Quando siamo piccoli, e non vogliamo vedere una cosa che non ci piace o ci spaventa, ricorriamo spesso al chiudere gli occhi, separandoci dal mondo con l’ingenua convinzione che il mondo dipenda da noi, se non vedo non esiste. Il mondo come pura costruzione di ciò che la mente accetta.

Sappiamo, crescendo, che non è così (anche se il modo con cui la mente costruisce il proprio mondo ha una sua rilevanza).

Quando guardo alle manifestazioni di piazza indicate con il temine NO-VAX o NO-GREEN PASS (termini che non mi piacciono e che non descrivono con precisione il fenomeno, perché sono ambigue rispetto alle motivazioni profonde) non sono attratto dagli slogan ma dai comportamenti. Contano i fatti.

Rispetto all’epidemia si possono avere almeno due convinzioni opposte che determinano il partito del c’è o del non c’è.

Se non c’è, ed è tutto un inganno, è naturale che tu ti assembri senza alcuna preoccupazione perché non esistendo rischio di contagio la vicinanza non è pericolosa, anzi è piacevole. E’ sempre bello trovarsi e fare comunità, tenere vivo lo spirito guerriero dell’avventura dannunziana su Fiume.

Per chi manifesta, convinto che c’è, le attenzioni dovrebbero essere assai maggiori di chi è convinto che c’è e si è, a torto o a ragione, vaccinato.  Essere convinti che c’è ed essere superficiali significa, nei fatti, agire come se non ci fosse. Una simpatica, ma pericolosa, contraddizione.

Che naturalmente viene superata, perché non tutti quelli che riconoscono che c’è, e manifestano concitatamente, sono dei pensatori modesti.

Infatti introducono una variante (le varianti ci sono sempre) alla convinzione che c’è: si tratta solo di una banale influenza. Quindi, l’assembramento tra quelli che credono che non c’è con quelli che credono che ci sia, al massimo può produrre un’influenza.  La grande comunità degli amici che condividono una manciata di simpatici virus.

Il punto è, a mio avviso, che facciamo, storicamente, fatica a fare i conti con il corpo e le sue malattie. Storicamente abbiamo vissuto le epidemie, anche quando non era nato Bill Gates, come complotti demoniaci (non eravamo noi, erano gli altri) e abbiamo reagito alla peste costruendo chiese (quelli che ci hanno guadagnato, come Amazon e Big Pharma, dell’epoca).

La specie umana è andata avanti comunque: la peste di metà del ‘300 spazza via il 30% della popolazione europea, poi c’è il Rinascimento.  Ma eravamo pochi, poco connessi, meno rapaci.

Adesso è un’altra cosa.

Le malattie, basti pensare a come affrontiamo il cancro (passato in 100 anni dall’8° causa di morte alla 2°) non ci vedono mai capaci di affrontarle come comunità umana cosciente della complessità dei processi biologici, a partire dal proprio corpo di cui nessuno ci insegna nulla e del quale, spessissimo, non sappiamo nulla.

E non siamo capaci perché non siamo educati, e nemmeno accettiamo che il mondo della biologia e della vita sia complicatissimo, pieno di incertezze (oggi frutto di una conoscenza in divenire e non dell’ignoranza), pieno di cambiamenti. Forse la Scienza ha dato un’immagine di sé come produttrice di traiettorie certe. Le scienze biologiche no.

Questa del Covid, pandemia studiatissima come mai prima, è un’occasione per comprendere più ampiamente che dobbiamo piegarci alla logica della vita: siamo esseri finiti, in un pianeta con risorse finite, in connessione con ogni forma di vita, dentro ad equilibri complessi e che agiscono su tempi lunghi.

Siamo esseri diversi, con patrimoni genetici e sistemi immunitari diversi, il che implica diverse forze e fragilità che vanno, sempre, considerate se vogliamo essere comunità (che non può essere quella del superominismo che non ha paura di niente, del bambino che chiude gli occhi).

Se avessimo questa coscienza staremmo tutti dalla stessa parte.

Fulvio è nato nell’entroterra veneziano qualche decina di anni fa. Ha gli occhi molto azzurri e li usa davvero per guardare: ama le particelle elementari, i frutti selvatici e tutti gli animali. Si laurea in Scienze Agrarie con un’inquietante tesi sulla “Salvaguardia della mucca Burlina”. Insegna scienze naturali e nelle ore libere tre campi magnetici lo contendono: i funghi da cercare, l’orto da coltivare, le storie da raccontare. Nel 1999 ha vinto il premio Calvino ex aequo con Paola Mastrocoda. Da allora ha pubblicato moltissimi libri tra i quali “Tu non tacere”, “Follia docente”, “Nonnitudine”, gli otto che hanno per protagonista l’ispettore Stucky da cui è stato tratto il film “Finché c’è prosecco c’è speranza” interpretato da Giuseppe Battiston e “Se ti abbraccio non aver paura” che ha vinto numerosi premi ed ha ispirato, nel 2019, il film di Gabriele Salvatores “Tutto il mio folle amore”.