Che la caduta del governo Draghi sia un incidente, grave, almeno per chi scrive è un dato di fatto. Tanto per precisare, considero un lusso, o meglio una scelta sciagurata promuovere una crisi di governo nel pieno di una guerra cui partecipiamo a distanza, con la Russia che tenta di strangolare l’Europa col ricatto dell’energia, con l’inflazione che divora automaticamente i già troppo bassi stipendi delle famiglie (ogni anno è come se venisse rubata una mensilità), e i fondi europei che rischiamo di svanire: i benedetti oltre 200 miliardi del PNRR.

Il governo precedente, piacesse o meno, non era espressione di un singolo partito, né di destra né di sinistra. Certo si trattava di un compromesso, o meglio di una mediazione, per uno scopo comune tra forze di diverso, a volte opposto orientamento, ma ciò non è scandaloso. È una prassi corretta, democratica, come si usa fare nei momenti di unità nazionale, a fronte di calamità immani che minacciano la stabilità di un paese.

Adesso ci solleticano la pancia le promesse elettorali di chi ha voluto togliergli la spina. Alcide De Gasperi, da saggio statista, a suo tempo raccomandava: “Cercate di promettere un po’ meno di quello che pensate di realizzare se vinceste le elezioni”.

Invece la strategia di comunicazione elettorale punta a far baluginare soluzioni risolutive e a volte bugiardamente miracolose: si va dalle pensioni minime di 1000 € (Berlusconi), al diritto alla pensione con 41 anni di contributi indipendentemente dall’età (Lega), alla difesa del reddito di cittadinanza (Pd, M5s). L’autorevole Sole 24 Ore calcola che questo triangolo di misure valga almeno 25 miliardi annui di appesantimento della spesa pubblica ma, belli miei, interesserebbe una platea potenziale di oltre 8 milioni di elettori. Otto milioni di voti da pappare. Dunque, mettiamo una bella parentesi intorno all’aggravio del debito nazionale, già gonfio (2.755 miliardi) e tutti in fila alla sagra!

In aggiunta, praticamente tutti i partiti parlano di una riduzione del carico fiscale. Magari da compensare, in un paese normale che non è il nostro, col contrasto deciso all’evasione fiscale, stimata quest’anno in oltre 80 miliardi: a questo proposito lo stesso Direttore delle Entrate Ernesto Maria Ruffini ha ipotizzato che, più o meno gravemente, ci siano in Italia circa 19 milioni di evasori. Non stupitevi, qui ci stan dentro i peccatori veniali, insieme ai Grandi Truffatori e certe misure anche se utili, non si possono proprio fare: pensiamo a quanto can can ha sollevato la proposta innocente di eliminare il contante dalle transazioni per tracciarle, o la verifica catastale. Gli onesti non hanno nulla da temere, e non sarebbe il caso di premiare i furbi pagando anche le tasse da loro dovute. Visto che i servizi hanno un costo, qualcuno li paga sempre: è matematico. Eppure, anche dalle nostre parti c’è sempre qualcuno che ci strizza l’occhietto e dice: “se sei mio amico, non sarai matto da volere che ti faccia la fattura col costo dell’i.v.a, sopra”… Ma torniamo al punto.

Dunque, le promesse elettorali riguardano prioritariamente il comparto economico. Non passa inosservato che fino ad ora nessuno abbia mai parlato di salvaguardia dell’ambiente, in modo sistematico. Per la verità, tutti i partiti ne fanno cenno generico, come di una ciliegina dovuta sulla torta. Ma tutti sono ben consci che i risultati elettorali si misurano non sulle strategie a lungo termine e i benefici ambientali, ma sul vil denaro: poco, maledetto e, soprattutto, subito.

Eppure, l’emergenza ambientale ci sta costando un patrimonio: in questa stagione maledettamente secca abbiamo mezza regione con i pozzi d’acqua potabile inquinati da Pfas e Pfoa, diserbanti, fungicidi, eccetera. In particolare, la provincia di Treviso è una pecora nera. Dal monitoraggio di Arpav per la classificazione dello stato qualitativo delle acque sotterrane emerge che in Veneto ci sono ben 8 falde inquinate, di cui 6 sono in provincia di Treviso. In generale la terra veneta, che ostinatamente il “governatore” si ostina a definire prima in tutto, scarica ogni anno 18.000 tonnellate di pesticidi nel suolo oltre a tutte le altre sostanze velenose.

E vogliamo parlare di consumo di suolo che produce desertificazione? Siamo primi, dopo la Lombardia. Ci siamo già mangiati il 12% del terreno fertile, in Italia la media è il 7% (in Europa, tanto per dire, è circa il 4). Secondo l’Ispra, il Veneto fa da capofila, perché oltre al suolo ingoiato dal cemento si è meritato un ulteriore primato a livello nazionale: un colpevole spreco, autorizzato da chi governa la regione. In Veneto ci sono 147 metri quadrati di edifici non utilizzati e degradati (soprattutto capannoni industriali, ma non soltanto) per abitante, a fronte di una media nazionale di 91. Anziché recuperare, ripristinare, ricucire l’esistente, si preferisce ricoprire la sacra terra di nuovo cemento. Con una bella espressione che ho colto da qualche parte, nel Veneto possiamo chiamarlo CEMENTO AMATO, anziché cemento armato.

L’occasione imprevista delle prossime elezioni può aiutare a cambiare le cose, anche grazie al meccanismo delle alleanze obbligate. Trascuro intenzionalmente le formazioni della destra dura e pura, che spesso han bocciato l’ambientalismo in nome di un reazionario, cosiddetto “buon senso”e promuovono un concetto di protezione della natura sganciato dalle moderne politiche sulla biodiversità (che non sono di destra o di sinistra). Senza parlare per concetti astratti, basta già la contraddizione che vede l’appoggio di Fratelli d’Italia all’estremismo venatorio, che pretende di ignorare le direttive europee e gli impegni europei e internazionali dell’Italia.

Quella di destra è una natura sottomessa a una visione antropocentrica superata. Nella nuova alleanza tra le sinistre, sono ora confluite delle realtà che han posto l’accento sull’ambiente, visto finalmente come opportunità. Non si tratta di partitini, che risulterebbero inconsistenti, ma di apporti utili alla buona causa. Per esempio, una neonata associazione si chiama ‘Ambiente 2050’. Punta ad essere un “elemento di unione tra politica, territorio, famiglie e consumatori in tema di ambiente e sostenibilità” nel campo progressista. Non si tratta, ripeto, di un nuovo partitino, ma appunto di un’Associazione presentata a Montecitorio da due esponenti di rilievo confluiti nell’area progressista e transfughi dal M5s: il capogruppo Crippa e il ministro D’Incà. Staremo a vedere. L’obiettivo è quello, secondo i promotori, di dare risposte alle esigenze ambientali a partire dalla vita quotidiana. L’Associazione 2050 si prefigge di dar vita ad un laboratorio orientato alla persona che può abbracciare “dalla società civile alle associazioni di cittadini impegnate nel campo ambientale, ma anche al mondo imprenditoriale ed industriale che vuole migliorare i processi produttivi nel segno della sostenibilità, agli educatori, agli innovatori ed agli amministratori locali. Un’associazione che sia un anello di congiunzione che operi per il bene comune”.

Già, il bene comune, graditissima definizione che avevamo scordata. L’impegno è meritevole, può dare valore aggiunto alle forze che già operano in modo corretto. A livello regionale possiamo citare il caso personale di Andrea Zanoni, nell’area del Pd, l’attivissimo consigliere che troppo spesso si spunta le corna contro l’insensibilità di chi ci amministra, ma funge da indispensabile voce critica.

In attesa (oh speranza, ultima dea!) che le urne premino un diverso atteggiamento ambientale, utile a rimuovere una stranezza tipica del nostro sistema politico, rispetto a quanto avviene nell’Europa in ciò più progredita. Vale per tutti l’esempio della Germania, stato indubbiamente proiettato allo sviluppo e non tacciabile di inconsistente romanticismo ambientale, dove i cosiddetti “verdi” governano 11 su 16 regioni (2021). Chissà, chissà domani/ su che cosa metteremo le mani…diceva la bella canzone di Lucio Dalla, e noi con lui, senza angoscia per il futuro, quand’esso dipende anche da noi.

Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta e Dragan l’imperdonabile.

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