Goooodmorning Ukraine!”. Magari, dopo la fortunata serie “Servant of the People” (fortunata soprattutto per il presidente ed ex attore comico Volodymyr Zelensky), a qualche regista verrà prima o poi in mente di inventarsi un fantomatico e irriverente Oleksandr. Sì, uno speaker che, sulle orme di Adrian alias Robin Williams del film di Barry Levinson -formidabile intrattenitore radiofonico dei soldati Usa stanchi del Vietnam – incoraggi e porti un po’ di allegria fra le esauste truppe ucraine infognate nelle trincee del Donbass. Un dj anticonformista, che dai microfoni di radio Kiev si permetta, magari, di fare anche controinformazione, non limitandosi solo a rilanciare i comunicati patriottici del governo.

Ancora più esilarante, e tragicamente comico, risulterebbe poi un copione avente come protagonista un Aleksey, che, dai microfoni di Radio Mosca, si permettesse di irridere alla cosiddetta “operazione speciale” rinominando, per esempio, con il nome vero di “guerra” quella in corso in Ucraina. Lo spedirebbero, il giorno dopo, difilato in Siberia. Che diventi o non diventi (speriamo “non”) il Vietnam dei russi, dopo tre mesi di feroci combattimenti, stragi e spropositate distruzioni, minacce incendiarie e ambigui spiragli di tregua, l’incertezza si staglia netta sotto il cielo di Kiev.

Ma quando e come nasce una crisi che dalle steppe ucraine insidia già la stabilità dell’intero Occidente europeo? “E’ una lunga storia”, spiega Francesco Battistini introducendo il suo “Fronte Ucraina” – sottotitolo “Dentro la guerra che minaccia l’Europa” -, uscito a fine aprile per Neri Pozza (271 pp, 18,00 euro). L’inviato di guerra del Corriere della Sera, che da trent’anni documenta la vita e la morte nelle aree più problematiche del pianeta, dai Balcani all’Europa dell’Est, dal Medio Oriente al Nord Africa, ci ricorda che “saranno la Rivoluzione arancione, la rivolta di Maidan, lo scippo della Crimea, la tragedia del Donbass a farci scoprire che l’Ucraina è la linea di confine su cui si giocano tanti interessi e valori che ci riguardano da vicino”. E anche a non voler andare troppo indietro nel tempo, non possiamo capire l’importanza di questa “terra di frontiera, taglio fra l’Est e l’Ovest”, se non si parte almeno “dalla lenta escalation e dai dodici mesi che hanno portato l’Armata russa alle soglie della NATO e dell’Europa”.

Battistini ritorna a Kiev ai primi di gennaio, quando gli allarmi ripetuti di Biden e della Cia su un imminente attacco russo, convincono molti giornali a riaprire il dossier Ucraina. Accompagnato dalla sua preziosa fixer locale Irina (una tenace attivista di Euromaidan), il reporter italiano si cala nei sotterranei della piazza più famosa del Paese, “di nuovo a sentire i tamburi di guerra, di nuovo qua sotto”. Entra nel covo dei patrioti filoeuropeisti, l’Ultima Barricata, dove tutto, dai “cimeli autentici delle rivolte contro i russi” al menù che propone “carne di capra alla Putin”, racconta della fiammella di un nazionalismo in allerta permanente effettiva, che poche settimane dopo darà fuoco alle polveri di un’incredibile resistenza popolare di massa all’occupatore. Chi si sarebbe mai aspettato di vedere scoppiare la guerra, all’alba del 24 febbraio, con una salva di missili russi sparati direttamente sulla capitale? Che allo scontro in armi – non limitato al Donbass – tra l’ex periferia emancipatasi in Stato indipendente e l’ex Impero decaduto con velleità revanchiste si sarebbe prima o poi arrivati, era tuttavia un’eventualità del tutto prevedibile, a saper leggere attentamente l’evoluzione dei fatti. Ed è quello che l’autore fa, ricostruendo pazientemente, pezzo dopo pezzo, i tasselli del lungo countdown. L’escalation inizia nel febbraio del 2021, allorché il presidente Zelensky promulga una legge che colpisce duramente i conflitti di interesse degli oligarchi filorussi, a partire dal magnate Viktor Medvedchuk, amico intimo di Zar Vladimir del quale è considerato un deleterio propagandista attraverso il potente impero dei media di cui è proprietario in Ucraina.

Il vero momento di svolta in direzione del conflitto lo si ha a luglio 2021, ricorda Battistini, quando, in concomitanza con manovre militari poco distanti dal confine ucraino, il presidente russo “svela i suoi piani” controfirmando un saggio storico il cui titolo è già un programma: “Sull’unità storica di russi e ucraini”, definiti “da sempre un solo popolo e una sola unità”, malgrado l’indipendenza dichiarata da Kiev nel 1991, al momento del crollo dell’Urss. Un “furto” inaccettabile per Putin. Da quel momento, suona la sveglia a Washington e in Ucraina si registra un’impennata nella vendita di armi e nell’organizzazione delle “giornate di guerra spiegate al popolo”. Rullano i tamburi, la gente si prepara. “Fronte Ucraina” non è, però, solo un reportage sugli ultimi mesi che hanno fatto precipitare la situazione verso la guerra, ma un viaggio nelle viscere della Storia, nelle insidie della memoria e dei nazionalismi contrapposti, nella psicologia dei leader e nella manipolazione dei popoli.

La guerra sul campo diventa giocoforza un palcoscenico di violenze, come di eroi. Mai come oggi è alle stelle la popolarità dei gruppi paramilitari e dei nazionalisti di estrema destra. Primi fra tutti i combattenti del Battaglione Azov, che hanno difeso fino all’impossibile la città-martire di Mariupol. Ricordano, in senso lato, i volontari croati neo-ustascia distintisi nella disperata difesa di Vukovar, trent’anni fa. Meno eroici e certamente più temibili sono i mercenari del gruppo Wagner, ridefiniti “lanzichenecchi di Putin”, il braccio armato degli interessi strategici russi dalla Siria alla Libia e oggi all’Ucraina (che l’autore chiama “omini verdi”, con riferimento all’invasione silenziosa e incruenta della Crimea nel 2014). Il loro lavoro sporco non differisce tanto da quello che portò alla ribalta le famigerate “tigri” di Arkan, longa manus del presidente serbo Milosevic nei conflitti dell’ ex Jugoslavia.

Francesco Battistini avverte sin dall’inizio che il suo “non è un libro di parte”, ma è “scritto stando da una parte: nella trincea dell’Ucraina. Raccontando il nuovo Undici settembre in mezzo alle macerie di chi era aggredito”. Anche dalle macerie della guerra in corso d’opera, al giornalista del Corriere non sfugge, tuttavia, il contesto geopolitico più ampio. Le ambiguità e contraddizioni degli europei, in bilico fra solidarietà atlantica e intrecci economici con la Russia; gli errori commessi dagli Stati Uniti, a partire dalla caduta del Muro di Berlino, con l’umiliazione delle iniziali aspirazioni filoccidentali di Mosca fino alla progressiva espansione ad Est della Nato. Oggi Zar Vladimir, messo nell’angolo e mosso da deliranti pulsioni messianiche, rivendica gli spazi e il ruolo strategico perduti. A costo di cancellare l’Ucraina.

Valerio Di Donato, giornalista e scrittore. Ha lavorato a lungo al "Giornale di Brescia", occupandosi di politica interna e estera approfondendo in particolare le vicende dell'area balcanica. Ha pubblicato due libri: "ISTRIANIeri. Storie di esilio", uscito nel 2006 con "Liberedizioni" di Gavardo, una serie di racconti di vita vissuta concernenti la storia degli esuli giuliano-dalmati e non solo. Nel 2021 ha esordito nel romanzo storico con "Le fiamme dei Balcani", per i tipi di "Oltre edizioni" di Sestri Levante.