Lo sfondo è un’estenuata mattinata autunnale, la nebbia si impossessa delle cose ingolfando l’aria e sottrae alla vista la percezione della solita realtà; anche Mogliano sparisce in sfumature imprecise e diventa un quadro dall’effetto flou: il risultato non nuoce alla realtà di un paese con un’anima urbanistica altrimenti ordinaria e talvolta violata nelle sue rare particolarità. Un corteo domenicale di auto abbandona la pianura e si rivolge a nord. Poco prima di Lentiai, come in una scena profetica prevedibile, i raggi solari filtrano a far piazza pulita del biancore umido: il cielo s’azzurra, il panorama schiarisce. Il borgo della cittadina bellunese ora si delinea in una serena armonia. Le case sono linde, proporzionate, rispettose della propria decorosa anzianità, senza eccedere in virtuosismi: case da contadini o borghesi senza spocchia. Un poco fanno invidia, per la composta bellezza che racchiudono certi borghi veneti, meno scossi dalla fregola dell’attivismo edile, commerciale, e fieri dei propri monumenti ereditati, della propria piazza ariosa, magari – come in questo caso – della parrocchiale che è uno scrigno d’arte. Un pensiero emerge spontaneo: lassù non hanno mai sofferto di un qualche complesso di inferiorità, anche nell’architettura, vanno fieri del proprio essere provinciali e conservatori. Dire conservatori qui significa tutori istintivi del proprio patrimonio naturale ed artistico. Niente a che vedere con la mentalità reazionaria. Vorrei farvi assaporare il gusto di questa escursione organizzata dal gruppo Salviamo il Paesaggio. Nella proposta di Paolo Favaro, il presidente, si sono congiunti – specie in quest’ultima occasione annuale di interpretare il territorio veneto – l’invito e lo spirito del gruppo di ambientalisti che ne sostiene le attività. Lungo l’asta del Piave si snoda il percorso che sfiora i laghetti della Rimonta. Un delizioso perdersi per un sentiero, traslati in un mondo intinto nei colori vegetali: nocciola che vira in ocra, rosso, o mescolati nel giallo impressionante di questo lembo di natura, dove gli alberi e gli arbusti contendono all’acqua risorgiva vitrea, nella sua purezza, il primato di una grazia che toglie il fiato. I prati aridi, dopo le piogge risaltano ancora verdi, promettono fioriture primaverili di rare orchidee, insieme a piante della steppa. Alberto Zanaboni fa filtrare con modestia la propria notevole sapienza botanica. La bellezza, si sa, è un concetto complicato, a volte sconfina nel sublime, più spesso si coniuga all’arte, o ad un senso artistico che tutti abbiamo dentro a modo nostro. E qui, come se fossimo dei minuscoli lillipuziani, o gnomi del bosco restituiti da una qualche favola, ogni tanto veniamo sorpresi dalle opere d’arte disseminate lungo il percorso: sono i giganteschi cervi volanti o la libellula, è la ragnatela immensa che si appende tra due abeti col suo ragno, è il violoncello che accenna ad un concerto dove le note divengono farfalle. Le installazioni garbate uniscono al piacere naturale del percorso la sorpresa quasi infantile di un’arte semplice. Il tourbillon di Vaia ha lasciato i propri segni anche qui. Ma artisti sconosciuti hanno trasformato i tronchi, crollati, in un’occasione di stupore: ora qui hanno scolpito delle maschere, più oltre dei fiori, da qualche parte puoi persino scorgere che si arrampica uno gnomo…

Giungiamo alla chiesetta di Bardies: l’ingenua arte locale lascia il passo al gusto prezioso degli affreschi; qui il cinquecento non ha prodotto le sontuosità veneziane, ma un’arte essenziale con la quale frescanti come Giovanni e Marco da Mel o Cesare Vecellio infondevano la pietà religiosa, attraverso la rappresentazione della vita e i miracoli straordinari del santo Antonio abate, capace di resuscitare un assassinato e spaventare il drago, guarire gli indemoniati e molto di più. Flavia Cabrio sa, nella sua lunga pratica di restauratrice, dove richiamare l’attenzione. Ma la giornata offre ancora molto, in un crescendo di suggestioni. Ci dirigiamo a Colderù: nella sua semplicità scenografica, l’oratorio di san Giacomo domina la valle. Concede un panorama incredibile sull’arco strepitoso delle vette feltrine, ora violacee ora bianche, che sovrastano a nord la Val Belluna. La chiave preziosa conservata dall’oste ci apre alla bellezza della minuscola chiesa: ci accoglie uno stupefacente, inatteso ciclo di altri affreschi. Provoca un tuffo al cuore da nostrana sindrome di Stendhal, con le storie mirabolanti del santo Giacomo Maggiore: sì, proprio quello per cui molti si smazzano a piedi, passo dopo passo, ottocento chilometri da Roncisvalle per la mèta dell’anima, Santiago de Compostela. Le scene rappresentate sui muri a calce, ora talvolta usurate dal tempo che conferisce loro – per una specie di compensazione – ancora più mistero, sono citazioni visive da quel best-seller antico che fu la Legenda Aurea di Jacopo da Varagine: tradotte per un popolo curioso, ma desolatamente analfabeta.  Per chi, dei circa cinquanta escursionisti del gruppo, aveva ancora spazio nell’anima per un’altra dose massiccia di bellezza, l’escursione si è conclusa alla Parrocchiale di Lentiai. Lascio immaginare al lettore il crescendo di meraviglie per le opere racchiuse: dall’incomparabile crocifisso ligneo seicentesco di Francesco Terilli, alle opere dei Vecellio, a Palma il Giovane, per finire con gli occhi al cielo, puntati al prezioso soffitto a cassettoni istoriato. Tanta magnificenza deriva da un progetto dell’architetto Sebastiano Serlio per la libreria del Doge Andrea Gritti in Palazzo Ducale a Venezia.

Una volta a casa confermo la riflessione, l’aspirazione a cui tende il nostro gruppo moglianese di Salviamo il Paesaggio: suggerire amore per ciò che è in Natura, ma anche come espressione di un percorso storico virtuoso dell’umanità che aspira alla bellezza, di cui l’arte ne è prova; è una ricetta onesta, per donne e uomini sensibili senza smania di possesso, golosi di contemplare lo spettacolo del Mondo soltanto da spettatori, o piccoli custodi intrisi di passione.

 

Roberto Masiero
Roberto Masiero è nato da genitori veneti e cresciuto a Bolzano, in anni in cui era forte la tensione tra popolazioni di diversa estrazione linguistica. Risiede nel trevigiano e nel corso della sua vita ha coltivato una vera avversione per ogni forma di pregiudizio. Tra le sue principali pubblicazioni: la raccolta di racconti Una notte di niente, i romanzi Mistero animato, La strana distanza dei nostri abbracci, L’illusione che non basta, Dragan l’imperdonabile e Il mite caprone rosso. Vita breve di norbert c.kaser.

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