I fiori sono marciti sulla bocca dei cannoni e sono stati sputati col fuoco dei proiettili: fine dell’illusione beat. Mentre infuria la guerra in Ucraina, riaffiora – mai estinto e sempre tradito – l’anelito ad un mondo proiettato alla ragionevolezza, volto al bene senza compromessi. La gente comune si chiede, con argomentazioni disparate e disperate a cosa serva tutto questo dolore. La gente pensa a Putin e magari lo immagina vecchio, morente, metaforicamente di fronte ai due metri di terra che lo copriranno per sempre nella tomba, con il carico dei propri rimorsi, posto che ne abbia. In fondo il destino che ci aspetta non è altro che quella manciata di terra, bastante a coprire la nostra esistenza e le sue trame contorte.

Ma la storia, forse anche la biologia umana, intanto non perdona. Siamo tutti quanti delle bestie, a seconda delle situazioni rispondiamo a pessimi impulsi ancestrali. L’istinto di offesa (o di difesa armata) si attizza in automatico quando sentiamo valicati i limiti che ci siamo imposti alla sopportazione: vuoi che sia, detto a caso, per lo spregio verso una donna, per la violazione della proprietà privata, per il dileggio di una bandiera nazionale, financo per quisquilie irriguardose verso una fede o una squadra sportiva. Prendiamone atto: ci sono migliaia di buoni pretesti per giustificare l’aggressività. Almeno in Europa, ci siamo cullati nell’idea disneyana dove le bestie feroci non sono fondamentalmente proprio cattive e alla fine della storia… vissero tutti felici e contenti. Abbiamo modificato il cartellino sulla porta del ministero della Guerra, sostituendolo con la più rassicurante placchetta di Ministero della Difesa.

Ci siamo già dimenticati che quella ucraina non è la prima guerra europea, dopo l’ultima mondiale: dal ‘91 al ‘95 c’è stato un massacro generalizzato e bastardo nella ex Jugoslavia, compresi i genocidi di Bosnia Erzegovina. Basta ricordare i carri armati che si vedevano sparare fin dal castello di Gorizia, guardando alla vicina Slovenia. I motivi sono sempre fastidiosamente i medesimi: chi attacca lo fa col pretesto di una “guerra giusta”. Questo è un termine meraviglioso, coniato in tempi recenti, per velare con l’ipocrisia i significati crudi della parola guerra: morte, distruzione, desolazione. La guerra giusta è stata anche quella che ebbe il pretesto di esportare la democrazia in Iraq, in Afghanistan. È stata quella – in precedenza ricordata – con la quale i serbi hanno messo a ferro e fuoco i Balcani a noi prossimi.

Ora è la volta della Russia, o meglio del governo di Putin, che non è la stessa cosa: guerra pretestuosamente scatenata verso un popolo pacifico che aspira a collegarsi stabilmente all’Europa occidentale. E questo impatta sul progetto del nuovo zar: ricostituire la potenza della Grande Russia, dopo la decadenza dello stato sovietico.  Per ora (poi si vedrà) punta a riconquistare almeno la terra dei cosacchi dal fiume Dniepr al Don, la patria di Gogol e dove si parla preferibilmente il russo. Sarebbe come dichiarare guerra alla Svizzera per appropriarsi del ricco Canton Ticino. Sarebbe come essere aggrediti dall’Austria per la riappropriazione del Sudtirolo, da cui provengo. E così via. Assurdo? Assurdo fino a quando non c’è qualcuno di potente, sproporzionatamente armato, che è in grado di imporre la propria guerra giusta. Qui non siamo di fronte ai Serenissimi col loro buffo Tanko, portato in piazza san Marco, che desiderano incongruamente ridar vita alla Repubblica di Venezia. Il progetto di Putin è concreto, ben altra cosa: lottare contro questa calamità ideologica significa opporsi ad un esercito di ca 900.000 unità effettive che possono diventare 2.000.000 con i riservisti, la seconda più imponente dotazione di armi del pianeta, tra cui quelle minacciose testate nucleari intercontinentali.

Il principe – sosteneva quella buon’anima di Machiavelli già sei secoli fa – « deve sapere che ad essere disarmato non ottiene altro effetto che di rendersi spregevole. (XXIV, 2). 

Un principe come Putin non deve essere troppo buono, se vuol mantenersi al potere, anche per scoraggiare i tentativi interni di venir detronizzarlo. Allo scopo è utile certo la manifestazione del proprio potere di vita e di morte, mantenendo alta la tensione: «Perché uno uomo, che voglia fare in tutte le parti professione di buono, conviene ruini infra tanti che non sono buoni. Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, e usarlo e non l’usare secondo la necessità» (XV,1). Il consenso delle masse si ottiene anche ergendosi a campione di un nazionalismo becero che faccia sentire l’orgoglio di appartenenza. Il solito meccanismo che ha dato successo ad avventure tragiche come il nazismo ed il fascismo: una miscela di sacro terrore e rispetto.  Putin, secondo convenienza, usa le armi rassicuranti della saggezza – affascinando a suo tempo figure come Berlusconi e più recentemente “il (quasi sempre) pentito” Salvini – oppure esibisce il pugno di ferro. Ritornano le parole di Machiavelli:

«Dovete adunque sapere come sono due generazioni di combattere: l’uno con le leggi, l’altro con la forza: quel primo è proprio dello uomo, quel secondo è delle bestie; ma, perché il primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo. Pertanto, a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e l’uomo».(XVIII, 2).

Già: usare ora l’uomo ora la bestia sanguinaria che vive in noi. Il bene e il male, dottor Jeckyll e mister Hyde. C’è da far tremare i polsi. In questi momenti registriamo la reazione di chi si è opposto all’invio di armi dell’Italia all’Ucraina, per sostenere la resistenza. Anch’essa è una questione irrisolvibile: le armi sono sempre strumenti di morte, anche se usate per difendersi. È una giusta soluzione incentivare la prosecuzione di un conflitto disperato? O è meglio accelerarne la conclusione, lasciando che gli ucraini siano preda indifesa degli aggressori, come si dice, per non sporcarci indirettamente anche noi le mani?

Non esiste mai una risposta semplice a problemi complessi. Se gli americani (e i russi) non fossero intervenuti a bloccare l’esercito nazista, forse non si sarebbe spento il latrato di questi esseri feroci. E se gli americani non avessero precipitosamente abbandonato l’Afghanistan ora non sarebbero prevalse le forze talebane con la loro cultura regressiva. Questa è una tesi: la sottopongo, mi perdonino i pacifisti irriducibili, senza pretesa di costituire una verità definitiva. Quella ucraina è comunque una guerra perduta, anche sul piano morale. Non ci resta che aiutare, come possiamo, la popolazione sfortunata, fino a quando taceranno le armi e le loro terribili garanzie. Mi ritornano in mente le parole di una ragazzina tredicenne, troppo pura per sopravvivere al disastro della prevaricazione, ma che aveva scritto, segregata nella soffitta dove era rifugiata per sfuggire alle bestie umane, di turno nella storia:

“Quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace, la serenità. Intanto debbo conservare intatti i miei ideali.”

Proviamo anche tutti noi, anche se appesantiti dall’esperienza negativa dell’età, a guardare aventi, molto in avanti, verso il cielo.

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Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta e Dragan l’imperdonabile.