In questi giorni in cui tutta l’attenzione mediatica è concentrata sulla terribile guerra scatenata da Putin contro l’Ucraina, forse è utile – ritengo addirittura necessario – rifugiarsi nella letteratura per ritrovare dei frammenti di umanità e di pace. In questo caso in un classico della memorialistica di guerra, per molto tempo ingiustamente derubricato a “libro per ragazzi”. Si tratta del volume Il sergente nella neve, di Mario Rigoni Stern, un testo pubblicato nel 1953 che, come noto, racconta la tragica vicenda della campagna di Russia, la guerra di aggressione voluta nel 1941 da Hitler e Mussolini contro l’Unione Sovietica e che si concluse con una completa disfatta delle forze dell’Asse e con un’ecatombe per le nostre truppe, in particolare per i nostri alpini: per il trasporto in Russia del Corpo d’Armata Alpino erano stati necessari 200 treni, per il ritorno ne
bastarono 17. Il brano che si propone è relativo ai giorni successivi alla battaglia di Nikolajewka del 26 gennaio 1943, quando appena un terzo dei 61.000 soldati italiani ormai in rotta, riuscirono ad uscire dalla sacca e a continuare la lunga ritirata di Russia, a quel punto attraverso l’Ucraina e poi la Bielorussia fino al rimpatrio. Gli altri 40.000 alpini furono inghiottiti dalla prigionia, dal freddo e dalla fame. L’atteggiamento della popolazione dei villaggi attraversati dagli sbandati che stavano ripiegando, costituita soprattutto da donne e bambini, fu quanto di più umano si potesse trovare in una guerra. E l’autore ne coglie il senso più profondo. Che quasi ottant’anni dopo, in questi giorni orribili per i cittadini ucraini e per la pace nel mondo, acquista un significato particolare.

“Che facciamo qui da soli? Non abbiamo quasi più munizioni. Abbiamo perso il collegamento con il capitano. Non abbiamo ordini. Se avessimo almeno munizioni! Ma sento anche che ho fame, e il sole sta per tramontare. Attraverso lo steccato e una pallottola mi sibila vicino. I russi ci tengono d’occhio. Corro e busso alla porta di un’isba. Entro.

Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio di legno da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria. – Mnié khocetsia iestj (Datemi da mangiare), – dico. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni mia boccata. – Spaziba (Grazie), – dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. – Pasausta (Prego), –  mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Nel vano dell’ingresso vi sono delle arnie. La donna che mi ha dato la minestra, è venuta con me come per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi un favo di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco.

Così è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che per una volta dev’esserci stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano come me, lo sentivo. In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini. Chissà dove saranno ora quei soldati, quelle donne, quei bambini. Io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere”.