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Si può essere rattristati e sentirsi consolati, nello stesso istante? Me lo chiedo, per comprendere se la mia sensazione contenga un cascame di romanticismo deteriore. Eppure desidero condividerla con voi. L’anno che si sta per chiudere, con tutte le contraddizioni che l’ha segnato, contiene almeno un dono prezioso: lo spirito di ribellione. Per una rivolta ideale. È un dono che richiede un prezzo da pagare altissimo, e fino ad ora pareva inimmaginabile che ci fosse la possibilità di fruirne.  Quella nostra è una società utilitaristica, rigidamente instradata sul binario dell’individualismo, non solo come espressione di energia creativa ma come modo, pratico e collaudato, per sopperire alla banale realtà che ci vede tutti contro tutti nella competitività, costretti nella solitudine, nell’arte di arrangiarsi ognuno per conto suo.

Ebbene, quest’anno si chiude con dei segnali importanti, di riscatto: dal medio oriente ci giunge una lezione di coraggio immensa. E sono le donne a impartirla: è il coraggio del pettirosso, fragile ma che osa volare alto, come potrebbe dire Maggiani. Le intelligenti ragazze iraniane stanno scuotendo il tristo regime iraniano con la propria determinata opposizione alla brutalità. Indossare il velo può essere anche un gesto volontario di rispetto, ma toglierlo come segno di rigetto alla prevaricazione, alla furia bovina fanatica è un gesto coraggioso, ribelle, di indomita civiltà. Questa rivoluzione delle donne disarmate, davvero Davide contro Golia, merita la nostra devozione.

Qui non si tratta di un colpo di stato preparato da organismi politici di opposizione per ambigui fini di assalto al potere, è il risultato di un istinto di sopravvivenza, di una lucida consapevolezza: simile a quella dei martiri, in ogni tempo, dove le alternative al vivere secondo giustizia sono impedite e soccorre uno scatto, come quello del sistema limbico nel nostro corpo, senza valutazione razionale delle conseguenze.

Nella mia prudenza occidentale, uso dire che i martiri “servono” a quelli che vengono dopo di loro, mai a se stessi. E invece queste donne hanno acceso un incendio ideale: ora la bestialità dall’Iran si replica ancor più truce nell’Afghanistan, da cui sono scappati di fretta gli alleati, e assume la cupa personificazione nelle forme dei Talebani, scagliati di nuovo contro le donne. Nella loro azione intollerabile di vietare l’accesso agli studi, ed ora anche a lavorare per le Ong, si manifesta la propria implicita dichiarata impotenza ideologica: le donne istruite, le donne che hanno contatto con le organizzazioni del volontariato, fanno realmente paura ai barbuti anacronistici detentori del potere, per la loro fertile capacità critica. Da qui la mia, la nostra consolazione: dunque il Potere arcigno teme concretamente la ribellione degli inermi, quand’essi sono sorretti da un ideale di giustizia sacrosanto.

Ecco la speranza: quest’anno abbiamo avuto prova che a fianco dell’indifferenza, del menefreghismo, esiste un vulcano sopito di idealità, capace di eruttare per la tensione, l’anelito ad un vivere armonico. Dall’Iran all’Afghanistan, dall’Ucraina ai movimenti ambientalisti attivati dal gesto di una bambina, da tutta la Terra può erompere un grido liberatorio: basta! Basta all’ingiustizia, alla forza bruta, alle ideologie che si fanno scudo di Dio per impiccare, per invadere, per sopprimere. Mille e mille altre ribellioni inermi, per la giustizia nel lavoro, per lo stato sociale, contro ogni discriminazione attendono il loro basta! da tutte le donne e dagli uomini di buona volontà.

Auguri, di cuore.

Roberto Masiero
Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta, Dragan l’imperdonabile e Il mite caprone rosso. Vita breve di norbert c.kaser.

2 COMMENTS

  1. Treviso 02 01 2023 – Grazie per questo contributo! Per il nuovo anno ripropongo gli auguri che ho postato sui Social: «Lasciate che la magia di questa atmosfera festiva vi pervada accendendo quei sentimenti positivi e solidali che aiutano a vivere bene ed a sognare». Nadia e Gianni Milanese

  2. Caro Roberto, la lettura del tuo articolo mi ha evocato il sentimento con cui sei partito nella prima riga del tuo articolo, la tristezza, purtroppo senza la consolazione che tu hai provato.

    Non sono consolato, ma anch’io credo (come scrivi tu) che l’anno che si è chiuso, anzi, gli ultimi due anni, siano stati segnati da uno spirito di ribellione, tuttora forte e persistente. Ma che riguarda il nostro e non paesi lontani.

    Una ribellione che, penso a me, alle persone a cui voglio bene, ad amici che conoscevo e ad altri che ho incontrato nel cammino, è cominciata in sordina senza aver la possibilità di immaginare come si sarebbe evoluta nel tempo, o i rivolgimenti interiori che avrebbe causato, i drammi familiari e amicali che avrebbe determinato, la compromissione di rapporti sociali, lavorativi, professionali, persino alcuni che parevano solidissimi…

    Brutto, brutto, molto brutto e pesante da sostenere. Eppure anche tutto questo, che è venuto a crearsi -e che ancora si protrae- non è nulla, rispetto al fatto di essere io diventato, insieme a milioni di altri italiani, un “nemico interno”, da combattere senza esclusione di colpi. Milioni di nemici interni descritti costantemente come sotto-uomini (violenti, ignoranti, antiscientifici, pericolosi, fascisti) a cui la parola doveva essere tolta oppure denigrata per impedire che facessero proseliti nei media e nei social network. A cui è stato imposto di non lavorare e ostacolata la possibilità di circolare, a cui è stato imposto uno stigma umiliante, impedito di visitare i propri cari ammalati negli ospedali o nelle case di riposo.

    Chi ha fatto la scelta legittima di non passare per tutto questo, di non diventare un “nemico interno”, spesso obtorto collo, per necessità, altre volte per convinzione, poteva anche scegliere di non aderire alla campagna contro chi aveva fatto una scelta diversa, era facile. Bastava dire: “non sei un mio nemico, hai fatto una scelta diversa dalla mia ma questo è del tutto legittimo e non cambia nulla nel nostro rapporto”. Bastava dire, quando qualcuno evocava il “nemico interno”: “ma cosa dici? Hanno fatto una scelta legittima! Non sono nostri nemici, perlomeno non sono nemici miei!”

    Quante volte è successo questo? Quasi mai, per non dire mai.

    E questa rivolta, dove sta portando oggi chi si è ribellato?
    E dove sta portando chi non lo ha fatto?
    Dove sta portando chi ha praticato e continua a praticare la caccia al “nemico interno”?
    Posso cercare di rispondere alla prima domanda. Molte delle persone che si sono ribellate, persone molto diverse tra loro, per ceto, per cultura, per risorse economiche, e quindi spesso anche con motivazioni diverse (anche dalle mie), si sono unite, formando gruppi informali ma organizzati e diffusi nel territorio, in collegamento tra di loro, dove le persone e le famiglie si supportano e si aiutano, si incontrano periodicamente, organizzano attività, si passano informazioni, ma non solo: vengono presi in gestioni terreni per fare degli orti comuni, vengono organizzati incontri culturali e attività per i ragazzi, si incontrano esperti dei settori più a rischio, come quello energetico e quello della salute, per progettare possibili comunità energetiche e garantire una assistenza medica di base fondata sulla persona e non su algoritmi o protocolli a cui sono le le persone che devono adeguarsi.

    Ci sono persone che hanno fatto scelte difficili: si sono licenziate, hanno intrapreso strade nuove, che mai avrebbero immaginato prima (solo nel nostro paese nel 2021 si sono dimesse 2 milioni di persone, l’8% degli occupati (tra cui Vinzia), ma è un fenomeno molto diffuso nel mondo occidentale che sta creando situazioni nuove a livello economico: ad es. negli USA ha prodotto un aumento del potere contrattuale dei lavoratori e un aumento dei salari). Molti hanno scoperto, rimanendo senza lavoro per scelta o per costrizione, che si può vivere con meno, se si è supportati e aiutati da una comunità che condivide le tue scelte.

    Soprattutto la determinazione è diventata sempre più forte e non è diminuita una volta cadute le restrizioni della legge. Anzi.
    Non mille, ma milioni di ribelli oggi stanno mettendo in piedi qualcosa che prima non esisteva. E che ancora non esiste… i media non li vedono o non li vogliono vedere e chi non si è ribellato come potrebbe quindi conoscerli? Eppure sono qui, tra di voi, tra di noi.

    Scrivevo però all’inizio che non mi sento consolato. E come potrebbe essere altrimenti? Non c’è alcuna intenzione di dismettere il nemico interno, al contrario altri nemici interni vengono evocati e creati.
    Anzi, sembra che la macchina creatrice di “nemici-interni” continui a lavorare a pieno ritmo, funzioni alla grande, nonostante i numeri importanti di persone in rotta ostinata e contraria. Dove è la volontà di riprendere un dialogo e un confronto con i “nemici interni”? Di ripensare a quanto di orribile è stato fatto a milioni di persone? Di chiedere perdono? Di smontare questa terribile macchina e distruggerne i componenti fino all’ultima vite?
    Io credo che lo debba fare soprattutto chi ha scelto di non ribellarsi a questa macchina criminale e infernale. E’ l’unico modo per non farsi più dominare dalla macchina e dai tanti che la manovrano. E per salvare la cosa più importante che un uomo e una donna possiedono.
    La cosa per la quale Varlam Šalamov nel racconto “Le protesi” è disposto a morire per non doverla cedere ai suoi aguzzini.

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