Come è orribile questo presente che fa il verso al peggiore passato, evocando la signoria del male. Che divora tante vite e le nebulizza in cristalli di morte ad ogni bomba che piove su città crocifisse. Che si accanisce senza neppure la pietà di una tregua, affidata a fulminee parentesi umanitarie, per i mille e mille intrappolati nelle viscere di una terra circondata e offesa. Senza più scampoli di speranza, per i dannati che resistono combattendo in armi e per i sommersi che soccombono resistendo inermi fino allo sfinimento.

Quanto maledetto è il passato che non resta passato. Che risuona di miti morti e risorti ovunque si abbatta la mannaia della Storia, che non dimentica, non perdona, e poco insegna a prevenire le sciagure. Un passato senza tempo è ritornato fra noi, rispolverando antiche uniformi spacciate per nuove, con il suo arsenale di crudeltà tecnologicamente aggiornato. Si prolunga nel nostro tempo, replicando il Novecento. Lo fa alimentandolo di parole già udite, affilate come coltelli già sguainati, veloci e letali come proiettili già esplosi. Armando e rinverdendo propagande poderose che eccitano i sentimenti e ottenebrano la ragione. In questo travaso osceno dall’ieri all’oggi, chi riesce ad ascoltare le urla squarciate delle vittime? Il canto disperato dell’umanità che si ostina a esistere e resistere fra le macerie di città sventrate nel corpo e nell’anima, attraverso le voci di eroi sconosciuti?  Poveri sommersi cittadini di Mariupol, degradati ad agnelli sacrificali, a carne da bruciare al demone della guerra ordinata da un tiranno decadente e feroce. Feroce perché decadente. Povere anime innocenti, ammassate, o forse sparse e sperse in ogni pertugio urbano dalle sembianze di riparo. Cosa ne sappiamo veramente di voi ucraini immolati ad un calvario inimmaginabile, noi, salvati cittadini delle democrazie d’Occidente? Orfani di antiche certezze e gelosi di effimeri primati? Quanto percepiamo, nelle nostre comode dimore, di un incendio geopolitico che rischia di riportarci a un nuovo 1914 o a una riedizione del 1939?

Ascoltiamole, invece, le voci dall’inferno della guerra. Quelle sfuggite alle censure o all’indifferenza. Oggi come ieri. “Sono sicura che morirò presto. È solo una questione di giorni. Tutti in questa città sono sempre in attesa di morire. Vorrei solo che la mia morte non fosse così spaventosa. So che non mi seppelliranno. Questo è quello che ci hanno detto i poliziotti quando abbiamo chiesto loro cosa fare della nonna morta di un nostro conoscente. Ci hanno consigliato di metterla sul balcone. Mi chiedo quanti balconi hanno dei cadaveri stesi sopra? Sono fuori in un cortile, di giorno, e c’è un silenzio cimiteriale intorno a me. Non ci sono macchine, né voci, né bambini, né nonne sulle panchine. Anche il vento è morto. Tutta la vita della mia città sta bruciando negli scantinati. È come una candela. Spegnerla è facilissimo. Qualsiasi vibrazione o brezza – e viene il buio. Cerco di piangere, ma non ci riesco. Mi dispiace per me, per la mia famiglia, mio marito, i miei vicini, i miei amici. Torno nello scantinato e sento l’orribile raschiare del ferro. Sono passate due settimane e non credo che ci sia mai stata un’altra vita”.

Queste parole, Nadezda Sukhorukova, le ha appallottolate in un disperato messaggio datato 19 marzo 2022 e affidato alla bottiglia virtuale della sua pagina Facebook, che riprendiamo dal Corriere della Sera nelle sue accorate cronache dalla Mariupol accerchiata dai russi.

Ora, però, riportiamo l’orologio un po’ più indietro: “Rinuncio (mi arrendo) a cercare giustizia, verità, rinuncio al tentativo di subordinare la mia vita a degli ideali, rinuncio a tutto ciò che fino a ieri consideravo necessario per un buon inizio, o una buona fine. Probabilmente avrei rinunciato anche a me stesso, ma non posso. Perché, chi resterà se tutti noi rinunciamo a noi stessi e fuggiamo dalla nostra paura? A chi lasciare la città? Chi se ne prenderà cura in mia assenza, mentre cercherò me stesso nei rifiuti di anime umane, mentre da solo perduto barcollerò, vulnerabile e stanco, al caldo, mentre i miei occhi si spalancheranno di fronte alla mia sconfitta personale? Chi si prenderà cura della mia città, dei miei amici, chi porterà Vukovar fuori dall’oscurità…”.

Mariupol 2022                                                                          Vukovar 1991

Solo il nome della città, Vukovar, ci rivela che questa disperata elegia risale a trent’anni fa. Così scriveva, infatti, il giornalista croato Siniša Glavaševićin uno dei suoi ultimi testi inviati via fax a Zagabria, il 12 novembre 1991, dal titolo “Priča o gradu” (Racconto di una città), prima di finire uccisodalle milizie serbe nell’assedio di Vukovar, considerata la città-martire della Croazia nella guerra di secessione dalla Jugoslavia. Due tragedie perfettamente intercambiabili in due città di confine, dove, ad un certo punto, il mondo è crollato loro addosso. Lo stesso strazio le accomuna. Mariupol 2022 e Vukovar 1991 (o Kiev e Sarajevo). La Storia muta e aggiorna le proprie scenografie, non la logica né il linguaggio. Non l’incredulità e il pathos delle vittime. Non la crudeltà e viltà dei carnefici. Non lo stupore e l’indifferenza degli spettatori di un dramma che si svolge “altrove”. Noi preghiamo per la vita di Nadezda, dei suoi cari e di tutti gli incolpevoli cittadini ucraini intrappolati nelle viscere di città sfigurate per sempre. Preghiamo che Mariupol non diventi una nuova Vukovar. Ma non dimentichiamo mai di accendere le luci della memoria, dell’informazione e dello studio, imparando a discernere il vero dal falso. Per riuscire ad ascoltare nitida la voce dei giusti e smascherare la mostruosa macchina della politica che si fa potere del sopruso.

Valerio Di Donato
Valerio Di Donato, giornalista e scrittore. Ha lavorato a lungo al "Giornale di Brescia", occupandosi di politica interna e estera approfondendo in particolare le vicende dell'area balcanica. Ha pubblicato due libri: "ISTRIANIeri. Storie di esilio", uscito nel 2006 con "Liberedizioni" di Gavardo, una serie di racconti di vita vissuta concernenti la storia degli esuli giuliano-dalmati e non solo. Nel 2021 ha esordito nel romanzo storico con "Le fiamme dei Balcani", per i tipi di "Oltre edizioni" di Sestri Levante.

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