre più insidiosa precarietà che ne condiziona fortemente gli spazi di libertà: problema tanto più grave perché riguarda specialmente i giovani; come conseguenza, salvo qualche battito d’ali ecologista, essi sembrano nascondere la testa per terra come struzzi indifesi, o arrangiarsi in modo isolato e privato, piuttosto che guardare in faccia la politica.

Avremo mai anche in Veneto una classe dirigente dove l’economia, scienza preziosissima, sia però asservita allo scopo di idealità generose per il riscatto della gente comune, e non solo per favorire, a qualsiasi costo, l’imprenditorialità di successo? Abbiamo spazio, cari amici veneti, per risalire la classifica nei valori ecologici di vivibilità, culturali, sociali, oltre che economici. E questi sarebbero altri primati, che riguarderebbero una platea vastissima, di cui legittimamente andare fieri.

Roberto Masiero
Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta e Dragan l’imperdonabile.

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