Nei prossimi giorni rimarremo col fiato sospeso a seguire gli arzigogolati ragionamenti che precedono l’elezione del Presidente della Repubblica. Si tratta di un passaggio istituzionale delicato. Giova a tutti ricordare le regole che stanno alla base dell’elezione: questa volta i votanti saranno circa 1009, cioè il Parlamento al completo insieme ai 58 delegati eletti dai consigli regionali. Durante le prime tre votazioni occorre raggiungere una maggioranza qualificata di due terzi, cioè 673 voti; dalla quarta basta una maggioranza assoluta di 505 voti. Questo dice che, specie in questa tornata, NON ESISTE una maggioranza precostituita che può far pesare in anticipo i propri voti. Infatti, guardiamo agli schieramenti: sulla carta il centrosinistra allargato a tutta, ma proprio tutta quella che è considerata tradizionalmente la sinistra, insieme al M5s compatto e inclusi i 42 onorevoli di Renzi disporrebbe teoricamente di 436 voti. Aggiungendo i 25 delegati regionali dell’area della sinistra, il totale porterebbe a 461. Il condizionale è d’obbligo per ragioni varie che vedremo dopo. Il centrodestra, con analogo conteggio confida in 418 elettori, più i 32 delegati regionali di tale schieramento. Il totale fa 450.

Esiste poi l’area del gruppo misto e degli altri gruppi minori: circa un centinaio di voti indefinibili per orientamento. Questo lascia prevedere che fino alla quarta votazione, salvo colpi di scena, non avremo il Presidente. Dì lì in poi si faranno i giochi, perché a 505 voti ci si può arrivare. Rassegniamoci all’attesa: storicamente sono servite una media di 9 votazioni per avere il nome, solo Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi sono stati eletti con maggioranza dei due terzi. Ma abbandoniamo la matematica e la statistica.

Si sta facendo il solito toto presidente che, salvo eccezioni sempre in agguato, sarà smentito dalle urne: più di quanto si pensi, esistono nel Paese nomi non ancora rivelati di personalità di vaglia, abbastanza equidistanti da sbandamenti eccessivi verso un qualche partito, anche attingendo da un bacino esterno a quello dei soliti politici navigati. È infatti poco probabile, qualora si verificasse una situazione di equivalenza dei voti, che la presidenza venga affidata a un leader troppo vicino ad uno schieramento. Non è qui il caso di suggerire altri candidati competenti e conosciuti che si farebbero apprezzare per le proprie visioni moderne e, potenzialmente, per un’equilibrata conduzione dello Stato. Stando in questa prospettiva, ed incrociando le dita per scaramanzia, non dovrebbe quindi realizzarsi il sogno berlusconiano di assurgere alla massima carica dello stato, a cui lui mira esplicitamente. Diciamolo a gran voce: sarebbe un incubo per gli italiani di buon senso, un colpo di teatro grottesco assecondato dall’opportunismo delle destre. Il rischio di una caccia ai voti, vista la posta in palio, comunque è iniziata e i casi Razzi e Scilipoti segnano un angoscioso precedente. Un’altra complicazione: Forza Italia – se si trasferisse al Colle il cav. Silvio – resterebbe privata, almeno formalmente, del proprio attempato patrono. Quel partito, ad avviso di chi scrive, presenta al suo interno una certa carenza di figure forti. Situazione che potrebbe far gola ad un leader scafato come Renzi che, del resto, non è persona sgradita a Berlusconi stesso. Proprio Matteo Renzi aveva affermato al suo congresso alla Leopolda, ricordando il caso di Olaf Scholz in Germania: “Ha vinto abbandonando al suo destino la Linke (n.d.r.:la sinistra) ed andando a prendere i voti di Angela Merkel (n.d.r.: il centro)”. Dunque, se non avverrà il temuto cambio di bandiera renziano (che in questa legislatura almeno un paio di volte ha votato con l’opposizione), il suo rimane comunque un forte condizionamento. I 42 voti di Italia Viva, a questo punto preziosi, non sono gratuiti per nessuno. Dunque, se aggiunti a quelli pescati magari tra i cento voti del gruppo misto e simili, la destra pro Berlusconi avrebbe in mano la partita dalla quarta votazione: dopo l’apporto eventuale dei voti renziani le mancherebbero solo 55 voti alla maggioranza che decide per tutti. Sinceramente, questa volta bisogna confidare nella tutela rappresentata dal voto segreto dell’urna, dove gli schieramenti di facciata lasciano spazio agli interessi, ma anche alla coscienza individuale dei parlamentari. Se la storia parlamentare insegna, la tattica dei partiti a fare in anticipo il nome di un leader serve per coalizzargli contro una opposizione di fatto e quindi bruciarlo. Soltanto il nome già ventilato di Draghi potrebbe scardinare con un’autocandidatura le certezze dei più. Ma se fosse eletto cadrebbe di lì a poco il governo, con le conseguenze di un’incertezza drammatica e probabili elezioni anticipate, in un momento critico. Per una congiunzione astrale irripetibile la credibilità italiana ultimamente si è innalzata a livello internazionale, vuoi per merito dell’ex premier Giuseppe Conte, della contemporanea presenza in Consiglio Europeo di Paolo Gentiloni nel suo ruolo strategico di Commissario all’Economia. Senza omettere l’influenza positiva da parte di Mario Draghi, quand’era ancora al vertice della BCE, che ha spiegato anche alla prudente Germania la necessità di favorire l’espansione economica con una politica monetaria adeguata, accantonando impostazioni fallimentari di austerità. Misure restrittive che tanto hanno nuociuto alla Grecia, facendo traballare l’intera costruzione dell’Unione europea. Da tener a mente: il presidente della Repubblica non è una carica onorifica, dato che nomina il presidente del Consiglio dei ministri ed un terzo della Corte costituzionale. Controlla la rispondenza delle leggi al dettato costituzionale. Presiede il Consiglio della Magistratura ed il Consiglio supremo di difesa. Dunque la carica non è quella di un benevolo nonno degli italiani, bensì di primo garante della democrazia nel nostro Stato. In questa fase la gente comune non esercita un ruolo attivo nel poker istituzionale che si gioca su altri tavoli, ma potrà far pesare il proprio potere di consenso o dissenso, attraverso l’esercizio del prossimo voto politico, se si manterrà attenta e informata. A proposito vale la pena ricordare le parole dure del drammaturgo Bertold Brecht, che ci richiama tutti alla responsabilità: “l’analfabeta politico è talmente somaro che si inorgoglisce e gonfia il petto nel dire che odia la politica. Non sa, l’imbecille, che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta, il minore abbandonato, il rapinatore e il peggiore di tutti i banditi, che è il politico disonesto, il mafioso, il corrotto, i lacchè delle imprese nazionali e multinazionali”. Chi si sente offeso, mediti profondamente.

Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta e Dragan l’imperdonabile.