Davanti a questa pazza guerra che non sembra voler cessare e alle paure per la provocazione di una nuova potenziale Chernobyl, tanti cittadini si sono gettati nelle farmacie a fare acquisti di pastiglie di iodio, per scacciare eventualmente qualche “disturbo” da contaminazione. In questo momento la reazione appare istintiva e al solito prematuramente esagerata. Piuttosto, molti italiani dovrebbero fare una buona cura di fosforo che – si dice – aiuti la memoria, perché sono troppe le insulsaggini che avvengono ai piani alti della politica e sono sottovalutate con una scrollata di spalle dai fedelissimi di questo o quel partito. La competizione politica si nutre di affermazioni spot, slogan ripetuti all’infinito fino a quando il popolo non li assorba, come normali assiomi. Maestro fu il Cavalier Berlusconi che ci espropriò, tra le tante sue imprese, anche del piacere di gridare l’incoraggiamento spontaneo alla nazionale di calcio: quel “Forza Italia!” che non si può più urlare a pieni polmoni, per non temere di essere tacciati di eccessiva partigianeria politica di “quella parte”. Ci è stata rubata anche la bandiera bellissima della Serenissima che, appena fuori dal centro storico di Venezia, oramai contraddistingue senza dubbio il leghismo veneto più spinto. Si è tentato persino di trasformare il verdiano Va’ pensiero nell’inno di quella formazione politica. Più che le costruzioni di politiche sensate, che a volte comprendono pure dei sacrifici, si premiano le appartenenze rozze, si incentiva l’assimilazione di concetti attraverso l’esposizione di simboli. Dunque – mi chiedo – di quale razza robusta di apparato digerente debbono disporre i leghisti di buon senso, per continuare a sostenere un leader della stoffa di Salvini. Il suo principale merito, a mio giudizio (lo ammetto: giudizio di parte) è stato il tentativo, in parte riuscito, di esportare un certo tipo di leghismo (evito di commentarne la qualità) anche in altre regioni del sud d’Italia. Per il resto della sua politica si è trattato specialmente di un continuo inseguimento alle paure irrazionali della gente, per saltar sopra alla tigre ed ergersi a campione di un modello di stato chiuso in se stesso, lontano dall’euro, dall’Europa. A far barriera contro la ridicola, pretestuosa invasione, di poche migliaia di migranti diseredati. E contro le tasse di qualsiasi genere, come se il paese potesse tranquillamente vivere di rendita e non sia gravato da un debito immane. Ha segnato un autogol clamoroso, sottraendosi dalla visibilità in un governo a trazione leghista. Sembra che sia quasi morta di arteriosclerosi anche la Bestia, la macchina dei like che produceva studiate reazioni e commenti sul web. L’aveva ideata per lui Luca Morisi, fin dal 2013 e fino a poco tempo fa suo stratega per i social. Il cosiddetto Capitano si è vieppiù trasformato in una di quelle bambole tanto in voga qualche anno fa: il Big Jim corrispondente della Barbie, coi suoi travestimenti occasionali ora da poliziotto, ora da pompiere, ora da carabiniere, ora da marinaio militare. Per convinzione ha infilato una serie orribile di scelte, anche di politica internazionale: non solo allineandosi ai più retrivi sovranisti europei, ma -scavalcando l’Oceano – ha dato la propria affettuosa adesione a personaggi pericolosi come Bolsonaro, il presidente brasiliano complice della più intensa campagna di desertificazione del pianeta, con le sue aperture alla devastazione amazzonica, al genocidio indotto degli indigeni, la sottovalutazione del covid. Quando Bolsonaro è giunto in Italia, essendo purtroppo di nostrana origine, il Capitano si è permesso di andarlo a ricevere e portargli di fatto le scuse a nome del popolo italiano, perché il brasiliano era stato oggetto di sacrosante contestazioni. Chi non ha perduto la memoria, ricorda anche le sue esternazioni e le mascherine promozionali a favore di un altro falco, all’epoca ricandidato alla presidenza degli USA: Donald Trump. La ciliegina sulla torta l’ha messa adulando Putin, dal 2014 in poi. Ecco alcuni fiori spontanei citati dai media: “Se devo scegliere tra Putin e Obama scelgo Putin tutta la vita: il terrorismo islamico va sradicato, con ogni mezzo necessario” (29 settembre 2015). “Sanzioni contro la Russia, follia dei cretini Ue e di Renzi! Io sto con Putin, via le sanzioni” (5 novembre 2015). “Cedo due Mattarella in cambio di mezzo Putin” (25 novembre 2015).”Viva Trump, viva Putin, viva Le Pen e viva la Lega” (4 dicembre 2016). “Se devo scegliere tra Putin e la Merkel… vi lascio la Merkel, mi tengo Putin!” (25 marzo 2017). “Mi auguro che domani i russi rieleggano il presidente Putin, uno dei migliori uomini politici della nostra epoca, e che tutti rispettino il voto democratico dei cittadini” (17 marzo 2018).

Adesso è venuto lo schiaffo del sindaco di Przemysl, cittadina polacca che si trova ad una decina di chilometri dal confine con l’Ucraina, che si è rifiutato di riceverlo, rinfacciandogli la famosa foto scattata nella piazza Rossa di Mosca, con indosso la maglietta del leader russo. “Io non la ricevo”, ha detto Wojciech Bakun, “venga con me al confine a condannare Putin”. Tanto più che Salvini si era presentato, nel suo aggiornato travestimento alla Big Jim, con un giubbotto che conteneva 20 loghi ben in vista di altrettanti brand di marche del lusso, disposte come medaglie militari[1]. In realtà il “povero incompreso” stavolta esibiva il giubbotto di una onlus attiva nel campo delle malattie oncologiche e relativi sponsor, ma in quel contesto appariva – per come era stato concepito il modello – quasi un insulto alla miseria degli ucraini, costretti a dibattersi in condizioni esistenziali tragiche.

Ora non intendo sparare di più sul pianista. Non è chiaro fino a quando sarà tollerata una simile leadership, malgrado tutta la profusione di scelte discutibili, dai leghisti di buon senso che contano. Ma la lega non è partita di congressi, piuttosto è partito da assemblee popolari massificate. Dunque, in attesa, consiglio ai resilienti sostenitori del Capitano una nuova maglietta più innocua e adatta: quella con stampate le tre scimmiette sagge che con le mani si tappano gli occhi, la bocca e le orecchie. I loro nomi sono “Mizaru”, “scimmia che non vede il male”, “Kikazaru”, “scimmia che non sente il male” e “Iwazaru”, “scimmia che non parla del male”. Anzi meglio sarebbe, visto i tempi che corrono, aggiungere alle altre una quarta: “Shizaru”. Simboleggia il principio del “non compiere il male”. Viene raffigurata con le mani incrociate. Anche i simboli talvolta, come del resto le parole o la loro assenza, possono sostenere il bene.

 

[1] Il giaccone di Salvini, che in effetti espone in bella vista i loghi di circa 20 brand italiani, appartiene in realtà alla “Cancro Primo Aiuto Onlus (Cpa)”, un’associazione attiva nel campo delle malattie oncologiche. Curiosamente, non si tratta della fondazione con cui il leghista è partito per portare il suo aiuto al confine ucraino, la “Ripartiamo Onlus”. Gli sponsor sulla giacca indossata da Salvini sostengono solo la “Cancro Primo Aiuto” e non sono riconducibili al politico italiano.



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Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta e Dragan l’imperdonabile.