Con una sentenza storica la Corte costituzionale [nell’Aprile del 2022] ha stabilito che non sarà più automatico attribuire il Cognome del padre [patronimico] e che ai figli potrà essere dato sia il cognome della madre sia quello del padre, a meno di diversa decisione dei genitori stessi. Si tratta di una svolta radicale che spazza via con un tratto di penna decenni di norme giudicate illegittime e secoli di retaggi patriarcali e maschilisti che non hanno senso di esistere [e resistere] nel 2022.

A chi dice che non è con questi particolari che si cambiano le cose, risponderei senza polemica che è proprio anche così che si cambiano le cose, e questi non sono certo particolari trascurabili, anche perché per i genitori non ci sarà nessun vincolo o obbligo, questa sentenza, infatti, garantisce la libera scelta, l’uguaglianza e la parità di genere. Ora il Parlamento è tenuto a legiferare sulla materia.

Cognome, s. m. [dal latino cognomen, composto dal prefisso co e gnomen [nomen «nome»]. Significa nome di famiglia, casato. Il cognome così come lo conosciamo è in uso sin dal 2580 a.C. in Cina, dove sembra che venisse tramandato per via materna. In Europa bisogna attendere la repubblica romana per riscontrare tracce di qualcosa di simile. Nell’Urbe i pochissimi romani che potevano dirsi cittadini usavano il cosiddetto tria nomina, costituito da tre elementi.

Il prænomen era il nome proprio che gli si assegnava dopo la nascita ed era quello con cui ci si rivolgeva in ambito familiare. Il nomen permetteva d’identificare la gens o fami-glia allargata d’appartenenza dell’individuo ed era l’unico appellativo assegnato alle donne, che venivano chiamate solo con quello che noi definiremmo cognome: Claudia, Livia. Il cognomen, l’attribuzione più particolare, veniva assegnato in base a una caratteristica fisica o un’esperienza di vita. A questi tre elementi si poteva aggiungere l’agnomen, che aveva carattere onorifico e di solito indicava gesta d’arme importanti. Così, per esempio, uno dei generali più famosi della storia di Roma, che da bambino aveva ricevuto il prænomen Publio, appartenente alla Gens cornelia, che era diventato un generale [Scipione, ovvero colui che porta il bastone del comando] e aveva sconfitto Annibale a Zama, diveniva Publio Cornelio Scipione l’Africano.

Eppure, a partire dal V secolo d.C. il cognome, il nomen romano, cadde in disuso, per ricomparire come prerogativa nobiliare solo quatto secoli più tardi. Con lo scoppio demografico del X e XI secolo però, continuare ad identificare le persone solo per mezzo del nome iniziò a non essere sufficiente. Fu allora che s’iniziò ad accompagnare al nome un secondo appellativo, che poteva fare riferimento al luogo di provenienza della persona, a una caratteristica fisica, a un mestiere o al nome del capofamiglia: Fiorentino, Rossi, Barbieri, De Francesco… i precursori del moderno cognome, in questa fase molto più simili a un soprannome.

Fu solo con il Concilio di Trento [1564] che si rese obbligatorio per le parrocchie stilare elenchi di coloro che venivano battezzati che comprendesse nome e cognome. In realtà le famiglie aristocratiche del continente tramandavano il nome di famiglia da circa tre secoli. Cognomi imponenti come i Medici, i Borgia, i Gonzaga o gli Sforza avevano già riempito la scena politica nazionale ed europea. Le classi meno abbienti dovettero adeguarsi per necessità storica, adottando un cognome anche se non potevano vantare alcun titolo nobiliare. L’appellativo divenne allora motivo di orgoglio, tanto da difenderne la reputazione in punta di spada, o ragione di disgrazia. Basti pensare a quanti, fino all’inizio del XIX secolo, venivano battezzati con il cognome Esposito quando non si sapeva di chi fossero figli, tanti, troppi bambini venivano ancora abbandonati nei bre-fotrofi. Sono solo due degli esempi che testimoniano come la storia del cognome, e di chi lo tramanda, è intimamente legata alla storia dei popoli.

Collegata strettamente all’origine dei cognomi è la Genealogia [ossia la scienza che si occupa di accertare e ricostruire documentalmente i legami di parentela che intercorrono tra i membri di una o più famiglie]. La Bibbia, il libro più diffuso al mondo, conteneva già le prime genealogie, quelle dei patriarchi e dei re d’Israele. I rabbini ne tenevano traccia per garantire la prerogativa del sacerdozio soltanto ai figli di Levi.

Ma gli ebrei non erano i soli a registrare le discendenze, troviamo infatti tracce di questa pratica anche tra gli antichi egizi, i greci, i romani e gli arabi. Per questi ultimi la conoscenza della propria genealogia, Ansab, costituiva un titolo di particolare eccellenza e di lustro. Tra le iscrizioni Thamùdene, ad esempio, il Nassà, vincolo di filiazione, introdotto dal termine arabo Ibn [figlio di] o Bint [figlia di], si poteva allungare a ritroso per numerose generazioni. La sedentarizzazione degli Arabi fece diminuire alquanto tale studio, anche se esso rimase comunque praticato dal momento che le generazioni successive a quelle dei primi musulmani, spesso neppure arabi, avevano grande interesse a conoscere tutto il possibile di coloro che erano stati i primi a convertirsi all’Islam.

La Genealogia ha quindi svolto un ruolo fondamentale per tracciare indirettamente anche la prima storia di questa religione, tanto che un proverbio asserisce che l’Islam stesso sopravvivrà fintanto che sia conservata e praticata la conoscenza degli Ansab. Sarà solo in tempi recenti che in un paese musulmano, la Turchia, il fondatore e primo presidente della Repubblica, Kemal Atatürk, introdurrà l’adozione dei patronimici come si usava in Occidente. In Italia i cognomi sono stati nei secoli prerogativa delle famiglie ricche, ma nel 1200 a Venezia e nel secolo seguente in altre città, sebbene con qualche resistenza e ritardo, l’uso si estese anche agli strati meno abbienti della popolazione. è solo, come già detto, con il Concilio di Trento che si è fatto l’obbligo ai parroci di tenere un Registro ordinato dei battesimi, con nome e cognome, per evitare matrimoni tra consanguinei; il soprannome divenne così il cognome ereditario.

Con l’unità dell’Italia [1861] gli uffici anagrafici dei Comuni assunsero l’obbligo di registrare i dati di nascita, di matrimonio e di morte relativi ai cittadini residenti. Mi sono dedicato negli ultimi anni a ricostruire la Genealogia della mia famiglia. Il cognome Milanese[i] risale ai primi decenni del Seicento, ha la radice della capitale lombarda e la sua diffusione è collegata alle migrazioni spontanee o forzose delle popolazioni da Milano e più in generale dalla Lombardia verso le regioni limitrofe per sfuggire dalle guerre, dalle carestie e dalle pestilenze. La più famosa di queste ultime risale al 1629-1633 ed è narrata da Alessandro Manzoni nel suo romanzo “I promessi sposi”, trascrizione romanzata di un manoscritto dell’epoca. Le genti autoctone identificavano gli stranieri provenienti dalla Lombardia come “milanesi”. Il cognome Milanese si è diffuso, a macchia di leopardo, anche in altre parti della penisola. Lo si ritrova, ad esempio, nell’Agro Pontino per le più recenti migrazioni avvenute durante il Ventennio fascista da alcune regioni del nord di braccianti agricoli incentivati da allettanti promesse a trasferirsi nel basso Lazio per bonificare le terre paludose e malsane.

Sono nato a Mogliano Veneto nel 1946. Dopo una lunga carriera militare mi sono dedicato alla libera professione come Consulente di Direzione ed Organizzazione, attività che ancora oggi svolgo con grande passione nell’ambito dello Studio Milanese®. Scrivere rappresenta per me un hobby come il Nordic Walking, la Barca a vela, la musica Jazz e l’impegno nel Volontariato. Ho scritto alcuni racconti lunghi e numerose poesie. Ma, fondamentalmente, quando mi metto alla tastiera lo faccio per me stesso e per chi sa ancora accendere la miccia dei sentimenti cioè per coloro che soffrono o gioiscono e che, come me, nello scrivere vivono una seconda vita. In tale ottica la mia scrittura non può essere giudicata come scontata, perché l’esistenza non lo è mai. Secondo me un racconto per toccare le corde deve essere dolceamaro come appunto lo è la vita. Dal 2021 collaboro con il mensile di attualità, cultura e società L’ECO di Mogliano e con altri periodici [Trevisani nel Mondo, D&V…]. Vivo e lavoro a Villorba, ridente cittadina a nord di Treviso, nel comprensorio del Parco naturalistico del fiume Storga.