Confesso che conosco poco o nulla sulle ragioni per cui si dovrebbe votare SI’ oppure NO nei referendum “sulla giustizia” previsti per il 12 giugno, e credo che questa mia ignoranza sia condivisa con una grande parte di italiani. Mi informerò, ma non penso che in pochi giorni potrò raggiungere convinzioni tali da spingermi ad andare a votare. So che i proponenti avevano incluso anche un quesito referendario sulla responsabilità dei giudici, che probabilmente avrebbe spinto un gran numero di votanti, ma questo era stato bocciato.

Conosco abbastanza bene, però, qual è l’impatto negativo sull’ambiente, sul clima e sulla salute degli inceneritori di rifiuti, che è superiore a quello della produzione di energia da parte dei combustibili fossili, anche del carbone. Queste conoscenze derivano in gran parte dalla mia appartenenza alla sezione italiana dell’ISDE, che è l’Associazione internazionale dei Medici per l’Ambiente.

Chi legge si chiederà come c’entrano questi due argomenti introduttivi e come si collegano tra di loro. Il collegamento è dovuto a una brutta storia che riguarda i giudici e la giustizia: la sentenza del Consiglio di Stato pubblicata il 17 maggio, che non esito a definire scandalosa, che conferma l’altrettanto scandalosa sentenza del TAR Veneto del settembre 2021.

Per spiegarle ricorro a parti del comunicato, giustamente indignato, che i Comitati promotori di entrambi i ricorsi alla Magistratura amministrativa hanno diffuso il 18 maggio.

Dopo la sentenza negativa del TAR, avevamo la fondata speranza che l’influenza della politica e delle lobby che gravitano intorno al business dei rifiuti non arrivasse tanto in alto, ma evidentemente ci sbagliavamo. La decisione del Consiglio di Stato è addirittura peggio di quella di primo grado. Le conseguenze della sentenza non solo espongono la popolazione dell’area metropolitana a gravi rischi per la salute, ma sanciscono un principio estremamente pericoloso secondo il quale né i cittadini, né le associazioni e i comitati ambientalisti sono legittimati a mettere in discussione progetti e decisioni che hanno un impatto diretto sul territorio in cui sono radicati e sulla vita delle persone. Una sentenza che del resto si allinea alle peggiori politiche sviluppiste, industrialiste e fossili degli ultimi decenni, nemiche dell’ambiente e del Clima, alla faccia della tanto sbandierata transizione ecologica.

La sentenza del Consiglio di Stato, così come era stato per il TAR, non entra minimamente nel merito delle tante contestazioni tecniche sollevate dai comitati, estrapola e banalizza in modo strumentale alcuni passaggi della relazione medica di ISDE, glissa completamente le argomentazioni esposte nel recente parere dell’Istituto Superiore di Sanità che pure metteva in evidenza gravi carenze istruttorie in sede di valutazione di impatto ambientale, confermando le tesi dei comitati, non considera nemmeno alcune violazioni di legge connesse all’approvazione del progetto.

Il respingimento si basa esclusivamente sulla presunta non legittimazione delle associazioni ricorrenti e degli abitanti di Malcontenta a presentare il ricorso. Parliamo di cittadini che abitano in prossimità dell’inceneritore ed esposti direttamente ai fumi velenosi che escono dai camini; di realtà radicate da anni nei territori di Mestre, Marghera, Riviera del Brenta protagoniste di tante battaglie ambientali, addirittura di una associazione nazionale come Medicina Democratica, che proprio a Porto Marghera ha dato un contributo fondamentale nelle azioni e nei processi per contrastare le produzioni nocive del petrolchimico.

E’ un principio pericoloso e inaccettabile che dimostra come ormai in questo Paese la democrazia stia diventando una farsa: da un lato si inserisce la tutela dell’ambiente tra i principi della Costituzione, dall’altro si annulla la possibilità per i cittadini di difendersi e di esercitare il diritto a vivere in un ambiente sano. E’ ormai evidente come in una situazione di crisi globale e generalizzata, che è prima di tutto una crisi ecologica, la logica miope del profitto stia facendo piazza pulita di ogni possibile mediazione sociale, mostrando quale è il vero volto di un sistema economico che sta letteralmente distruggendo la vita sul Pianeta. Noi a questa logica non ci arrendiamo, così come non ci arrendiamo a questa decisione dei giudici perché riteniamo che le nostre istanze siano giuste e fondate. Stiamo valutando la possibilità di fare un ulteriore ricorso, a questo punto in sede europea; ma oltre a questo metteremo in atto tutte le risorse che abbiamo a disposizione per fermare questo impianto nocivo e obsoleto.

Lanciamo inoltre un appello accorato a tutti i cittadini, alle associazioni e ai comitati a dare un proprio contributo economico per sostenere la battaglia contro l’inceneritore: la sentenza del Consiglio di Stato è infatti oltremodo ingiusta perché condanna i ricorrenti a pagare le spese legali delle controparti, e si tratta di cifre ingenti, almeno 15.000 euro. Invitiamo pertanto a far pervenire il proprio sostegno tramite bonifico bancario sul conto corrente del Comitato Opzione Zero (IBAN IT 64L0359901899050188525842) causale “No Inceneritore Fusina”.