Milano, 12 dicembre 1969: 17 morti e 88 feriti.

Nota come la “madre di tutte le stragi”, quella di Piazza Fontana rappresenta nell’immaginario collettivo l’inizio della strategia della tensione che insanguinò l’Italia per almeno un decennio e rischiò di precipitarla in una deriva autoritaria. Una data spartiacque del periodo repubblicano.

Oggi di quella strage conosciamo (quasi) tutto: le motivazioni, le dinamiche, i colpevoli. Purtroppo, non sappiamo con certezza i nomi dei mandanti e degli autori dei numerosi depistaggi che, anche dopo innumerevoli processi, sono rimasti occulti.

Possiamo solo intuirli, come magistralmente fece Pier Paolo Pasolini in un celebre articolo sul “Corriere della Sera” il 14 novembre 1974: “Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. […] Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi”.

Sicuramente i responsabili appartenevano a quello Stato parallelo che in quegli anni cercava di trasformare in Italia in un Paese simile alla Grecia dei colonnelli.

Nessuno ha pagato per quella strage, ma la magistratura ha però accertato che le trame furono ordite dal terrorismo di estrema destra in collegamento con segmenti deviati delle istituzioni e che molti dei protagonisti erano veneti o appartenevano comunque alla cellula veneta di Ordine Nuovo.

In questa storia ci sono i cattivi e i buoni, quelli che volevano destabilizzare lo Stato e quelli che cercarono di trovare una verità diversa da quella che le forze dell’ordine e la magistratura, seguendo la pista anarchica, avevano iniziato a fabbricare subito dopo la strage.

I nomi dei primi, dei cattivi, sarebbero emersi in seguito alla testimonianza di Guido Lorenzon, il primo buono. Senza il suo contributo figure come Giovanni Ventura e Franco Freda sarebbero rimaste nell’ombra e avrebbero continuato ad agire indisturbate.

Gli altri due buoni in questa storia furono Pietro Calogero, sostituto procuratore a Treviso, il primo a raccogliere le confessioni di Lorenzon, e il giudice istruttore Giancarlo Stiz che coraggiosamente continuò il suo lavoro e che nel dicembre del 1971 emise un mandato di cattura nei confronti di Freda e Ventura.

Il primo era accusato di far parte di un’associazione che aveva lo scopo di sovvertire violentemente l’ordine politico, sociale ed economico dello Stato, il secondo di aver procurato l’esplosivo e i mezzi finanziari.

In una bella intervista rilasciata a Luigi Urettini e Agostino Amantia nel marzo del 2000, Stiz ha ripercorso le tappe di quell’inchiesta, ma anche i depistaggi, i “disturbi” dei servizi segreti, la frustrazione di fronte agli esiti giudiziari e alle assoluzioni dei principali imputati: “Dopo aver dato fiducia alle dichiarazioni di Lorenzon, ho cercato di ampliare l’indagine interrogando decine e decine di persone che orbitavano attorno ai due principali imputati. Nomi e riferimenti mi sono stati molto utili per inquadrare le loro precedenti attività, tutte finalizzate ad una vera e propria eversione. Il collegamento con “Ordine Nuovo” è emerso via via, lentamente e faticosamente”.

Daniele Ceschin
Nato a Pieve di Soligo il 20.12.1971. Storico con un dottorato di Storia sociale europea dal medioevo all’età contemporanea. Docente a contratto di Storia contemporanea dal 2007 al 2011 all’università di Ca’ Foscari di Venezia. Autore di pubblicazioni a carattere storico. E’ stato Vicesindaco a Mogliano Veneto dal 2017 al 2019.

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