I segni anticipatori c’erano già stati, in occasione della nota frattura ideologica tra fautori vax e no vax, in quest’epoca di Covid: sorprendentemente ci siamo accorti che il nostro amico, il nostro vicino di casa, un figlio, o il filosofo stimato la pensavano in modo opposto a noi. Ognuno avviluppato nelle proprie certezze o anche nelle istintive diffidenze ha scoperto, soffrendone, che non esiste un’unica verità, o almeno una verità uguale per tutti gli umani. Abbiamo definito i dissenzienti – a seconda dei casi – degli sciocchi, dei disinformati, li abbiamo bollati talvolta di malafede, o di essere dei paurosi o eccessivamente allineati alle regole. Oppure li abbiamo tacciati di essere ideologicamente con i paraocchi. Estremisti. E via dicendo. Dunque abbiamo praticamente riscoperto, pagandola a caro prezzo, che esiste la diversità dentro cervelli solo apparentemente simili.

Ora è venuta anche la guerra in Ucraina. Eravamo convinti che, dopo i conflitti mondiali e la guerra selvaggia di Bosnia-Erzegovina, nella società globalizzata europea ci fosse ormai solo spazio – al massimo – per delle guerre asimmetriche: attentati terroristici oppure conflitti commerciali e finanziari, magari con i dispetti degli attacchi informatici.

Non era roba da Europa la guerra-guerra, quella con le sue belle trincee, le bandiere strappate, le bombe, i razzi, i carrarmati, le flotte, i bombardieri, i civili straziati e le città rase al suolo, le bugie della propaganda militare, con tutto il corredo di annessi e connessi. Al massimo, i più informati sapevano delle 10 maledizioni che colpiscono ancor oggi il mondo, ma lontano dagli occhi…e proverbialmente dal cuore. Si tratta di Etiopia, Yemen, Sael, Nigeria, Afghanistan, Libano, Sudan, Haiti, Colombia, Myanmar. Ma da noi basta, quella è roba da selvaggi. E poi c’è la bomba nucleare a proteggerci: chi sarebbe mai il pazzo a rischiare che poi esploda come un palloncino tutta la sfera terracquea?

Ci siamo risvegliati dentro ad un incubo: sono stati molti i leader affascinati dalla personalità di Putin. Era contornato dalla fama di aver saputo ridare al proprio paese un peso internazionale, dopo il crollo dell’Unione sovietica: non era solo un gigione che scherzava con Berlusconi e le sue donnine. Ora tutti a sfogliare internet o i libri, alla ricerca dei segni di pazzia del tiranno, padrone della democratura, cioè quel misto di libertà col guinzaglio che si chiama Russia. In nome del danaro, abbiamo accolto i neoricchi spocchiosi e griffati nei nostri grandi Hotel, da bravi commercianti dedicati all’export abbiamo allacciato relazioni vantaggiose.

Ora solo gli sprovveduti cadono dalle nuvole e scoprono che la Russia, col suo secondo arsenale militare del Pianeta, non è solo un buffo cliente esibizionista. Negli ultimi mesi il volume delle riserve auree russe – che è quintuplicato tra il 2007 e il 2020 – è arrivato a sfiorare 2.300 tonnellate. Ha superato per precisa scelta politica le proprie riserve in dollari, onde sottrarsi alla morsa delle sanzioni statunitensi, applicate dopo l’assalto alla Crimea. Scopriamo che ci siamo legati mani e piedi alle forniture di gas russo, finanziando così lucrosamente i costi delle guerre di Putin.

Ma ciò che ci impressiona di più è il senso di una paura boia. Fiutiamo l’aria cattiva e siamo sempre più convinti che il tiranno se ne sbatta di formule e princìpi umanitari, fino ad ora dati per scontati: vorrebbe riprendersi ciò che dopo il crollo del muro di Berlino è stato perduto (o, secondo altre posizioni, sottratto) a favore della vecchia pacifica filoamericana Europa. Il buon senso è proprio come la questione vax o no vax: se credi in un’idea, anche se per gli altri è proprio sballata, ci dai dentro con convinzione fino alla morte. E Putin sta giocando consapevolmente una partita di poker con la Storia. Una partita grottesca ma entusiasmante, per chi ama il rischio. Ora l’Europa dei discorsi, delle commemorazioni, della filosofia greca, degli infiniti “secondo me” che alimentano le divisioni, si trova ad un bivio: è giusto o meno aiutare anche con le armi un popolo che sta sfidando Golia con le sue fionde e il coraggio? Io sono frutto di una generazione che ha fatto dei fiori nei nostri cannoni un mito, ma ora chiedo: è giusto lasciare che gli ucraini siano stritolati dalla macchina putiniana? È giusto rinunciare a mettere in pratica ciò che la nostra buona fede ci prescrive? Ha un significato questa malandata, ma benedetta idea di democrazia?  E fornire armi non significa, d’altra parte, cooperare a generare altre morti e a perpetuare l’odioso primato della forza fisica sui princìpi?

A questo punto mi torna in mente una barzelletta abbastanza scorretta, ma che in tutto questo marasma di scorrettezze, forse con un tiepido sorriso rende l’idea e la scuserete: una persona all’improvviso viene aggredita da un bruto per strada, approfittando dell’oscurità. La vittima è una persona delicata, ragionevole, che non ha ancora risolto il problema del proprio genere sessuale. Insomma non si sente né maschio, né una femmina. Così, divincolatasi un momento dalle braccia del bruto, gli grida: “Non ti picchio perché è da uomo, non ti graffio perché è da donna, ma ti odio, ti odio, ti odio!” Ora non so che fine abbia fatto questa creatura incerta e fragile, ma è ragionevole pensare che sia stata sopraffatta. Insomma, ci sono momenti della Storia in cui, purtroppo, dobbiamo prendere delle decisioni che anche idealmente ci ripugnano. Se ci vogliamo nutrire, magari mangiando coscette di pollo o costine di agnello, non possiamo esimerci dal pensare che gli animali, che pure amiamo, soccomberanno più o meno violentemente. Io lo chiamo: il drammatico dilemma della bistecca. Al limite, il senso non cambia di molto per i vegetariani che amano le piante e se le mangiano spezzando le loro vite in fiore. Questa violenza biologica di sopravvivenza non piace a nessuno, a pensarci. E purtroppo non ci aiuta neppure la lettura della Bibbia, a trovare una soluzione moralmente inattaccabile. Mi rendo conto che ho usato dei paragoni alquanto brutali, ma lo faccio intenzionalmente, perché talvolta c’è in giro una sorta di ipocrisia raggelante o di impotenza pratica. Si vorrebbe mantenersi in equilibrio su un filo sopra l’abisso, quando è perfettamente chiaro a tutti che le condizioni non ammettono, oltre certi limiti, dei compromessi.

Certo non sono favorevole ad un’escalation della diffusione delle armi, né mi piace affatto la decisione di innalzare la spesa nazionale per il loro acquisto, secondo gli impegni Nato assunti anni fa, invece che indirizzarla ad altre iniziative socialmente utili. Se però l’alternativa è rischiare la cannibalizzazione inerme, è doverosa una riflessione franca. Putin ci ha fatti precipitare in una situazione anche psicologica inusitata: l’esempio dell’Ucraina docet. Logico almeno immaginare che prossime vittime sacrificali, dopo l’Ucraina, potrebbero essere magari le piccole Estonia, Lettonia e Lituania, se non vogliamo osare di immaginare un disastro più in grande. E questi sono stati dell’Unione Europea: dunque, qualora aggrediti, non avremmo altra soluzione che quella di difenderli con le armi, lo dicono proprio gli accordi, se non basta la generica fratellanza. Forse, è più saggio prevenire simili evenienze con un potenziale di protezione, dopo aver esperito tutte le iniziative più incisive possibili, attraverso sanzioni durissime, che però Putin sembra poter scansare: la Cina, il gigantesco convitato di pietra, socchiude la porta in modo sornione all’ex nemico russo, per estendere senza ulteriori ostacoli la propria influenza sul mondo, necessaria a sfamare oltre un miliardo e mezzo di anime sue. Sbancare il tavolo da gioco è un’attrazione formidabile. Un qualche maledettissimo Putin, Milosevic, Hitler, Mussolini nella storia rinasce sempre da qualche parte e allora non bastano più le parole che ci piacerebbe ascoltare, perché risuonano dolci: amore, pace e dialogo. Non le abbiamo ancora assimilate abbastanza, o non tutti le digeriscono allo stesso modo.

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Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta e Dragan l’imperdonabile.