Naturalmente non è possibile toglierci dagli occhi le immagini che arrivano dall’Ucraina.

Ma qualche riflessione, per noi ancora in pace, forse è possibile farla. A partire da due considerazioni: l’Europa è stata teatro di due guerre sanguinosissime ed è stata, più recentemente, sfiorata dalla tragica dissoluzione della Yugoslavia. Attorno alle economie e alle società d’Europa si sono scontrati interessi e follie militari che abbiamo cercato di tenere sotto controllo per 70 anni.

Ma, seconda considerazione, i militari europei hanno partecipato a una miriade di teatri di guerra, dal Medio Oriente, all’Africa, sino all’est asiatico. Queste guerre “locali”, in larga misura provocate dalle geostrategie americane, hanno provocato in un trentennio oltre 38 milioni di profughi, più di un milione di morti e ingentissime risorse sottratte alle società civili.

Oggi assistiamo alla tragedia ucraina che ci conferma, semmai ne avessimo bisogno, che non c’è luogo sicuro, nel mondo intero, per la parola pace. Che i nemici della convivenza albergano ovunque, anche se più esplicitamente indossano i panni dei sovranisti e dei nazionalisti.

Persone e soggetti politici che coltivano un modello di relazioni fondate sul conflitto e sono disposti a spingersi sino a travolgere la rete civile e la struttura stessa delle società.

In certi periodi storici queste persone e questi soggetti politici sono un ristretto numero, fanno rumore ma non mettono seriamente in pericolo la pace. Ma in altri periodi crescono sino a diventare una quantità capace di demolire tutte le conquiste democratiche di un popolo.  Non occorre che siano la maggioranza di una popolazione, è sufficiente che siano capaci di spaventare la maggior parte di quelli che vogliono vivere in pace. E li possono spaventare perché usano parole e azioni di guerra. Perché sono sempre in attesa che caschino bombe e che i fucili sparino.

Esattamente al contrario di quelli che vogliono vivere e non sfidare la morte.

Possiamo evitare che le nostre società si sgretolino corrose da questi aspiranti sterminatori?

Proviamo a riflettere su un aspetto. Intervistati, durante le presunte manovre militari russe, i cittadini di Kiev, tra cui i nostri connazionali, non percepivano alcun pericolo, non sentivano i rumori della guerra imminente. Allo stesso modo, almeno formalmente, i servizi di intelligence internazionali non hanno segnalato alcuna preparazione russa per un’invasione evidentemente progettata da tempo.

La guerra è scoppiata nonostante molti l’avessero negata.

Qual è la lezione da imparare?

Che siamo disattenti sulle cose più importanti. Che ci illudiamo che nulla muti, che beni preziosi, a partire dalla pace (ma pensiamo alla stessa democrazia o, soggettivamente, alla salute personale e collettiva) si conservino immutati.

Invece dipendono dalla nostra maturità personale e collettiva. Dalla capacità, e dallo sforzo, di informarci, riflettere, confrontarci, costruire momenti di scambio di opinioni.

La pace è un lavoro che tutti dobbiamo fare gratis. Perché la sua perdita è una rovina.

È Kiev sotto le bombe. Come è stata Baghdad, come è stata Kabul. Come sono state le nostre città nella Seconda guerra mondiale.

Lo sforzo di una società costituita da persone civili è non svegliarsi in guerra.

È capire prima.

Meglio molto prima…

Fulvio Ervas
Fulvio è nato nell’entroterra veneziano qualche decina di anni fa. Ha gli occhi molto azzurri e li usa davvero per guardare: ama le particelle elementari, i frutti selvatici e tutti gli animali. Si laurea in Scienze Agrarie con un’inquietante tesi sulla “Salvaguardia della mucca Burlina”. Insegna scienze naturali e nelle ore libere tre campi magnetici lo contendono: i funghi da cercare, l’orto da coltivare, le storie da raccontare. Nel 1999 ha vinto il premio Calvino ex aequo con Paola Mastrocoda. Da allora ha pubblicato moltissimi libri tra i quali “Tu non tacere”, “Follia docente”, “Nonnitudine”, gli otto che hanno per protagonista l’ispettore Stucky da cui è stato tratto il film “Finché c’è prosecco c’è speranza” interpretato da Giuseppe Battiston e “Se ti abbraccio non aver paura” che ha vinto numerosi premi ed ha ispirato, nel 2019, il film di Gabriele Salvatores “Tutto il mio folle amore”.

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