La guerra in Ucraina ci “appassiona” meno.

Non siamo abituati a guerre lunghe vicino a casa. Sembrerebbe cinismo, eppure una sua motivazione potrebbe averla.

Perché mai dovremmo prestare attenzione a una guerra? Noi che viviamo una, certo imperfetta, normalità? Perché un cittadino che si alza per andare a lavorare, pranza, cena, si addormenta sul divano, dovrebbe avere permanentemente nella testa e nel cuore le immagini di distruzione, di morte, il volto dei civili impauriti, percepire l’odore degli incendi, il rumore degli aerei e dei cannoni?

Nel mondo si muovono, come divoratrici di vita, decine di guerre che abbiamo dimenticato se non ignorato del tutto.  Perché noi vogliamo la normalità, che pur ci costa impegno e che spesso maltrattiamo e disprezziamo, e lasciamo alle popolazioni sventurate sofferenze che si protraggano, basti pensare al conflitto israelo-palestinese, per generazioni, condannati al fine guerra mai, una sorta di ergastolo per un intero paese.

Eppure, in un quadro così desolante, questa disattenzione, questa noia per la guerra è essa stessa una esplicita dimostrazione che la guerra non ha alcun appeal per i cittadini che si sforzano, alle volte con una certa arte, per condurre un’esistenza dignitosa.

Al contrario essa è attraente non solo per chi ci guadagna dai conflitti, i mille trafficanti che aumentano i loro profitti quando gli umani si scannano, ma anche per le classi dirigenti che si sono educate all’idea che la guerra debba essere davvero la prosecuzione della politica con altri mezzi.

Sono i tromboni populisti, fatti della stessa stoffa del peggior nazionalismo novecentesco. Quello che ha dissolto gli stati europei dissanguandoli in due guerre mondiali, usciti dalle quali nessuna delle grandi potenze, che avevano dominato il mondo per tutto l’800, era in grado di riproporre alcun futuro ai suoi cittadini. Se non sotto l’egida degli Usa, a ovest, e dell’Urss a est.

Quell’impalcatura si sta sgretolando.

Il catalizzatore di questo cambio storico è la Russia neozarista, come il crollo dello zarismo, nel 1917 aveva fatto cambiare passo alla storia europea e, persino, mondiale.

Perché l’ha fatto e perché adesso?

Provocata, secondo alcuni.  Non ci credo minimamente, ma rimane il fatto che poteva non reagire e invece ha colpito a fondo. Catalizzando un processo. Aprendo un cambiamento storico.

Il mondo dominato dagli Usa è finito, afferma il presidente Putin. Quindi questo cambiamento catalizzato dalla Russia ha una direzione. Sulla quale si troverà anche Taiwan. Perché l’Ucraina rimane un test e se funziona lo si può riprodurre anche in terra d’Asia.

E perché ora? Perché è un ottimo momento: un’Europa provata dalla pandemia, un’America che, a guida Trump, aveva cercato di focalizzarsi sui propri interessi riducendo il ruolo imperiale, l’abbandono rovinoso dell’Afghanistan, cioè la fuga americana da un avamposto nel cuore dell’Asia, un nuovo presidente che appariva traballante come il suo stesso paese.

E soprattutto prima che l’Europa avanzasse realmente nei progetti di cambiamento energetico, diventando troppo indipendente da Gazprom.

Se non adesso, quando?

E noi, se non adesso, quando apriremo un pubblico confronto per capire cosa davvero accadrà nei prossimi anni?

O ci siamo già annoiati anche del futuro che verrà?

Fulvio è nato nell’entroterra veneziano qualche decina di anni fa. Ha gli occhi molto azzurri e li usa davvero per guardare: ama le particelle elementari, i frutti selvatici e tutti gli animali. Si laurea in Scienze Agrarie con un’inquietante tesi sulla “Salvaguardia della mucca Burlina”. Insegna scienze naturali e nelle ore libere tre campi magnetici lo contendono: i funghi da cercare, l’orto da coltivare, le storie da raccontare. Nel 1999 ha vinto il premio Calvino ex aequo con Paola Mastrocoda. Da allora ha pubblicato moltissimi libri tra i quali “Tu non tacere”, “Follia docente”, “Nonnitudine”, gli otto che hanno per protagonista l’ispettore Stucky da cui è stato tratto il film “Finché c’è prosecco c’è speranza” interpretato da Giuseppe Battiston e “Se ti abbraccio non aver paura” che ha vinto numerosi premi ed ha ispirato, nel 2019, il film di Gabriele Salvatores “Tutto il mio folle amore”.