In questa assurda guerra in Ucraina, ci risvegliamo ogni giorno circondati, implacabilmente, da nuovi muri e barriere, ideologiche, politiche, psicologiche. Costretti, in qualche modo, sempre a schierarci con o contro, a scegliere da che parte stare, a decidere preventivamente chi ha ragione e chi ha torto. Eppure, le nostre insicurezze e nervosismi da occidentali usciti di colpo dal Paese delle meraviglie capitalistiche o dei balocchi consumistici sono un niente cosmico a confronto della quotidiana mattanza, affrontata con il coltello fra i denti (per chi un coltello ce l’ha e pure i denti, per gli altri è molto più dura) dagli ucraini stretti nella garrota moscovita.

Leggiamo gli ultimi aggiornamenti di lunedì 14 marzo, e nell’immenso granaio di informazioni, rumors, immagini e video, spicca la sventura straziante dell’”altra” giovane mamma di Mariupol. Quella meno famosa rispetto alla blogger Marianna Pidhurska, uscita sanguinante ma indenne nel suo pigiama a pois dall’ospedale centrato dai missili di Putin, e che, miracolosamente, ha poi partorito pochi giorni dopo. Perché l’”altra lei” non ce l’ha fatta.  La morte doveva sceglierne una e ha carpito la donna senza nome trasportata dai soccorritori, che abbiamo visto accasciata nella barella con un braccio premuto sulla bocca e l’altro appoggiato sulla pancia rigonfia della sua promessa di vita, quasi volesse proteggerla dopo un cataclisma. Inutilmente per entrambi.

Ricordate le polemiche, le accuse e controaccuse? Cos’era: simbolo orrendo di un’aggressione vigliacca che non ha pietà neppure dei più deboli e indifesi, oppure una spudorata fake news costruita dall’aggredito per emozionare il mondo e spingere l’Occidente a scelte più coraggiose, e anche temerarie, delle semplici, eppur pesantissime sanzioni economiche anti-russe? A chi credere?

Dipende dalle fonti naturalmente: ognuno si affida alle proprie, per non dire alla prima in cui si imbatte. Ma a parte quello che ne pensiamo noi, comodamente bombardati non da un missile da crociera o da un tank T 90 ma solo dai Tg, può essere utile capire cosa ne pensano gli ucraini che, come noi, sono lontani dal fronte. Attenzione, perché la risposta non è scontata, i pareri non a senso unico. Una piccola, trascurabile forse ma comunque istruttiva riprova che la lettura del mondo in bianco e nero, senza sfumature, lascia il tempo che trova, me la fornisce una mite badante ucraina della regione di Odessa.

Luba è una signora matura, dal volto gentile, l’aspetto rassicurante, nei grandi occhi celesti la luce pacata di chi pensa solo a lavorare sodo pensando al futuro. Assiste una mia conoscente e non si sottrae a qualche domanda, posta con discrezione. Ha due figli, che “se ne stanno quanto più possibile nascosti per non rischiare la pelle”, mentre la guerra si avvicina sempre di più anche al loro piccolo mondo antico, di periferia, sino a pochi giorni fa risparmiato dai bombardamenti. Il più giovane, 35 anni, soffre di una disfunzione cardiaca che lo esonera dalla leva militare. Lavora, malpagato, quando può. L’altro, 40 anni, gode di sana e robusta costituzione e se ha potuto evitare il reclutamento, ad oggi, è solo perché accudisce la nonna ultranovantenne, seminferma, che vive da sola. Ma chissà quanto reggeranno i “motivi di famiglia” per evitargli la prima linea.

È lei, Luba, il bastione economico a distanza di tutta la famiglia. E’ lei che sostiene tutti e tre con le rimesse da emigrante. Del marito, se ancora ne ha uno, non parla. Il suo caso è significativo di una realtà molto diffusa nel Paese martire d’Europa: la commistione di lingue e di popoli, il “melting pot” che abbiamo già visto andare precipitosamente in crisi altrove nel mondo negli ultimi trent’anni. “Io sono russa per parte di padre e ucraina per parte di madre. Parlo russo e ucraino. Prima non c’era nessun problema. Oggi, invece, quando chiamo i miei parenti per sapere della loro situazione, so che devo stare attenta a come parlo, a seconda di chi mi risponde, per non urtare i loro sentimenti”. Sentimenti diversi e ora anche divisi. Un film già visto in altri contesti multietnici, ex Jugoslavia, Iraq, Siria, Afghanistan.

“Le foto dell’ospedale di Mariupol? Ma non ci crederai davvero!”, mi redarguisce con rispetto, mentre non è ancora stata diffusa la notizia della morte di una delle due partorienti. “Una messinscena”, afferma sicura Luba. Che sia anche lei un’infiltrata del nemico tra la folta comunità delle badanti ucraine che tengono su le sorti assistenziali del nostro attempato Paese?

Nel profondo dell’animo si capisce che ha paura. La voce, a un certo punto, si incrina, gli occhi le si velano di inquietudine. “Non so cosa ne sarà di loro”. Spazia nell’album di famiglia. “Un mio nipote si era appena fatto la casa, sai, dopo tanti sacrifici, l’aveva arredata, era felice per i suoi figli piccoli e la moglie. Una bomba è caduta sul palazzo, l’altro ieri, e ha distrutto tutto. Loro, per fortuna, erano nel rifugio”. La ascolto anch’io con rispetto, tento di capire. Ora parla sciolta, a ruota libera, rassicurata, le domande non servono più a scucirle i pensieri. “Zelensky?”, si avventura nella grande politica. Non ha dubbi: “Lui è un attore. Uno stupido. Noi avevamo invece bisogno di un politico, uno che sapeva quello che faceva e diceva”. Allude all’adesione alla Nato. “Ma in Donbass…”, provo a intervenire. Mi interrompe subito, sempre con delicatezza. “Signor Valerio, in Donbass per anni hanno…sì, hanno fatto del male a chi si sentiva russo, volevano imporre la lingua ucraina, le loro leggi. Prima non era così, tutti vivevano in pace uno accanto all’altro. Non capisco perché le cose sono andate in questo modo”.

Stia tranquilla Luba, non siamo riuscite a dirle. Non lo capisce neppure la maggior parte degli italiani e degli europei, che pure dovrebbero avere l’occhio più distaccato sui fatti. Soprattutto perché non c’è la voglia di capire, di distinguere, di andare in profondità. Di leggere la storia dell’Ucraina, a partire almeno dalla rivolta (tecnicamente un “colpo di stato”) di piazza Maidan nel 2014. Farlo significa essere catalogati d’ufficio nel fronte filo-Putin. L’odioso e feroce tiranno. Odioso e feroce, e quindi automaticamente “nel torto”. Anche se, da un punto di vista squisitamente storico e politico, detto con distacco scientifico, qualche ragione ce l’ha anche la Russia. Ma fra Grande Russia putiniana e Grande Nato euroamericana, la terra di nessuno della Ragione sembra destinata a non germogliare frutti, calpestata com’è dai costruttori di un nuovo muro.



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Valerio Di Donato, giornalista e scrittore. Ha lavorato a lungo al "Giornale di Brescia", occupandosi di politica interna e estera approfondendo in particolare le vicende dell'area balcanica. Ha pubblicato due libri: "ISTRIANIeri. Storie di esilio", uscito nel 2006 con "Liberedizioni" di Gavardo, una serie di racconti di vita vissuta concernenti la storia degli esuli giuliano-dalmati e non solo. Nel 2021 ha esordito nel romanzo storico con "Le fiamme dei Balcani", per i tipi di "Oltre edizioni" di Sestri Levante.