Per un paio di giorni mi sono reso irreperibile: ho usato la possibilità (e dunque la fortuna) di trasferirmi in un luogo montano irripetibile: l’Alpe di Siusi in Alto Adige. Si tratta di un altipiano di cinquantadue chilometri quadrati: un su e giù di piani e pendii declinati nella scala di tutti i verdi possibili, punteggiati di fiori nelle varietà ben note ai montanari, che qui nei propri colori purissimi appaiono ancor più tersi; anche le margherite e i botton d’oro riescono a stupire, quando non sono le genziane, le euforbie che virano dal verde tenue in toni mélange e solo alla fine della propria esistenza potrebbero decidersi e tentare di tingere le proprie corolle di un rosa estenuato, le orchidee fucsia dalle dimensioni ragguardevoli, le macchie di rosso incendiato dei rododendri o la giallezza a distesa dei ranuncoli. Sono stato al cospetto di uno scenario talmente impressionante che ogni ateo sarebbe messo a dura prova nel sostenere che tutto sia frutto di brutale casualità.

In tale manifestazione del divino, o come diavolo la si voglia definire, più che dall’idea del bello siamo sorpresi per la rappresentazione del sublime, affascinante e inquietante ad un tempo, con tutta la potenza di un mondo minerale intorno imponente, solido eppure dolorosamente precipitante in una lenta fatale erosione, metafora esistenziale, meno rapida ma altrettanto concepibile che quella dei ghiacciai.

Un insieme ineffabile, dove l’occhio non abbisogna di cannocchiale, per quanto tutto ti appare distinto: ad ovest è attratto dai contrafforti dentati dello Sciliar, o come dicono da quelle parti lo Schlern, poi scorre lento verso est a delineare una sequenza dove sono incatenate e riassunte visivamente, come in uno schema infantile ad uso didattico, alcune delle più celebri vette dei monti Pallidi: dalle alpi di Tires, al gruppo del Sella, dove equivochi la forma del Sasso Piatto con quella del Sasso Lungo e, se ti alzi appena un poco, puoi scorgere la maestà della Marmolada residualmente imbiancata e luccicante. Le Dolomiti vanitose commuovono ad ogni diverso rifrangersi della luce sulla roccia, mentre nell’aria si spande attutita la tipica colonna sonora dei campanacci in prossimità delle malghe…

Fin qui mi sono lasciato trasportare dall’emozione: una descrizione enfatica. Ed è bene che sia così: il cervello non merita di innestare ragionamenti di alcun genere, se non è sorretto anche dal sentimento che deve guidare gli atti umani, dalla ricerca di una parvenza di felicità possibile e punti al benessere della bestiola allevata in cattività quale noi siamo. Di fronte a tanta profusione di bellezza, ho azzardato dunque un ragionare critico. Ho considerato che la natura aveva graziato per sua imperscrutabile scelta quei luoghi. Poi erano resi senz’altro più curati, meticolosamente, dalla disponibilità di risorse finanziarie che certo lassù non mancano: forse per un retaggio di mentalità plebea, specie nel Veneto si usa spesso attribuire al potere taumaturgico del danaro la facoltà di risolvere qualsiasi contraddizione. Ero tentato anch’io da quest’analisi spicciola da polenta e soppressa, ma non bastava. C’era un ingrediente che aggiungeva preziosità all’ambiente: il divieto assoluto di circolazione per tutti i mezzi a motore. Se vuoi salire lassù, dunque, ci arrivi solo con la funivia. Oppure devi disporre di un pass, negati i privilegi ai visitatori giornalieri, che ti concede di raggiungere giusto il parcheggio della struttura e poi stop, se hai prenotato un alloggio o albergo che sia.  L’assenza completa di mezzi motorizzati privati in circolazione (salvo una regolare discreta linea di autobus) ha trasformato il territorio in un eden dove si recupera la dimensione di un vivere in montagna diverso. È bastata questa semplice soluzione per aggiungere esclusività e valore, anche economico, alla fruizione dell’ambiente.

Il paragone viene spontaneo: pensiamo alle nostre località montane, magari al nostro Cansiglio in una giornata domenicale, o se ci spostiamo sulle spiagge, alla torturante fila indiana di auto che raggiungono le nostre cittadine balneari, col persistente odore di gas di scappamento che ci asfalta i polmoni e annulla i profumi selvatici o quello del mare.

Altrove invece c’è un esercito silente di persone in completa libertà che si muove a piedi o in rampichino: qui sta la differenza. Prima delle risorse finanziarie da mettere in moto, va concepito un modello di società alternativo, dove la comodità sia compatibile con un vivere meno congestionato. Non si tratta di ipotizzare scelte di ambientalismo esasperato, ma la mancanza di coraggio o le lobby economiche qui continuano a condizionare le scelte politiche. Mentre nella nostra regione si continuano a progettare costose strade di collegamento, che solo provvisoriamente alleviano la congestione di traffico e continuano a ingoiare suolo prezioso, altrove si pondera come sottrarlo con soluzioni più compatibili ad un modello di sviluppo moderno.  O forse bisogna rifarsi, con un magone d’invidia poco consolatorio e non risolutivo, alla celebre frase di Montanelli che una volta disse polemicamente, riferito agli altoatesini: “Siete italiani governati da tedeschi? Beati voi! “

Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta e Dragan l’imperdonabile.