È piccolo, e al tempo stesso infinito, il mondo di chi si trova scaraventato in un ignoto Altrove. Ne fanno ugualmente parte la caduta in abissi di povertà e disperazione, e la risalita verso il riscatto e il successo. L’angolo visuale con cui guardare al futuro non può essere lo stesso per chi nasce, o si trova a finire, dalla parte sbagliata della storia e della geografia. Nell’odissea di un profugo – del profugo d’ogni tempo -è la prospettiva stessa della vita che si pone sul piano di una diversità strutturale.

Differenti, e certamente più grandi, i problemi da affrontare. Differenti, e certamente minori, le opportunità che si offrono. Lo sanno e lo sperimentano ogni giorno milioni di disgraziati in fuga da ogni latitudine e da ogni sorta di nefandezza umana o crudeltà della natura. Lo sanno pure, o fingono di non saperlo in una colpevole ignoranza del presente, le maggioranze fortunate. Di certo, lo sapevano e lo sperimentarono moltitudini di reietti, di pelleuguale alla nostra, espulsi dall’Europa “liberata” dopo la Seconda guerra mondiale.

 Con una particolarità. Il calvario, per alcuni, non finì alla prima stazione di arrivo, che il più delle volte si trovava dall’altra parte del confine. Il loro accidentato percorso registrò più tappe, verso destinazioni nuove, impreviste, lontane, accrescendo negli infelici il carico di paure e incertezze. Ma conferendo anche un valore intrinsecamente straordinario alle non poche sfide vinte.  Ecco perché il libro “Esuli due volte” (sottotitolo “dalle proprie case, dalla propria patria”), di Rosanna Turcinovich, pubblicato da “Oltre edizioni” (290 pagine, 18,00 euro), ha il pregio di ogni indagine storica che non si fermi alla superficie delle realtà riportate alla luce. Perché svela una profondità che attinge alla storia stessa dell’autrice.

Turcinovich è un’apprezzata giornalista e scrittrice originaria di Rovigno (dunque, una ex jugoslava ed ex croata) ma da molti anni residente a Trieste. Una instancabile “donna di frontiera”, da sempre promotrice della cultura della ricomposizione delle fratture ideologiche e nazionali fra italiani e slavi, e fra italiani esuli e italiani “rimasti”. Un’attitudine al dialogo e all’incontro, che le deriva dall’essere figlia di quella esigua generazione di connazionali che nel secondo dopoguerra europeo non vollero, o non poterono, andarsene dall’Istria jugoslavizzata da Tito. Ma anche una autentica missione, per chi si ritrovò a diventare a sua volta esule negli anni Novanta, scappando dalla Croazia finita nella fornace delle guerre interetniche.

La sensibilità dell’autrice per le dinamiche complesse dei confini (compresi quelli “interiori” al vissuto individuale o di gruppo), l’ha portata a intraprendere un viaggio lungo due decenni fra le comunità giuliano-dalmate espatriate in Canada. Tutto ha origine da un’esperienza per lei fondamentale, come il raduno mondiale degli esuli italofoni svolto sial le cascate del Niagara, nel 2000. “Chissà se mi avrebbero chiamata Rose o Rosanna se fossi nata qui e avessi condiviso la loro vicenda”, si chiede nelle prime pagine di “Esuli due volte”, senza che la sua pur evidente partecipazione emotiva alle storie narrate finisca per inficiare minimamente la rigorosità giornalistica di una meticolosa ricerca.

Ida Lini, arrivata a Toronto nel 1952, racconta, ad esempio, che qui c’era una speranza di quiete “che non avevo a Fiume. Città troppo complicata, troppo condizionata dal confine che corre nel suo cuore a dividerla in due, emisfero italiano, emisfero slavo”. Ma proprio Fiume “con la sua grandezza ci ha aiutati a stare bene nel mondo”. Alcune biografie sono esemplari. Come quella che ha per protagonista Franca Damiani, nata da una aristocratica famiglia dell’isola dalmata di Vergada, nell’arcipelago di Zara. Incarcerata ragazzina con la madre come “nemica del popolo”, la sua vita doveva finire al largo dell’Adriatico, nella barca su cui era stata abbandonata, dalla polizia politica titina, alla deriva con un drappello di altri condannati. Invece Franca si salva, giunge a Bari, poi viene trasferita a Napoli, raggiunge la famiglia profuga in Germania e si stabilisce infine a Toronto. Dopo anni di studi e sacrifici, riesce a diventare direttrice di un centro italiano per anziani e fonda “Vita Nova”, una struttura per la riabilitazione dei tossicodipendenti.

L’esperimento funziona, stringe contatti e collaborazioni con altri centri, anche in Italia. Un’esule di successo, Franca, che ha cercato di riavere dal governo croato il castello, ridotto a rudere, che fu della sua famiglia a Vergada. Voleva farne “un parco degli sport del mare per dare lavoro alla gente del posto”, spiega, ma a Zagabria la sua richiesta si arena negli anfratti della burocrazia e, probabilmente, di un perdurante pregiudizio antitaliano.

Alcuni incontri, più di altri, hanno lasciato tracce durature nel percorso umano e professionaledella scrittrice istriana. Fra questi rientra il rapporto di grande sintonia e amicizia stretto con Miriam Frankel, “una splendida donna che mi ha accolto per raccontarmi la sua storia di ebrea slovacca cresciuta nella Trieste degli anni Trenta. Colpita dalle leggi razziali di Mussolini, finì con tutta la famiglia ad Auschwitz e fu l’unica a sopravvivere al lager nazista. Dalla sua storia struggente e avventurosa, Turcinovich ha tratto anche un libro, “Maddalena ha gli occhi viola”.

Culturalmente parlando, il rapporto più importante è stato però quello stabilitosi con Konrad Eisenbichler. Nato a Lussinpiccolo da padre austriaco e madre italiana, Eisienbichler approdò ancora bambino con la famiglia oltreoceano. La vita e lo studio lo hanno visto emergere, fino a diventare docente universitario di Italianistica e membro della Royal Society of Canada. Gli sta molto a cuore la memoria dell’esodo. “Abbiamo dimenticato chi siamo – riflette con l’autrice -. Nessun popolo è più ibrido, più meticcio degli italiani. La purezza razziale non esiste, la mescolanza e l’ibridazione sono una straordinaria ricchezza. E se questo è il nostro passato, perché non dovrebbe essere il nostro futuro?”. Il tratto dell’apertura mentale, del guardare “oltre” le provenienze dei singoli, accomuna la gran parte delle storie raccolte da Rosanna Turcinovich fra gli esuli giuliano-dalmati distintisi nelle arti e nelle professioni, in Canada come negli Stati Uniti.

 “Eccellenze” (potremmo citare anche, fra gli altri, il poeta fiumano Diego Bastianutti, l’imprenditore Franco Reia, la famiglia dell’ex ad del gruppo Fiat Sergio Marchione) che non fanno dimenticare, tuttavia, il lungo travaglio vissuto dalle masse di stranieri, esuli o migranti economici, arrivati dopo il 1945 da ogni parte di un’Europa devastata e immiserita. Ne è testimonianza il Museo dell’immigrazione di Halifax, per tutti la prima città di approdo. “Le fotografie fermano un’epoca”, scrive l’autrice. Mostrano “volti senza nomi, ma esplicativi, con un messaggio diretto e facilmente leggibile: c’è speranza nei loro sguardi, insieme allo sbigottimento. Il nuovo fa sempre un po’ paura”. Il Canada, però, “per le nostre genti è stata una promessa mantenuta”. Fu quello – possiamo aggiungere – che per molti rappresenta oggi l’Europa: una terra promessa, per l’appunto. Mantenuta, però, solo per pochi fortunati. O furbi.

Valerio Di Donato, giornalista e scrittore. Ha lavorato a lungo al "Giornale di Brescia", occupandosi di politica interna e estera approfondendo in particolare le vicende dell'area balcanica. Ha pubblicato due libri: "ISTRIANIeri. Storie di esilio", uscito nel 2006 con "Liberedizioni" di Gavardo, una serie di racconti di vita vissuta concernenti la storia degli esuli giuliano-dalmati e non solo. Nel 2021 ha esordito nel romanzo storico con "Le fiamme dei Balcani", per i tipi di "Oltre edizioni" di Sestri Levante.

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