Qualcuno l’aveva detto subito, sentendo una forte puzza di bruciato levarsi dal grande rogo dell’ultimo comunismo d’Europa. Altro che popoli oppressi che si vogliono semplicemente affrancare dal totalitarismo in nome della libertà, della democrazia e di un ritrovato sentimento nazionale. In Jugoslavia, trent’anni fa, a differenza dell’altro Est europeo che si de-sovietizzava pacificamente, è andato in scena un grande e feroce inganno elaborato da abili manipolatori, esponenti dello stesso regime che avevano deciso di abbattere, cambiando semplicemente camicia. Una dissoluzione bagnata nel sangue con studiato cinismo, fondata sul terrore degli stupri e delle deportazioni di intere popolazioni. Ora croate, ora serbe, ora (più spesso) musulmane. Una separazione scavata con la punta delle baionette e marchiata dall’orrore degli stermini di massa. Di questo si trattò. Di una grande operazione criminal-politica chiamata a scompaginare un’unicità plurietnica finita fuori corso nell’era della riscoperta diffusa delle “piccole patrie”. Le élite in disarmo del vecchio sistema comunista potevano rifarsi una verginità politica solamente separando, e quindi riorganizzando, in gruppi etnico-religiosi omogenei, ciò che la storia secolare di quelle terre aveva da sempre intrecciato culturalmente e infine istituzionalizzato nello stato degli slavi del Sud.

Oggi che un polveroso silenzio ricopre la vita e le vicende dell’ex periferia ribelle del Vecchio Continente, si potrebbe anche pensare che la normalità regni sovrana nel luogo in cui il Novecento iniziò e concluse la sua infernale parabola di sangue. E invece no. Sotto la cenere i tizzoni fermentano ancora, e fomentano nuove fratture. Ce lo spiegano, con profondità di analisi e una ricchezza incredibile di testimonianze, Francesco Battistini e Marzio G. Mian, in “Maledetta Sarajevo”, uscito a gennaio per Neri Pozza Editore (397 pp., 19,00 euro). Il libro sintetizza nel sottotitolo quel che propone al lettore: un “Viaggio nella Guerra dei trent’anni. Il Vietnam d’Europa”. Una formula ad effetto per dirci che la guerra in Bosnia-Erzegovina, per l’appunto, non è mai veramente finita, a distanza di tre decenni. Ne è convinto, ad esempio, Carl Bildt, uno degli artefici degli Accordi di Dayton del 1995, intervistato dagli autori, entrambi giornalisti al “Corriere della Sera”. L’ex Rappresentante speciale dell’Unione Europea per l’ex Jugoslavia, cita Sallustio: “Facile iniziare una guerra, molto difficile terminarla”. E avverte: “Troppi leader in Bosnia hanno usato la pace come continuazione della guerra con altri mezzi”. L’Europa, come al solito distratta e impreparata, dovrebbe, secondo Bildt, “fare ogni sforzo per creare nuove condizioni per la membership della Bosnia. L’alternativa è un ritorno alla violenza”. Eravamo nella vicina – ma pare lontanissima – estate del 2021, e il diplomatico svedese si riferiva a quanto stava in quel momento “accadendo in Afghanistan, ma non può tornare ad accadere in Europa”.

Già, “non può”. E chi lo dice? Non bastasse già il potenzialmente molto più grave conflitto in Ucraina, come escludere un nuovo incendio nei Balcani, quando le fondamenta stesse della pax americana, concordata in Ohio dopo tre anni e mezzo di mattanza, poggiano sulla legittimazione della logica spartitoria e sui risultati della pulizia etnica ottenuti sul campo, e solo parzialmente corretti a beneficio dei musulmani? Il vescovo emerito di Sarajevo, mons. Pero Sudar è esplicito con Battistini e Mian: “Mi chiesero che cosa temessi di più. Io risposi: temo che la logica di Karadzic e dei serbo-bosniaci s’impossessi di tutti noi. La logica che vuol farci credere di non poter vivere insieme in Bosnia-Erzegovina. Purtroppo, devo dire che questa logica ha vinto. E regna da tutte le parti”.

Radovan Karadzic, lo psichiatra e dubbio poeta di Sarajevo che mise a ferro e fuoco la piccola Jugoslavia bosniaca cercando sostegno e rifugio nella Grande Serbia di Milosevic, oggi lo ripete dal carcere inglese sull’isola di Whight, dove sta scontando l’ergastolo: “A un certo punto nemmeno i gatti dei serbi riuscivano ad andare d’accordo coi gatti dei musulmani. Non potevamo permettere che i ‘turchi’ ci tagliassero la gola”. E allora, mano libera alle bande assassine di Arkan a Visegrad, Foča, Prjedor; ai lager di Omarska, Keraterm e Trnopolje. Disco verde alle truppe di Mladic per i 43 mesi di assedio e undicimila morti di Sarajevo, e per l’infame genocidio di ottomila musulmani maschi a Srebrenica.

Il Pietro Micca alla rovescia di oggi è già pronto ad entrare in azione: si chiama Milorad Dodik, il successore di Karadzic e della biologa eugenetica Biljana Plavsic, alla guida della repubblichetta serba entro i confini della Bosnia post Dayton. Un filo-putiniano di ferro, che da mesi va gridando che i serbi vogliono il loro esercito autonomo e non possono accettare le leggi comunitarie votate dai musulmani e dai croati tra loro federati. A costo di imbracciare nuovamente le armi. Avvisaglie di secessione che l’Occidente lascia galleggiare fra i ghiacci di una infinita guerra fredda balcanica e di una finta pace fra i serbi, i croati e i bosgnacchi. Genti prigioniere di un passato che non vuole passare e di leader nazionalisti che sul ricatto della paura hanno costruito un sistema corrotto, incapace di creare lavoro e benessere. D’altronde, come dichiara l’ex Procuratore del Tribunale speciale per l’ex Jugoslavia, Carla Del Ponte, che ha fatto condannare Karadzic e Mladic e portò alla sbarra anche il presidente della Serbia Milosevic (poi morto misteriosamente in cella a Sheveningen), “quel Dodik è un pazzo, è lì da sempre”. E aggiunge, alludendo alle responsabilità dei tribunali bosniaci: “una riconciliazione si fa se c’è una giustizia imparziale, che non guarda in faccia a nessuno. E qui ci sono ancora tantissimi esecutori materiali a piede libero e magari ancora in carica. Secondo me, sono pronti per un’altra guerra”.

Eppure, nel loro lungo viaggio in un paesaggio politico e umano rimasto congelato al 1995, per la Bosnia-Erzegovina,  e al 1999, per il Kosovo, Battistini e Miannon si limitano a scandagliare i luoghi del dolore ricostruiti come new towns del nazionalismo più chiuso e astioso (anche Sarajevo lo è, nella sua totale islamizzazione, a dispetto dell’artificiosa etichetta di città “multiculturale”),o a dare voce a testimoniautorevoli quanto disillusi ea reduci segnati per sempre dal drammatico passaggio epocale degli anni Novanta. Non si accontentano di radiografare e disegnare la mappa di un grande fallimento storico, come la mancata transizione dei Balcani Occidentali dal medioevo totalitario alla modernità della democrazia delle libertà e dei diritti. Fanno di più. Con pazienza e sensibilità da giornalisti d’inchiesta cercano anche qualche segnale di speranza in un futuro diverso da un nuovo conflitto. Esempi isolati, ma importanti, di riscatto civile. Come la storia di Irvin Mujcic, orfano del padre e dello zio trucidati a Srebrenica e cresciuto da profugo, con la madre e i fratelli, in una valle bresciana. Dopo essersi laureato in filosofia in Italia, ha scelto di tornare nell’Auschwitz della Bosnia per avviare un progetto di turismo ambientale e responsabile, “realizzando con le sue mani un borgo di sadrvan, casette di pietra e legno tagliato con l’accetta secondo la tradizione dell’Osat, la regione della valle della Drina”. E’ diventato un “ricostruttore di pace”. Perché? “L’unico modo di chiudere una guerra – dice con la serenità negli occhi – è quello di ricostruire, e questo è il compito della mia generazione”.

Un segnale di speranza vorrebbe essere anche il coraggio mostrato da ZehidaBihorac, una maestra elementare di Bihac, cittadina al confine con la Croazia, crocevia della BalkanRoutebattuta dai profughi di questo inizio millennio. Ricordando che “sono stata una profuga anch’io, in Germania, e la gente mi aiutava”, oggi sfida le autorità locali e il mondo intero per procurare coperte, medicine, cibo, ai disperati risaliti dalla Turchia per tentare il game dell’ingresso illegale in Europa e lasciati morire al gelo dell’inverno bosniaco. I suoi concittadini, dimentichi di quanto dovettero patire trent’anni fa, oggi non ne vogliono sapere di aiutare chi replica la loro esperienza. Anche questa è la Bosnia di oggi. Figlia del rancore, della miseria e della paura. Per non dire dei ringhiosi Paesi confinanti: la Serbia offesa e isolata, sempre più vicina a Russia e Cina; e la Croazia, ruvido guardiano dei confini Ue, impegnata a guadagnarsi i galloni per entrare nel club di Schengen.

È nato male il nuovo millennio. E a tenerlo a battesimo è stata proprio Sarajevo. La maledetta Sarajevo, dove il Secolo Breve iniziò e anche finì. Prolungando i suoi fantasmi nella polveriera ucraina.

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Valerio Di Donato, giornalista e scrittore. Ha lavorato a lungo al "Giornale di Brescia", occupandosi di politica interna e estera approfondendo in particolare le vicende dell'area balcanica. Ha pubblicato due libri: "ISTRIANIeri. Storie di esilio", uscito nel 2006 con "Liberedizioni" di Gavardo, una serie di racconti di vita vissuta concernenti la storia degli esuli giuliano-dalmati e non solo. Nel 2021 ha esordito nel romanzo storico con "Le fiamme dei Balcani", per i tipi di "Oltre edizioni" di Sestri Levante.