Quanti di voi conoscono l’esistenza del meraviglioso affresco trecentesco che adorna la sacrestia della chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta. Pochi? Un buon motivo per iniziare a parlare del patrimonio artistico presente nel nostro territorio, troppo spesso sottovalutato o peggio ignorato. Ma andiamo con ordine. Giusto trent’anni fa, nell’estate del 1992, il fortuito distacco dell’intonaco che ricopriva le pareti della sacrestia rivelò la presenza di sottostanti pitture. Non è raro che questo accada se consideriamo che le vicende storiche, il mutato gusto artistico o semplicemente la necessità di imbiancare a calce le pareti degli edifici per combattere le frequenti epidemie, hanno spesso portato nei secoli a cancellare interi cicli pittorici che così hanno viaggiato fino a noi protetti dai guasti del tempo. Nel caso della sacrestia di Mogliano risultano affrescate solo la parete orientale, nella quale sono sopravvissuti solo frammenti di figure, ma soprattutto quella meridionale sulla quale è emersa una articolata raffigurazione che è stata identificata come una parte di un più ampio Giudizio Universale. Gli aspetti iconografici e stilistici fanno datare gli affreschi alla prima metà del XIV secolo e a conferma di questo esiste un contratto, datato 17 ottobre 1344, relativo ad un pagamento di “150 soldi piccoli “da parte dell’abbadessa Agnese d’Arpo al pittore Filippo da Firenze, per “lavori e pitture” eseguiti nella chiesa e nella cappella di San Benedetto del monastero. La storica dell’arte Maria Cristina Zanardo, laureatasi a Padova proprio con una tesi sugli affreschi moglianesi scrive:

Esaminando gli affreschi da un punto di vista iconografico si può rilevare l’attenzione posta dall’autore agli aspetti di costume: i personaggi vestono tutti secondo i dettami della moda del tempo e i loro abiti sino eleganti e minuziosamente ritratti (…) In questo caso tutte le giovani donne portano i capelli raccolti in una morbida treccia ricadente sulla schiena, lasciando scoperto il collo, valorizzato da ampie scollature.

Questo particolare delle scollature è davvero affascinante. Perché mai la loro ampiezza diventa un importante referente cronologico? Se confrontiamo le scollature molto strette e severe dipinte da Giotto nella Cappella degli Scrovegni (1303-1305) con quelle molto ardite da spalla a spalla raffigurate da Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena (1338-1340) scopriamo che quelle moglianesi sono già piuttosto ampie ma non ancora a livello di quelle senesi. Segno questo che le piccole comunità rurali come Mogliano recepivano, seppure con un certo ritardo, le evoluzioni dello stile che nasceva e si affermava prima nelle città. Insomma, è da questi particolari (per parafrasare De Gregori) che si giudica un affresco e si ricavano preziose informazioni sui nostri concittadini di sette secoli fa: uomini e donne con le coscienze oppresse dai sensi di colpa di fronte all’imminente giudizio divino ma con un dress code adeguato alla situazione. Ma vediamo più in dettaglio questo frammento pittorico. Le quattro file orizzontali sovrapposte di figure allineate sono quasi tutte di profilo voltate alla loro sinistra dove doveva essere raffigurato il Cristo Giudice. Siamo ormai lontani qui dalla fissità figurativa della tradizione bizantina e anzi gli studiosi già scorgono una anticipazione degli stilemi delle Storie di Sant’Orsola che di lì a poco Tomaso da Modena dipingerà a Santa Margherita degli Eremitani a Treviso. Cosa vuol dire questo?

Pur trattandosi di un momento solenne le figure non assumono pose rigide, bensì variate e discorsive e tuttavia ed eleganti. L’aspetto che subito balza agli occhi è quello narrativo, la conversazione stessa fra i personaggi, lontana da qualsiasi atteggiamento ieratico ed anzi amplificata dalla gestualità e dai dettagli aneddotici; sembra quasi di poter sentire il chiacchierio sottovoce degli uomini di quarta fila in basso. L’ordine della schiera è spezzato e le figure accennano a piegarsi a semicerchio per meglio conversare.

Insomma, siamo davanti ad una molteplicità di piani sovrapposti che rendono questo affresco giunto sino a noi una vera e propria finestra sul Medioevo, attribuendogli perciò una importante valenza antropologica oltre che religiosa. Ma continuiamo: a destra dei resti di un’antica finestra murata spuntano alcuni frammenti di affresco, tra i quali si riconoscono degli uomini nudi perseguitati dai demoni: qui il pittore ricorda agli atterriti fedeli quale sia il destino finale dei peccatori. Altri tempi, quando veniva indicato in modo canonico ciò che è bene e ciò che è male con relativi premi e punizioni e gli affreschi nelle chiese avevano una funzione didattica prima che celebrativa: vi ricordiamo che alla fine chi avrà vissuto nel peccato…. Secoli bui? Forse no, se li confrontiamo con la nostra liquida contemporaneità. Ma questo è un altro discorso. Il Giudizio Universale di Mogliano possiede una notevole importanza anche dal punto di vista artistico perché la tosta badessa Agnese volle per la sua sacrestia il meglio dei professionisti disponibili sul territorio.

Queste pitture mostrano una intuizione rapida e quasi gioiosa della realtà, nonostante la solennità della scena, e proprio la resa immediata e vivace permette al pittore la caratterizzazione icastica di alcuni volti, che sembrano dei veri ritratti (…) Concludendo, l’autore degli affreschi molto probabilmente Filippo da Firenze, si deve ritenere una personalità degna di nota all’interno del panorama figurativo trevigiano della prima metà del Trecento. Egli, infatti, lontano dalla supina imitazione di modelli passati, dimostra di essere notevolmente aggiornato sulle posizioni della più viva pittura attorno alla metà del secolo.

Tutto questo ben di Dio (è proprio il caso di dirlo) si trova nella sacrestia della nostra chiesa parrocchiale che naturalmente ha una storia ben più antica del suo aspetto attuale, come testimonia anche il bellissimo chiostro benedettino sopravvissuto a quel che rimane dell’abbazia. Forse la sacrestia non é sempre accessibile ma sicuramente il parroco sarà lieto, compatibilmente con le funzioni religiose, di farvi entrare (in punta di piedi, mi raccomando): sarà il silenzio, sarà l’odore di incenso ma vi assicuro che si rimane senza parole per la forza simbolica di questo che pure resta appena un brandello di un affresco molto più ampio che possiamo solo immaginare meraviglioso e terrificante allo stesso tempo. Ebbene sì, Mogliano è anche questo e prossimamente scopriremo insieme altri gioielli artistici di un territorio che, questa volta non in senso politico, non finisce mai di stupire.

I brani in corsivo sono tratti dal saggio “Mogliano. Gli affreschi trecenteschi di S. Maria Assunta” di Maria Cristina Zanardo presente nel volume IL TERRAGLIO. La storia le ville e l’arte di un’antica via.  AA.VV. – Canova Editore (Treviso 2005)

Renzo De Zottis é nato a Treviso il 9 settembre 1954 e da qualche anno ha lasciato l'insegnamento nella scuola media. Collabora da lungo tempo con svariati mensili occupandosi prevalentemente di argomenti di carattere storico. Ha inoltre al suo attivo diversi servizi fotografici per le maggiori testate nazionali di automobilismo storico ed é stato addetto stampa in diverse manifestazioni internazionali del settore. Fa parte del direttivo dell'Unitre Mogliano Veneto e da almeno un ventennio svolge conferenze per questa associazione e per l'Alliance Française di Treviso.

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