No, questa non è una guerra-lampo. Se lo fosse davvero, sarebbe solo un brutto quarto d’ora della Storia, bruciato in fretta da una cinica ma sapiente regia, che sa affidare ad ogni attore il giusto ruolo e l’inevitabile destino. Gatti prepotenti contro topi orgogliosi. Soldati di piombo contro soldati di cartapesta. Un regolamento di conti in casa slava, fra una potente dittatura e una giovane democrazia, da sfogare in un folle weekend di paura. Magari fosse stato un semplice lampo ad effetto, una scudisciata bruciante ma chirurgicamente isolata, ammonitrice e non portatrice di guai ben peggiori. Magari si fosse spenta nello spazio di un mattino di fine febbraio, dopo le prime vampate crudeli, le prime spietate distruzioni, le prime morti innocenti. Mentre scrivo queste righe, che domani potrebbero già essere superate dall’incalzare vorticoso degli eventi, l’incendio dell’Ucraina ribolle invece come lava d’un vulcano che avanza lenta e inesorabile. Che trova anche ostacoli imprevisti, che sembra fermarsi un attimo, titubare tra i propri fumi incandescenti, per poi riprendere compatta il suo corso, insinuandosi in ogni poro della pelle di un popolo fiero e disperato, incurante del sacrificio.

No, non è una guerra-lampo, la distruzione dell’Ucraina che si consuma di ora in ora sotto gli occhi increduli del mondo. A chi sopravvive rannicchiato nei tunnel della metropolitana o negli scantinati di palazzi pallidi e offesi, in una veglia assordante e febbrile, le giornate appaiono una sfibrante anticamera della speranza, le notti un’interminabile attesa della catastrofe. E’ la punizione, che già sembra mutare in agonia, di una nazione che ha osato sfidare la Storia. La Storia scritta proprio da chi non la vuole nazione, ma semplice periferia di un impero da ricostruire sui miti del passato.

Scrivo e scorro le immagini ributtanti che i giornali, di oggi e di ieri, mi sbattono davanti agli occhi a caccia di assonanze, per annunciarmi con la loro forza muta che è resuscitato il Novecento. Che un rigurgito del tempo ha fermato il futuro e riportato indietro le lancette del secolo nuovo. Chi dice al 1989 (cortina di ferro), chi addirittura al 1939 (sfida mondiale del nazismo). E non posso non riandare con la mente a soli trent’anni fa. A un’altra guerra fra slavi, più a sud dei russi e degli ucraini, in quella che si chiamava Jugoslavia. Scavo e scovo senza troppa fatica due foto perfettamente intercambiabili, sovrapponibili nella loro sfasata datazione. Una è cronaca viva del 2022, dall’Ucraina sotto assedio: si vede un tank russo che brucia a Kharkiv e a pochi metri di distanza un soldato ucraino appiattito al suolo, forse morto o forse no, con il suo bazooka a tracolla. L’altra è storia di un recente passato, il 1991: in primo piano è inquadrata la carcassa di un altro carrarmato, in dotazione alla “fu” armata popolare jugoslava (Jna), decapitato della torretta e del cannone, i cingoli disarticolati come maglie rotte di un ingigantito cinturino d’orologio, e poco distante un soldato croato che pattuglia guardingo la strada in un anonimo villaggio a pochi chilometri da Vukovar, città croata della Slavonia in riva al Danubio e al confine con la Serbia, rasa al suolo ed espugnata dopo 87 giorni di assedio. A infuriare era, allora, la guerra fra i croati indipendentisti guidati da Tudjman e i serbi federalisti, agli ordini di Milosevic. O per meglio dire: i nazionalisti di una Grande Serbia, travisata sotto le mentite spoglie della morente Jugoslavia, che rivendicava le terre abitate dai serbi in Slavonia e Krajina, formalmente della Croazia. La nuova Croazia, nazionalista fino al midollo, che li aveva retrocessi a cittadini di serie B. L’anno dopo, l’incendio separatista si estenderà alla Bosnia-Erzegovina, incatenando a un lunghissimo assedio Sarajevo e resuscitando la categoria delle dimenticate “guerre di religione”: cristiani contro musulmani, cattolici contro ortodossi, tutti contro tutti. A fine decennio l’infezione arriverà a  infiammare il Kosovo e ivi si spegnerà, dopo aver mutato per sempre la geografia e l’anima dei Balcani occidentali.

Anche Ucraina (U-Kraj), come Krajina, etimologicamente vuol dire “confine”. Anche l’Ucraina – come furono e in parte ancora sono Croazia, Bosnia-Erzegovina e Serbia – è frontiera fra Est e Ovest, è crocevia di popoli, lingue, religioni e culture, con le loro similitudini e le loro differenze, gli amalgami e i fossati. Anche le autorità di Kiev, come quelle delle tre repubbliche ex jugoslave, hanno improntato – dopo il Maidan del 2014 – la loro politica ai clichè di un severo nazionalismo, favorendo al massimo l’ucrainizzazione della società, della cultura, della storia. Cosa pensare, ad esempio, della legge approvata per “proteggere l’onore e la memoria dei combattenti per l’indipendenza dell’Ucraina nel XX secolo”? Una norma che ha riabilitato – come ci ricorda Fulvio Scaglione sull’ultimo numero di Limes dedicato ai legami fra zarismo, stalinismo e putinismo – “i militanti dell’Upa, l’Esercito insurrezionale ucraino che aveva come referente politico Stepan Bandera e che, durante la seconda guerra mondiale, prima collaborò con i nazisti (rendendosi anche colpevole di stragi ai danni di ebrei e polacchi) pensando che portassero la liberazione da Mosca, poi li combatté mentre battagliava anche contro l’Armata Rossa e contro i polacchi”?

Scaccio al momento, da me, qualsivoglia dettaglio storico, anche il più inquietante, e penso all’impari lotta in corso in un paese cruciale per tutti noi europei. Penso con angoscia al possibile destino di Kiev, ricopiato da Sarajevo, o di Odessa, splendida quanto Dubrovnik, la Ragusa balcanica patrimonio dell’umanità che rischiò, per un soffio, la distruzione. Soffro e tifo per il coraggioso popolo ucraino. Oggi è l’ora della solidarietà al più debole: viva Zelensky, abbasso Putin, senza “se” e senza “ma”. Poi verranno anche le approfondite analisi storiche, i fondamentali distinguo, i necessari bilanci degli errori degli uni e degli altri, dell’Ucraina come della Russia, dell’Europa come degli Stati Uniti, nei diversi gradi di gravità e responsabilità. Novecento, vade retro.

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Valerio Di Donato, giornalista e scrittore. Ha lavorato a lungo al "Giornale di Brescia", occupandosi di politica interna e estera approfondendo in particolare le vicende dell'area balcanica. Ha pubblicato due libri: "ISTRIANIeri. Storie di esilio", uscito nel 2006 con "Liberedizioni" di Gavardo, una serie di racconti di vita vissuta concernenti la storia degli esuli giuliano-dalmati e non solo. Nel 2021 ha esordito nel romanzo storico con "Le fiamme dei Balcani", per i tipi di "Oltre edizioni" di Sestri Levante.