Pur incantati dalle pagine grandiose dell’Iliade, noi liceali non avevamo dubbi che gli dei ritratti fossero falsi: umani, eccessivamente, i loro sentimenti. Risultava strano che delle divinità si fossero schierate in modo tanto disomogeneo e divisivo: chi per i greci e chi a favore dei troiani. Da che parte stava la giustizia vera? Ognuna di queste divinità aveva i suoi buoni motivi per esibire la propria partigianeria. Per esempio Era, la moglie di Zeus, ce l’aveva con Paride che era troiano ed era stato giudice unico nella gara di bellezza assoluta per miss Olimpo. Lui le aveva preferito, per ovvi motivi, Afrodite e così lei, offesissima, ora sosteneva senza mistero i greci.  Naturalmente Afrodite stava dalla parte opposta, visto che era stata la prescelta e dunque reputava i troiani dotati davvero di buon gusto, il che è innegabile, trattandosi della dea della bellezza. Anche Atena si era messa contro i troiani, perché anch’essa era stata scartata, in quello stramaledettissimo concorso.  Per motivazioni più o meno futili, altri dei si combattevano per procura: Teti, Efesto e anche Poseidone stavano con i greci, mentre Apollo e Ares tifavano per l’esercito orientale. Ma almeno Zeus, il dio supremo che rappresentava anche la giustizia, non strizzava l’occhio a nessuno…

Quando, in tempi più moderni, si è diradato per comodità il numero degli dei, praticamente ne erano rimasti in ballo due, almeno dalle nostre parti, a contendersi la posta: cioè appunto Dio, il quale aveva pochi altri nomi, visto che lui stesso si era definito un bel dì agli ebrei come “Yhwh”, cioè:  io sono colui che sono. Che dice tutto e se vogliamo, per i meno abituati a filosofare, anche niente. L’altro Dio è Allah. In realtà si tratterebbe della stessa divinità di prima, ma le declinazioni umane son sempre pronte a marcare piuttosto le differenze, rispetto alle cose che uniscono. Per ribadire che l’uno è più Dio dell’altro si sono consumate milioni di vite.

Qui è meglio cessare lo scherzo e dire, semplificando per brevità: nel nome di Dio, di un proprio Dio liberamente interpretato, gli uomini potenti di pessima volontà hanno instillato nella mente dei gonzi credenze ideologiche e pregiudizi che, con la scusa di difendere o diffondere la vera fede, hanno innestato guerre di potere, invasioni cruente per loro molto fruttuose, come le crociate e le guerre coloniali, tanto per estrarre qualcosa dal ricco campionario delle nefandezze. Da almeno un paio di secoli e trascinandosi in tempi anche attuali, tra i fedeli di Allah, certi miei amici afghani hazara tremano, vivendo in un territorio ormai lasciato in balia ai talebani: perché essendo sciiti e pur praticando gli stessi rigorosi precetti mussulmani, sono considerati alla stregua di infedeli dai sunniti al potere, che nel mondo e anche in Afghanistan rappresentano la schiacciante, è il caso di dire letteralmente, maggioranza. Per questo, ogni anno i pacifici sciti afghani subiscono dei veri stillicidi, attentati e, in una parola, microgenocidi.

Tutti conoscono le vicende legate alla guerra di Bosnia e ai massacri che si sono perpetrati in questa fetta d’Europa sotto casa. Mi è capitato talvolta di frequentare quel paese, dopo la famosa guerra: ho visto una chiesetta cristiana serba eretta a forza sulla proprietà di una vecchina mussulmana, Fata Orlovic, cui tra l’altro era stata ammazzato il marito a Srebrenica: la crudeltà non ha mai fine. E se andate a Mostar vedrete un campanile alto 107 metri che svetta su tutte le moschee e tutti i minareti: in questo modo i francescani locali (ahimé proprio loro!) “spiegano” eloquentemente a tutti la superiorità della fede cristiana.

In questi ultimi giorni, quando la guerra in Ucraina consuma la fiducia nel genere umano, oltre che fisicamente i corpi, ritorna la pozione velenosa che mescola la fede col potere, confonde apposta quel che è di Dio con quel che è di Cesare, in spregio di un certo saggio inascoltato Gesù.

Il carrierista patriarca ortodosso Kirill aveva da lungo tempo stretto un patto con l’amico Putin. Secondo Sergej Chapnin, per ben sei anni alla guida del giornale del Patriarcato di Mosca, prima di essere rimosso in tempi non sospetti, il pio Kirill “ha fornito la base ideologica e la giustificazione morale dell’operazione militare russa in Ucraina.”

Dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica, anche le chiese ortodosse dei paesi usciti dall’orbita russa hanno percorso la via di una propria autonomia da Mosca. Il progetto di Putin, volto a ricostruire l’impero russofono, coincide dunque con le mire del patriarca che è divenuto un pilastro dell’ideologia di riunificazione. Questo allineamento ha portato a conseguenze prima imprevedibili in Russia: la presenza garantita della chiesa Ortodossa nella scuola, l’ampio riconoscimento sui media, una consistente contribuzione alla costruzione delle chiese (al ritmo di 1.000 all’anno), la riapertura di centinaia di monasteri. E soprattutto il sostegno per imporre la sua egemonia all’ortodossia mondiale. Per questo Kirill ha definito Putin “miracolo di Dio”. Non è un caso se il patriarca si è speso a denunciare la corruzione dell’occidente. Durante la “Festa del Perdono” di marzo scorso, nel giustificare la cosiddetta “operazione speciale” in Ucraina, da detto tra l’altro:  “Sì, c’è una guerra, ed è la guerra lanciata da potenti forze mondiali contro i credenti ortodossi per imporre il credo omosessuale, per imporre il gay pride.”  Nella nuova Costituzione si fa dunque riferimento a Dio e si garantisce che la famiglia è costituita da un uomo e una donna. I valori morali tradizionali si ergono a scudo fra la spiritualità della Russia e la decadenza dell’Occidente. Non è da stupirsi che l’arguto papa Francesco abbia definito Kirill “chierichetto di Putin”. In questi giorni la cronaca gossip si dà un gran daffare per scovare quanto sia diventato ricco il sedicente capo spirituale russo: gli è attribuito un patrimonio personale di 4 miliardi di dollari (forse anche fino a 8 miliardi di dollari). Lo riporta Novaya Gazeta, spiegando che Kirill avrebbe accumulato tutti quei soldi grazie a esenzioni fiscali e al commercio di tabacco e birra. E l’orologio Breguet da 30.000 dollari al polso (nascosto con photoshop – appena possibile- nelle immagini) non ne valorizzano certo la modestia. Ma il punto non è questo: anche la chiesa cattolica ha vantato fior di papi e cardinali affaristi. Quel che conta è che al di sotto di simili figure esiste un popolo di buona gente osservante che si fida del proprio pastore. È una situazione di alta immoralità che ferisce le coscienze: va’ a vedere che il buon vecchio Marx, filosofo da forca, non ci avesse azzeccato quando argomentava che la religione è l’oppio dei popoli. Ci consola il fatto che riusciamo facilmente ad individuare, fortunatamente, altre personalità del clero che attraverso la fede e la propria azione disinteressata contribuiscono a migliorare il mondo e questi bastano a far da scudo a tutto il resto.

A noi banali pecorelle, forse, non rimane altro che elevare un belato di preghiera, guardando speranzosi in alto, senza azzardarci a pronunciare il nome santo di Dio: abbiamone pudore.

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Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta e Dragan l’imperdonabile.