L’11 luglio, accendendo la radio, credevo ancora di essere in quel limbo di coscienza, dove non è chiaro se si è svegli o si sia ancora tra le braccia vischiose di Morfeo: mi sono pizzicato e ho avuto la certezza di essere tornato nel mondo, solo per modo di dire, razionale.

Alla radio commentavano che sarebbero continuate le celebrazioni “agli eroi”, di cui cade quest’anno l’anniversario, per un’impresa commuovente che riempie i cuori degli italiani di legittimo orgoglio.

Nel 1982, bisogna riconoscere che in Italia -senza allargarci al mondo- erano successi diversi fatti memorabili.

Quell’anno era stato schifoso: le Brigate Rosse continuavano la propria delirante serie di omicidi. Martiri di questa stagione di sangue, e dunque eroi che si erano battuti per la legalità, furono Antonio Bandiera, Mario De Marco, Antonio Palumbo: tre agenti della polizia di Stato uccisi in quella che venne chiamata La strage di Salerno. E poi Antonio Ammaturo, ammazzato a Napoli o Valerio Renzi, il maresciallo della sezione carabinieri di Lissone.

Altri eroi furono coloro che diedero la propria vita, dopo un sacrificio rischioso e continuo fatto di privazioni, opponendosi alla mafia e alla camorra, come Carlo Alberto Dalla Chiesa, liquidato nella strage di Carini dove furono sterminati anche la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo.

Eroe, politico e sindacalista pulito e scomodo fu Pio La Torre che era giunto a formulare una coraggiosa proposta di legge volta all’inserimento nel codice penale del reato di associazione mafiosa, fino a quel momento non passibile di condanna. La proposta comprendeva la confisca dei beni riconducibili alle attività illecite dei condannati (in seguito approvata e nota come legge Rognoni-La Torre del 13 dicembre 1982 n. 646). Se vogliamo, eroina suo malgrado fu la piccola Simonetta Lamberti di soli 11 anni che venne uccisa, in un attentato fallito contro il padre Alfonso, magistrato che si opponeva alla Camorra.

E invece no: non sono questi sopracitati gli eroi oggetto delle prossime celebrazioni. Ben altre personalità, altri allori contornano di gloria i video tivù: l’Italia del calcio celebra la vittoria ai campionati Mondiali di calcio nel lontanissimo 1982. Ora, guardando la mappa geografica d’Italia, che assomiglia notoriamente ad uno stivale, si può facilmente immaginare che il Belpaese abbia una certa confidenza con i calci.

Ma usare il termine di eroi, per dei giocatori sportivi (pur bravi o bravissimi: la questione non è questa) per aver imbroccato sette ottime partite a pallone, mi pare sinceramente un abominio.  Il comunicato Ansa del 7 luglio ‘22 è arrivato a definirlo “un evento che ha aperto una nuova epoca e diventato caposaldo della storia recente del nostro Paese”. Sarà… Comunque da questa sera la coppa del Mundial sarà esposta, fuori dalla sede della FGCI, come il cadavere imbalsamato di certi dittatori ideologici novecenteschi che non devono mai estinguersi nella memoria del popolo.

Immagino la coda dei tifosi più genuini, e con quale slancio passionale essi vorrebbero superare d’un balzo la barriera di protezione, per toccare lo stesso santificato calice che innalzò il portiere Dino Zoff al Santiago Bernabeu.

Del resto lo stesso Presidente partigiano Pertini riconobbe che, in quel momento storico congestionato del 1982, quella vittoria sportiva poteva fare da anestetico alle tensioni: “Voi non vi rendete conto di quel che avete fatto per il vostro Paese”.

In altri tempi, altrettanto bui, si dice che la vittoria al Tour de France di Gino Bartali nel 1948, scongiurasse in Italia la guerra civile imminente che si dava per certa, dopo l’attentato al leader comunista Palmiro Togliatti, a cui era seguita una violenta ondata di scioperi, manifestazioni, violenze che avevano assunto i connotati di moti prettamente insurrezionali, con l’occupazione di stazioni ferroviarie, assalti a carceri, sedi di partiti avversari, uffici istituzionali. Un drammatico bilancio di 31 morti e oltre 500 feriti.

Dunque l’Italietta 2022, orfana di una nazionale di calcio ridimensionata che non è neanche stata ammessa ai prossimi agognati campionati in Qatar, in più assillata da una crisi energetica e climatica, da una guerra vicina, da un’economia che vacilla, dall’inflazione che sale, dal covid riaffiorante, ha forse bisogno di oppiacei o succedanei per continuare a credere in se stessa?

Dobbiamo ancorarci alla polverosa coppa…dei nonni? A me pare che si faccia un attentato al buonsenso. O almeno evitiamo la retorica eccessiva, please, senza solleticare la pancia di chi è già predisposto di suo alle illusioni narcotizzanti. Tutti, o quasi, amiamo guardar giocare bene a calcio, ma di nuovo please, non usiamo toni da operetta buffa. I veri eroi -morti o vivi che siano- meritano rispetto, gli italiani intelligenti anche. Gli altri meno equilibrati vanno aiutati a disintossicarsi: in nome dell’igiene mentale della nazione.

Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta e Dragan l’imperdonabile.

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