Il diavolo in persona, nonché persecutore implacabile dei curdi, ha il volto arrogante del tiranno oggi in grande spolvero internazionale, Recep Tayyip Erdoğan. Leader autocratico di un Paese, la Turchia, diventato strategico nella ridefinizione degli equilibri mondiali dopo l’infausto 24 febbraio di Kiev, che all’Ucraina ha portato la guerra e all’Europa la minaccia di entrarvi, come un secolo prima con l’attentato di Sarajevo.

Gli angeli pronti a battersi, armi in pugno, per questo popolo senza patria e senza pace sparso in quattro Stati e totalmente dimenticato dall’Occidente cosiddetto democratico, si riducono a pochi cavalieri solitari, tra i quali viene in mente qui l’italiano Karim Franceschi. Se non altro, per il libro autobiografico “Il combattente”, che gli diede una breve e discreta notorietà raccontando la sua avventura di volontario straniero arruolatosi con le milizie curde dell’Ypg per fermare all’inizio del 2015 l’avanzata dell’Isis in Siria, a Kobane. Ragazzo ammirevole, certo, anche perché la stragrande maggioranza dei foreign fighters, italiani e non, all’epoca correva ad affigliarsi e ad affilare le lame dei tagliagole jihadisti. Ma si tratta di una classica causa persa.

Se l’Isis è – almeno per ora – neutralizzato, la Turchia si staglia, invece, sempre più in tutta la sua forza e prepotenza nello scenario geopolitico globale, grazie all’insperata doppia opportunità fornitale dalla guerra russo-ucraina: di essere l’ago della bilancia della Nato, in procinto di estendersi a Finlandia e Svezia tra molti mal di pancia in casa europea; e di presentarsi come l’unico mediatore internazionale autorevole, in grado di strappare un possibile accordo di pace, o almeno una tregua accettabile, fra Mosca e Kiev. Un rilancio di prestigio e una promozione di ruolo per Ankara, che ha ottenuto, come contraltare, un ufficioso “via libera” incondizionato, da parte di un’Europa pavida e di un’America cinica, al progetto di espansione imperialistica della Turchia islamizzata e nazionalista che Erdogan persegue da tempo.

C’è chi preferisce – e sono i più – definire il nuovo attivismo turco come sogno o segno di “rinascita imperiale neo-ottomana”, verso il Medioriente, l’Asia centrale, il Nordafrica e i Balcani, con un approccio non tanto diverso dal delirio “neo-zarista” che ha spinto Vladimir Putin a lanciare la sua ruvida “operazione militare speciale” in Ucraina (dopo la Cecenia, la Georgia, la Crimea). Ma sarebbe bene distinguere fra il plurisecolare Impero e la Turchia moderna: fino al 1922 – ricordiamolo – per “Turchia” si intendeva nient’altro che una provincia ottomana (vilayet) estesa non molto oltre il territorio di Ankara. Inoltre, va rilevato come la Sublime Porta, al di là di un dispotismo capace di grandi crudeltà, si caratterizzasse anche per il suo spirito sovrannazionale e cosmopolita, riconoscendo ai singoli popoli sottomessi una discreta autonomia culturale, religiosa e amministrativa.

In sostanza: la loro specificità (qualcosa di molto vicino all’identità). A condizione, però, di non pretendere una formale indipendenza e di rispettare senza riserve l’autorità politica del Sultano. Era, in un certo senso, la faccia orientale dell’imperialismo mitteleuropeo, parimenti multietnico, degli Asburgo. A guidarli la stessa logica: divide et impera.

Se Erdoğan fosse davvero animato da un puro spirito neo-ottomano, probabilmente non si ostinerebbe a perseguitare con tanta implacabile durezza la folta minoranza curda presente in Turchia (il 20 per cento della popolazione) e non scatenerebbe periodiche offensive in territorio siriano per demolire la presenza del Rojava curdo, ossia l’”Amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est” costituita nel 2013 (non riconosciuta né da Damasco né da altri Stati), e tentare spregiudicate iniziative di sostituzione etnica, insediando i profughi siriani ospitati in casa al posto dei curdi autoctoni. Cercherebbe un approccio chiamiamolo “più costruttivo”. O almeno più furbo.

La grande Storia, si sa, è anche un insondabile destino: benevolo con alcuni, spietato con altri. Molto influenzato, tuttavia, se non indirizzato in modo determinante, dalla mano dell’uomo.

Quanti sanno, in proposito, che dopo la dissoluzione dell’Impero Ottomano, alla fine della Grande Guerra, le potenze vincitrici si impegnarono – con il Trattato di Sevres del 1920 – a favore della nascita di uno Stato nazionale curdo indipendente? Peccato che rimase carta straccia, sostituito dal Trattato di Losanna del 1923, il cui dettato venne imposto dal fondatore della Turchia moderna, il leader nazionalista Mustafa Kemal “Atatürk”, uscito vincitore da una lunga guerra con la Grecia e le forze restanti del Califfato.

Tutte le concessioni ottenute dai curdi tre anni prima, e mai godute, vennero così letteralmente cancellate. Spazzato via ogni pur minimo diritto identitario, la stessa parola “Kurdistan” venne espunta dai libri di testo nelle scuole turche.

Comincia da qui la secolare odissea dei curdi, di cui oggi non vediamo ancora la fine, ma ne temiamo l’esito. La loro frastagliata comunità fu suddivisa fra due Stati: la Repubblica laica di Atatürk e la monarchia araba d’Iraq, amministrata dal Regno Unito, che non si mostrò certo più benevolo nei confronti delle aspirazioni indipendentiste dei popoli sottomessi. I vorticosi sviluppi bellici e politici del Secolo Breve porteranno, dopo il secondo conflitto mondiale, i curdi stanziali a ritrovarsi sparpagliati fra le nazioni contermini di Turchia, Siria, Iraq e Iran.

I massacri più recenti portano la firma dell’ex rais iracheno Saddam Hussein (su tutti, l’attacco chimico a Halabja nel marzo 1988, nel quale vennero uccisi 5000 curdi col cianuro), ma nella repressione senza scrupoli ai danni di questo “non popolo” si è distinta anche la Siria degli Assad, l’Iran degli Ayatollah (Khomeini proclamò nel 1979 una specifica jihad anti-curda). Fino ad arrivare al triennio nero del Califfato islamico dell’Isis, fra il 2014 e il 2017, contro le cui milizie assassine opporranno una tenace resistenza i combattenti curdi di Iraq e Siria. Recep Tayyip Erdoğan è solo l’ultimo, per quanto il più pericoloso, nemico dell’idea stessa di Kurdistan.

I curdi anatolici vengono infatti definiti dal regime “turchi dell’Est”, o “turchi delle montagne”. Guai a chi si azzardi ad adoperare il termine “curdo”. Ci sarebbe, infine, la troppo lunga e complessa vicenda del PKK, il “Partito dei lavoratori del Kurdistan”, responsabile di molti attentati terroristici sul suolo turco, ed oggi ridotto a sostanziale impotenza. Funge, però, pur sempre da ottimo pretesto per scatenare alla bisogna persecuzioni, arresti, deportazioni, azioni militari.

Tutto ciò, va ribadito, nella totale e colpevole indifferenza dell’Occidente, cosiddetto democratico.

Che sa, ma si volta dall’altra parte. Quanto a tv e giornali, hanno altro di cui occuparsi che degli “ultimi degli ultimi”. In Kurdistan, come in Palestina, nello Yemen o nel talebanizzato Afghanistan.

In un’epoca di solidarietà selettiva, anche la commozione sembra reclamare la sua dose di empatia. Basterebbe allora leggere una strofa della bellissima poesia “La luce santa”, dello scrittore curdo Doğan Akçali, esule in Italia da alcuni anni, per farci tutti un serio esame di coscienza:

Mi sento come le città assediate da tutti i lati
Mi sento disperato
I sogni vengono bombardati
Le speranze vengono circondate dai fili spinati
I sentimenti vengono sparati senza scrupoli
Le gioie vengono saccheggiate
Spengono le luci negli occhi dei bambini
Fanno aumentare le grida delle madri
Mi sento come il mio paese diviso in quattro parti.
Valerio Di Donato, giornalista e scrittore. Ha lavorato a lungo al "Giornale di Brescia", occupandosi di politica interna e estera approfondendo in particolare le vicende dell'area balcanica. Ha pubblicato due libri: "ISTRIANIeri. Storie di esilio", uscito nel 2006 con "Liberedizioni" di Gavardo, una serie di racconti di vita vissuta concernenti la storia degli esuli giuliano-dalmati e non solo. Nel 2021 ha esordito nel romanzo storico con "Le fiamme dei Balcani", per i tipi di "Oltre edizioni" di Sestri Levante.

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