Mio padre si è trovato a fare la guerra dall’altra parte: soldatino di fanteria inviato a combattere nella steppa russa, in quella disgraziata campagna militare che ha lasciato molti più morti, che non pagine epiche. Fu uno dei fortunati che ritornò a casa e a noi bambini narrava che se l’era cavata soltanto grazie alla pietà della gente del posto. Il posto era l’Ucraina. Lui era addetto ai forni, a fare il pane per la truppa. Indicibili privazioni anche le sue, ma c’era chi stava molto peggio, in prima linea.

Da un episodio nel suo diario, tanti anni fa avevo ricavato un racconto dal titolo Hleb, cioè Pane. Mi è parso significativo riportarne uno stralcio, a stemperare il livore, la contrapposizione che in questi giorni pare contagiare tutti in una contrapposizione artificiosa: i nemici siamo noi stessi, istigati a lottare contro altri fratelli altrettanto vittime del potere, succubi di decisioni prese in alto ove non si conoscono le sofferenze del popolo, ma solo pretestuose ragioni strategiche, l’illusione macabra di una vittoria senza controindicazioni. La scena si svolge in un villaggio occupato dalle nostre truppe, non lontano dal fiume Dniepr. È la notte dell’ultimo dell’anno, il 31 dicembre del 1941:

…Io combattevo la mia guerra contro il fumo dei forni, che certe notti il vento respingeva indietro dal camino, giù giù per il tubo. Nemico anche lui, quel vento russo. Dentro al capannone, con l’aria impestata di un odore acre. Annullava il profumo del pane fresco. Catrame, catrame, madonna quanto catrame! Tossivamo tutti. Dalle quattro di notte a mezzogiorno. Anch’io sbottavo continuamente e impastavo e cuocevo, meglio che potevo, quel benedetto pane.
Certe notti non se ne poteva proprio. Mi pareva di avere più catrame addosso che il fondo di una barca. Allora uscivamo. Fuori tutti a respirare. Notti nemiche da meno quarantatre gradi.
Guardando in alto quel cielo che sembrava un coperchio ermetico, (forse qualcuno ci chiudeva là sotto apposta), non potevo scordarmi di quelli che lo avrebbero mangiato già freddo ghiacciato, quel nostro pane, là nei fossi bui delle trincee. Che imbecille a lamentarmi! E allora via, dentro di nuovo a cuocerlo meglio che si poteva, quel cazzo di pane. Presto. E se le lacrime mi impedivano di tenere gli occhi aperti, davo quasi tutta la colpa al fumo.
Lizavèta l’avevo incontrata proprio grazie al fumo. Con i miei compagni Antonio e Sandro avevamo scovato un ricovero nel villaggio. Nelle tende al campo uno ci poteva dormire solo se aveva già deciso che voleva morire assiderato. Non era il caso nostro. Preferivamo che fosse la sorte a decidere come. Ci era andata bene. Alloggiavamo in un appartamento di una palazzina semivuota. Si stava da dio e ci stiravamo come gatti, al calore della stufa di ghisa. Di lusso. Stesi sul pagliericcio, quando si poteva. Un giorno la stufa si era tanto commossa per noi disgraziati e aveva preso a vomitarci addosso fumo anche lei. Basta, basta! Ci precipitammo al piano di sotto. Vivevano ancora dei civili. A gesti gli facemmo intendere che volevamo invitarci dentro:
 – Freddo, freddo – dicevamo, battendoci le braccia incrociate.
Inizialmente la famiglia dell’ingegnere ci accolse con rassegnazione. Cercammo di essere dei nemici educati. Vivevano in tre, in quella casa. Lui, che avrà avuto quasi sessant’anni e leggeva molto, la moglie piccola, ma efficientissima e silenziosa, e poi Lizavèta. Dovevano averla messa al mondo tardi. L’altro figlio più grande era stato richiamato, ma era sempre con noi in cucina. Ci guardava senza invidia dalla foto sulla credenza. Lei aveva solo ventidue anni. Quando usciva fuori indossava un fazzoletto bianco. Solo dentro casa si poteva scoprirla in tutta la sua grazia. Con quei capelli foltissimi e bruni che si intrecciavano come onde disordinate, malgrado gli sforzi della spazzola. Precipitavano morbide sul viso di panna. Aveva un certo modo di guardare, curioso e piacevolmente infantile, ma allo stesso tempo ostile. L’avrei corteggiata volentieri, ma eravamo nemici. Il suo modo di guardare accentuava senza illusioni quella barriera.  In compenso, di giorno in giorno, il nostro rapporto col resto della famiglia faceva progressi. Certamente eravamo ruffiani. Forse avevamo semplicemente bisogno anche noi di una famiglia adottiva. Magari ci bastava una bugia. Quando c’era l’occasione, facevamo per loro dei lavoretti. Roba semplice, per sdebitarci, tipo portare dentro il carbone. Qualche volta risparmiavamo un po’ di rancio e lo portavamo al nido. Ci avevano assegnato una stanzetta con un letto vero. Loro dormivano tutti e tre nell’altra. Stretti. Io avevo in mente un posto migliore per Lizavèta, ma non era il caso di proporlo.
Nelle ore libere stavo con l’ingegnere. In qualche modo ci capivamo. Mi piaceva il suo modo di ragionare. Non parlavamo mai di politica.
Una sera mi prese da parte. Era seduto di fronte a me e mi chiedeva qualcosa. Veramente non lo guardavo diritto in faccia. Puntavo un po’ più in alto. Cercavo Lizavèta che spazzava lì intorno. Di quando in quando mi pareva che anche lei mi cercasse un attimo con gli occhi.
– Non è un caso, – mi dicevo. – Non è un caso! – Intanto l’ingegnere doveva ripetemi due volte le cose, se voleva che gli rispondessi. Avevo la scusa della lingua. Ad un certo punto tirò fuori una scatola di legno. La teneva nascosta dietro ad uno scaffale di libri. L’aperse. Ne trasse fuori alcune immaginine sacre e me le mostrò ad una ad una in silenzio. Mi impressionò il santino dove era rappresentata la Madonna. Più scura di viso, più contadina, ma vestita più riccamente di quelle nelle nostre chiese. Bella. Col suo bambinello splendente d’oro anche lui. L’ingegnere mi fece intendere che loro erano gente di fede. In quegli anni dovevano tenerlo nascosto, come se si trattasse di una colpa inconfessabile.
 – Madonna, – pensavo, – che faccenda terribile. – Non potevo sottrarmi dal pensare che ero lì a combattere anche contro l’ingegnere. Per coerenza dovevamo farci del male. Tra noi, stessa fede stessi principi. Cominciavo a pensare di trovarmi in un assurdo gioco di dama. Qualcuno daltonico aveva distribuito le pedine senza criterio. Senza dividere per colore. Bianchi e neri insieme dalla stessa parte. Bianchi e neri contro. Le idee si mescolavano confusamente nella mia testa. Non era più così facile riconoscere i nemici. Per un soldato era pericoloso.
– Per l’ingegnere è peggio ancora, – riflettevo. Perdente in ogni caso, in quella strana partita. Se vincevano i suoi, era costretto a imbavagliare per sempre le cose in cui credeva. Non c’era alternativa. Poteva forse augurarsi che la sua terra fosse spartita tra i nemici, cristiani che – in grazia di Dio – magari gli accoppavano un figlio?  Brutta faccenda. Ero convinto che noi eravamo dei liberatori, ma un po’ mi sentivo prigioniero anch’io. Troppe contraddizioni, per la mia povera crapa.
Mi mostrò il santino di un frate incappucciato. Col saio nero. Spiegò che era San Sergio. Era così buono, venerato proprio come il nostro Francesco. Poco importa se uno ammansiva un lupo e l’altro preferiva l’orso. Mi venne spontaneo di baciare quell’immaginina. Lo feci con devozione, anche per rispetto all’ingegnere. Solo in quel momento mi accorsi che si era avvicinata anche Lizavèta. Era sorpresa della fiducia che mi dava suo padre.
 Mi sfilò di mano il santino col San Sergio. Lo fece con dolcezza. Lo baciò anche lei con incredibile tenerezza. Oh Dio! In quel momento preciso mi sentii devoto, devotissimo a quel monaco. Non sapevo quasi niente di lui, ma doveva essere proprio santo. Per me quel bacio era un segno. Ohoh! Anche San Sergio era dalla mia!  Improvvisamente mi sembrava che tutto quel patire in quella terra fredda era stato un niente, tutto quello che accadeva era giusto, se quello era il prezzo che avevo dovuto pagare per incontrarla. Mi incantavo a pronunciare, sillabandolo, il suo nome bellissimo: Li-za-vè-ta.
Ero riuscito perfino a lavarmi un poco, prima di ritornare a casa di Lizavèta, quella notte del trentuno dicembre millenovecentoquarantuno. Avevamo finito il turno alle dieci. Antonio e Sandro erano con me. Amici. Avevano rischiato grosso per la mia follia. Sotto il pastrano avevo nascosto il mio pacchetto caldo. Venne lei ad aprire. Uhuh! Lizavèta aveva anche invitato due amiche. Tutti eravamo pieni di speranza, come succede ogni volta che si può ricominciare da capo. In fondo desideravamo le stesse cose da punti di vista opposti. Ci unimmo al coro, come potevamo, quando intonarono le loro canzoni. L’ingegnere ballò una sola volta con la sua piccola moglie.  Per loro improvvisammo noi il ritmo di uno slow. Le ragazze osservavano in silenzio, Era uno slow appassionato. Cantavamo tenendo bassa bassa la voce, come una radio appena accesa. Eravamo meglio dell’orchestra di Pippo Barzizza. Credo che fossero commossi per noi ragazzi. Quel figlio continuava a sorridere dalla foto sulla credenza, ma si sentiva proprio che mancava. Ad ogni ballo ci scambiavamo le ragazze. Lizavèta profumava di pulito. Ogni volta che dovevo lasciarla era una privazione. A mezzanotte brindammo tutti con un’unghia di caffè. Le ragazze sparsero in testa a tutti una manciata di grano, secondo la tradizione. Chissà da quanto l’avevano conservato.
– Auguri, auguri. – …

Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta e Dragan l’imperdonabile.