Nei primi tempi che venni ad abitare in campagna dalla città, confesso che ero rimasto frastornato: non era stata una scelta, o meglio era stata una scelta condizionata da circostanze familiari. Ad uno nato in città, seppure piccola, abituato a punti di riferimento precisi nelle strade, nei negozi, anche in quelli di aggregazione sociale, la campagna – a parte gli uccellini, le spighe, l’aria sana e compagnia cantando – poteva apparire come un deserto dove solo i nativi sanno orientarsi e intuire dove trovare rara compagnia per socializzare o un poco anche svagarsi, oltre che sopravvivere. Perdonatemi una certa esasperazione del concetto. Poco a poco ho imparato a scardinare il pregiudizio e ho scoperto un tessuto ambientale, ma anche sociale, fecondo: per non usare altri paroloni ci sto un bene da dio, a fare il topo di campagna.

Per primo ho riconosciuto il merito dello spazio: il senso del panorama che dal verde delle alberature, dal giallo dei campi si protende aperto fino al diadema dei monti dolomitici. Quello che nelle giornate limpide senti appartenerti, tanto è vicino. Per natura sto bene insieme alla gente, ma non disdegno, in certi momenti, andarmene solo e pensoso -a dirla col Petrarca -rigorosamente a piedi per i sentieri e soprattutto per l’argine lungo il fiume Zero. Sono cammini inusuali quelli che tracciano questa parte di Veneto, solo in parte risparmiato, come una precaria riserva indiana, dalla frenesia edilizia: qui “puoi ancora “sentire” le stagioni, veder fiorire gli iris blu a primavera, seguire il corteo di anatroccoli o delle gallinelle d’acqua guidati dalla madre, odorare il grano maturo, osservare le onde verdi dell’erba alta scossa dalla brezza; con un briciolo di fortuna puoi magari scoprire una tartaruga sul greto, caparbiamente piantata sotto il sole ma che non prenderà mai l’abbronzatura. Insomma, ritrovare tutti quegli ingredienti bucolici, solo in apparenza stereotipi romantici ma che, invece, sono proprio gradevoli constatazioni oggettive e non soltanto stimoli letterari. Ti fanno finalmente sentire un poco bestiola selvatica: allontanandoti dalle incrostazioni del vivere e dalla tecnologia a cui l’attualità ci condanna.

Dunque: fino a pochi anni fa si entrava liberamente nelle pertinenze della villa Rigamonti a Campocroce. Potevi cogliere l’alacrità di una vita contadina ancora vivace, prima che tutto fosse spazzato via: sono cambiati i proprietari. Sono stati eretti cancelli severi a precludere l’atavico passeggiare, concesso per consuetudine a tutti quanti volessero inoltrarsi in quello scampolo di territorio. Un’ illusione provvisoria, durata secoli; prima funzionava un modello che aveva valore non scritto, valido forse fin dal neolitico: a prescindere dai dati catastali, in qualche modo il proprietario non esercitava un diritto maniacale ed esclusivo di passaggio sulla sua terra, bensì veniva temperato con l’uso e per la fruizione dell’intera comunità tribale. Dopo la chiusura e lo sbarramento del fondo Rigamonti, alla comunità locale è rimasto ancora un altro unico pregevole patrimonio indiviso: gli argini del fiume Zero; si tratta della via sollevata e meravigliosa che consente, da Mogliano attraverso Campocroce, di giungere fino a Zero Branco senza soluzione di continuità: un’esperienza unica di continua scoperta.

Durante la prima ondata della pandemia era consolante scorgere intere famiglie spingersi curiose, figli e cagnolini compresi, a rinvenire il valore di questo sentiero antico, per sciogliere i propri muscoli e lo spirito, altrimenti compressi dall’odiosa segregazione. Fu un periodo di vero rinascimento naturale. Poi, le prime avvisaglie: il Consorzio Acque Risorgive, con un allegato alle abituali bollette, avvertiva che il Regio Decreto 8 maggio 1904 n. 368 “Regolamento sulle bonificazioni delle paludi e dei terreni paludosi” all’art. 134 comma e) vieta “a chi non ne ha ottenuta regolare concessione o licenza” anche “il passaggio o l’attraversamento a piedi, a cavallo o con qualunque mezzo di trasporto”. Prescindendo dal cavallo, la norma pertanto è indiscutibile: il transito non è mai consentito, se non alle persone e ai mezzi di servizio, a meno che non vi sia in atto una Concessione o Licenza che lo renda fruibile al pubblico, oppure un esproprio, nel caso il sedime sia dentro ad una proprietà privata. Sintesi: gli argini nel tratto da Mogliano verso Zero Branco non sono a disposizione del pubblico.

Molto prima, e non soltanto dal 1904, c’è stata gente che ha consumato le proprie scarpe o gli zoccoli o i piedi nudi lungo le sponde del fiume Zero: ci  è andata anche a raccogliere i carletti per farci le frittate o, magari, a farci l’amore nelle notti ispirate. Ma la legge, ancorché dormiente, colpisce quando meno te l’aspetti: proprio in questi giorni sono apparse nuove catenine di sbarramento che avvertono, col classico segnale, di non oltrepassarli. Si tratta di PROPRIETA’ PRIVATA. Le innocenti passeggiate sono da valutare ufficialmente alla stregua di reati, il fruscio delle scarpe sull’erba del sentiero come un potenziale danneggiamento della proprietà altrui.

Dunque, famiglie in cerca di aria pulita, giovani runner rassegnatevi. Rassegnatevi una cippa! Come tollerare l’art. 842 del codice civile che invece sancisce: Il proprietario di un fondo non può impedire che vi si entri per l’esercizio della caccia, a meno che il fondo sia chiuso [artt. 841, 1064 c.c.] nei modi stabiliti dalla legge sulla caccia o vi siano colture in atto suscettibili di danno [art. 923 c.c.]. Dunque le innocue famiglie e i bambini non hanno legalmente accesso all’argine del fiume, mentre i cacciatori – evidentemente considerati meno lesivi – possono scorrazzare impunibili coi loro armamenti letali. Una legge dura resta una legge, diranno i più mansueti. Ritengo invece che si debba far pressione sull’amministrazione comunale, affinché promuova degli accordi con i privati, se non è gradito ipotizzare lo strumento inviso dell’esproprio. Il bene comune non ha prezzo, il poter trascorrere del tempo fuori dal traffico e dai recinti, comunque ristretti, dei parchetti cittadini eleva la qualità della vita. Tanto più che i percorsi, solcati da tempi immemorabili, non necessitano di una onerosa manutenzione, eccetto qualche sfalcio stagionale. L’ossessione della sicurezza, il timore di violazione della proprietà privata sono dei cascami della nostra società malata che non sa più ritrovare le sue radici:. Quelle genuinamente venete non riposano soltanto nelle orribili distese di vigneti del dio Prosecco, nei quartieri sormontanti, nelle più o meno funzionali reti stradali automobilistiche, ma sono incarnate nel residuo paesaggio agreste, e di conseguenza nella sua fruibilità sociale. Ci incalzano i divieti, le telecamere, le denunce. Tutto si complica. Ma non scordiamo i guaiti di quell’animale selvatico che resiste – fortunatamente – dentro di noi, col suo diritto spontaneo di libertà. Questo essere in via d’estinzione può ritrovare almeno il succedaneo di una dimensione naturale, se non gli è concesso di più, in una passeggiata rilassante lungo il fiume. Certo molto meglio che razzolare nei corridoi, percorsi compulsivamente, di un centro commerciale aperto drammaticamente anche nei giorni festivi. Con accesso libero e gratuito.

 

 

 

 

 

  1. Caccia e pesca.

Il proprietario di un fondo non può impedire che vi si entri per l’esercizio della caccia, a meno che il fondo sia chiuso [artt. 841, 1064 c.c.] nei modi stabiliti dalla legge sulla caccia o vi siano colture in atto suscettibili di danno [art. 923 c.c.]. Egli può sempre opporsi a chi non è munito della licenza rilasciata dall’autorità.

Secondo Marx, la proprietà si afferma solo dopo la diffusione della pratica dell’agricoltura e, almeno inizialmente, si deve trattare non di un diritto individuale, bensì di una proprietà dell’intera comunità tribale, la quale, peraltro, occupa quel tanto di terra che è in grado di lavorare e che è sufficiente per consentire la conservazione e la riproduzione dei propri membri.

Di norma, nei villaggi neolitici, fatta eccezione per l’abbigliamento, gli utensili e le armi di uso personale, tutto il resto appartiene al dio tutelare ed è semplicemente amministrato dal sacerdote o dal re. Il contadino lavora la terra che il dio gli ha assegnato e si comporta in modo solidale con gli altri membri della comunità, ciascuno dei quali svolge un ruolo particolare, che è quello assegnatogli dallo stesso dio o dal suo rappresentante in terra. Essendo di proprietà di un dio, in realtà la terra non appartiene a nessun individuo particolare ma all’intera comunità che vi risiede.

Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta e Dragan l’imperdonabile.