Era un’occasione irripetibile per poter andare nella città assediata da tre anni e mezzo, prima che i mostri da cui era posseduta, ma che mai la sottomisero, se ne tornassero per sempre negli antri bui da cui erano usciti. E la agguantai al volo, come il biglietto per l’ultima rappresentazione in cartellone della Storia d’Europa tardo-novecentesca, dal titolo: “Fine di un lungo incubo”. Non avrei mai pensato di conoscere Sarajevo mentre i due nemici si controllavano ancora a distanza, dito sul grilletto, dalle rispettive trincee, in attesa dell’ora imminente del definitivo “rompete le righe, tornatevene a casa, recuperate una parvenza di vita normale”. Fino a quel momento non ero mai stato su un fronte di guerra. Per di più nel cuore simbolico di tutte le guerre jugoslave: Sarajevo l’eroica. Sarajevo la Stalingrado dei Balcani. Sarajevo il bastione della multiculturalità in controtendenza rispetto alla deriva nazionalista di Belgrado e Zagabria. Sarajevo capitale di un paese, la Bosnia-Erzegovina, entrato nelle mire spartitorie del serbo Milosevic e del croato Tudjman.

Un amico della Caritas diocesana mi offrì un passaggio sul furgone in partenza da Brescia, a metà febbraio del 1996, per una missione umanitaria a Sarajevo concordata con le autorità locali. Gli accordi di pace fra serbi, croati e bosgnacchi (i musulmani bosniaci), raggiunti il 21 novembre 1995 a Dayton, negli Usa, e firmati un mese dopo a Parigi, sarebbero entrati formalmente in vigore di lì a poco, il 29 febbraio, con il ritorno della capitale sotto la piena sovranità della nuova Federazione croato-musulmana. Il nostro viaggio via terra da Spalato a Mostar risalendo il corso del fiume Neretva, si svolgeva pertanto nella classica fase di transizione dalla guerra alla pace, in cui tutti pensano alla smobilitazione, ma l’allerta resta sempre alta. Non mancava, naturalmente, il solito drappello di irriducibili che si sentivano ancora in servizio attivo, per testardaggine pseudo-patriottica o per il semplice gusto paranoico di prolungare un inutile supplizio all’avversario. Che gli – ormai ex – aggrediti soffrissero ancora un po’, prima di sentirsi vincitori riprendendosi gli spazi violati e le vite sfregiate in 43 mesi di accerchiamento! Ecco perché, pur tacendo le artiglierie attestate sulle colline e montagne sovrastanti la conca urbana, fra gli scheletri anneriti dei palazzi svuotati di inquilini si annidavano gli ultimi giapponesi in versione balcanica: snajper, cecchini. I tiratori seriali nel lugubre luna park balcanico.

SARAJEVO-viale dei cecchini

Fu in quello scenario da titoli di coda di un film in cui le immagini e le emozioni del rodeo interetnico serbo-musulmano scorrevano e palpitavano ancora sullo sfondo, che risalimmo per i tornanti tortuosi del Monte Igman. Uno dei panettoni di roccia che avevano ospitato le Olimpiadi invernali del 1984, nel cui ventre l’ingegno degli aggrediti era riuscito a tracciare un percorso alternativo utilizzato da giornalisti, operatori umanitari e contrabbandieri, da percorrere con mille attenzioni. Sembrava che seguissimo un misterioso filo d’Arianna che si dipanava in un labirinto di stradine e mulattiere in grado di evitare ai viaggiatori spiacevoli incontri con gli aggressori appostati nei punti strategici. Quando arrivammo a destinazione all’aeroporto di Butmir controllato dai Caschi blu dell’Onu, dopo sei ore al rallentatore oscillanti fra inquietudine e ironie – contro i normali quaranta minuti dell’insicura strada maestra -, applaudimmo tutti e tre all’unisono Giancarlo, il nostro smaliziato autista. Da lì, una volta affidato il furgone e il relativo carico in mani amiche, la procedura per fare finalmente ingresso in città prevedeva una straordinaria esperienza sotterranea: l’attraversamento del “Tunel Spasa”, il “Tunnel della Speranza”. Un’infrastruttura d’emergenza divenuta mitica nella Sarajevo isolata dal mondo. A realizzarla, fra marzo e giugno del 1993, fu un’eroica squadra di volontari che scavò dal garage di una casa adiacente allo scalo – con ogni mezzo a disposizione, cucchiai e mani compresi – un cunicolo di quasi ottocento metri di lunghezza, largo un metro e venti, alto un metro e mezzo e solo in alcuni punti il metro e ottanta, sotto la pista dell’hub bosniaco, sfidando proiettili e granate dei serbi.

Sarajevo 30 settembre 1993 – la ragazza che corre (foto di Mario Boccia)

Le regole stabilite imponevano una circolazione a senso unico alternato in base a precisi turni prefissati, per entrare o uscire da Sarajevo lambendo pericolosamente la linea del fronte. Mediamente, visto l’intenso traffico giornaliero, occorrevano due ore per percorrere ingobbiti con il fango alle caviglie quei 760 metri, nelle fasi acute del conflitto. Noi non incrociammo, invece, quasi nessuno e bastarono meno di venti minuti. Una volta risaliti in superficie, che era già buio, all’altro capo nel quartiere di Dobrinja, una Zastava 125 ci stava aspettando col motore acceso e i fari spenti. L’onesta automobile derivata dalla Fiat, sembrava sul punto di scoppiare mentre fendeva a 120 all’ora le spettrali rovine degli edifici bombardati lungo Ulica Zmaja od Bosne (Strada del dragone di Bosnia), più nota come “viale dei cecchini”, il simbolo più disumano dell’aggressione, e ci scaricò a due passi dal mercato di Markale, altro luogo iconico del martirio dei cittadini di Sarajevo. Poche ore per concludere gli accordi di ristrutturazione a spese della Caritas bresciana di un forno per il pane messo fuori uso da un colpo di mortaio. Cena informale in una taverna del centro e di corsa a dormire nell’unico albergo in funzione all’epoca: l’Holiday Inn, il celebre rifugio degli inviati di guerra, già sede del quartier generale del Partito Democratico Serbo, i nazionalisti di Radovan Karadzic. Fu da una finestra dell’Holiday Inn che il 6 aprile 1992 gli estremisti serbi cominciarono a sparare sulla folla dei pacifisti radunati davanti all’antistante sede del Parlamento dando ufficialmente il via alla guerra.

Questo è il ricordo più nitido che mi resta di un viaggio-lampo, rivelatosi al tempo stesso un involontario pellegrinaggio, fra le icone della morte nella più nota delle città martiri dell’ex Jugoslavia, assediata per 1425 giorni dalle milizie serbe di Karadzić e del generale Mladić, al prezzo di 12.000 morti, 50.000 feriti, l’85 per cento dei quali civili, e un patrimonio urbano ridotto in macerie.  Trent’anni dopo, gli accordi di Dayton che hanno diviso la Bosnia-Erzegovina in due entità distinte (una croato-musulmana, l’altra serba) ma “collaboranti” in un macchinoso sistema di istituzioni comuni, mostrano tutta la loro fragilità intrinseca alla logica nazionalista che li ispirò, fallendo l’obiettivo di coniugare pace, riconciliazione e sviluppo. Tentazioni secessioniste agitano oggi, pericolosamente, la parte serba, che guarda a Belgrado con la benedizione di Mosca. La guerra in Ucraina le tiene per ora in stand by e l’Europa, come al solito, finge di non vedere.



La newsletter del “ILDIARIOonline”

Se vuoi ricevere gli articoli della settimana iscriviti gratis alla nostra newsletter. Arriva tutti i lunedì direttamente nella tua casella di posta alle ore 7.00. Basta cliccare qui



Previous articleQuattro amici al bar
Next articleMessinscena
Valerio Di Donato, giornalista e scrittore. Ha lavorato a lungo al "Giornale di Brescia", occupandosi di politica interna e estera approfondendo in particolare le vicende dell'area balcanica. Ha pubblicato due libri: "ISTRIANIeri. Storie di esilio", uscito nel 2006 con "Liberedizioni" di Gavardo, una serie di racconti di vita vissuta concernenti la storia degli esuli giuliano-dalmati e non solo. Nel 2021 ha esordito nel romanzo storico con "Le fiamme dei Balcani", per i tipi di "Oltre edizioni" di Sestri Levante.