Un gruppo di manifestanti diretti alla COP26, tra cui artisti e anziani, è stato bloccato dalla polizia per svariate ore, costringendo gli organizzatori a costruire una latrina con bandiere, cartelloni e altro materiale di fortuna in quanto a nessuno è stato permesso di uscire dal perimetro. Questo è solo uno dei mille inaspettati episodi di intimidazione subìti dalla società civile durante la COP26.

L’abbiamo visto piangere il Presidente della COP26 di Glasgow, Alok Sharma, mentre presentava i gli accordi mondiali sul clima; ma non erano lacrime di gioia.
La COP26, il negoziato internazionale che avrebbe dovuto unire il mondo per salvarci dall’emergenza climatica, è semplicemente fallita.
Dopo numerose bordate al testo da parte di Stati in via di sviluppo (sul tema dei combustibili fossili) e da quelli già “avanzati” (sul tema dei risarcimenti alle vittime della crisi ambientale) l’accordo raggiunto alla fine dalle 197 nazioni del mondo è così tanto limitato e annacquato rispetto alla già insufficiente versione originale, che l’unico lato positivo che politici e istituzioni sono riusciti a trovare è che “abbiamo fatto un piccolo passo nella giusta direzione”.
Ci sono stati anche obiettivi aggiuntivi e trattati ambiziosi, firmati però da poche nazioni poco rilevanti (come la Danimarca sullo stop agli investimenti sul fossile estero), poco credibili (come il Brasile sull’ennesimo impegno contro la deforestazione), o addirittura poco serie (come l’Italia che nell’accordo per lo stop alle nuove trivelle sul suolo nazionale ha inventato il ruolo di “friend” per firmare senza prendersi la responsabilità di rispettare gli impegni presi).

Politici già con la testa da un’altra parte, diplomatici in lacrime e lobbisti con la coscienza sporca, tutti stanno ormai tornando a casa con i loro jet privati; e la società civile rimane attonita, battendo le palpebre nella speranza di svegliarsi dall’incubo.
Perché la prossima COP, la COP27, sarà in Egitto (e la COP28 in Arabia Saudita), dove per ovvie ragioni politiche sarà più difficile assistere ai negoziati, organizzare eventi paralleli in zona o semplicemente manifestare la propria preoccupazione nelle vicinanze dei negoziati.
E soprattutto perché queste difficoltà sono inaspettatamente emerse con forza anche nella civile e tranquilla Glasgow.
Cosa è successo e perché deve farci paura quanto il fallimento dei negoziati stessi?

Secondo le regole dell’ONU, i membri di ONG e grandi associazioni indipendenti devono poter assistere ai dialoghi tra politici, diplomatici e lobbisti per “sorvegliarli” per conto della società civile e riportare ad essa dettagli giudicati importanti o gravi.
La COP26 è stato il primo evento dell’ONU in cui questo regolamento è stato violato: usando come scusante le regole anti-covid (quando, come tutte le COP, l’intero negoziato è stato una ressa dall’inizio alla fine), il personale ha reso impossibile agli osservatori della società civile svolgere il loro ruolo, permettendo di fatto che politica ed interessi economici stringessero accordi informali senza testimoni.
E’ successo qualcosa di simile anche con scienziati ed esperti, chiamati in migliaia ad assistere e spronare i decisori della COP26 in ogni momento, ma spesso bloccati per ore in file chilometriche per il controllo della temperatura.
Ma soprattutto, la sorpresa è stata l’inaspettata intimidazione delle forze dell’ordine nei confronti dei manifestanti, durante tutta la durata dei negoziati.
Addestrati nei mesi precedenti a tattiche speciali “anti-rivolta”, e presenti in numeri impressionanti rispetto alle COP precedenti, gli agenti avevano il compito di assicurare, per il mantenimento dell’ordine durante le tante manifestazioni e azioni dirette che si sono succedute da parte di attivisti provenienti da tutto il mondo, un servizio “accogliente, cordiale e proporzionato”: termini che si sono rivelati ironici quando la polizia ha iniziato a causare molti più disagi di quelli che aveva promesso di prevenire.

Kat Hobbs, della Rete per il monitoraggio della polizia, ha dichiarato: “La polizia scozzese sembra aver adottato un approccio “di sovrannumero” per controllare le proteste della Cop26, e con così tanti agenti con così poco da fare, siamo sempre inondati di segnalazioni di intimidazioni, molestie e aggressività da parte della polizia:”

– Un uomo è stato minacciato di arresto per aver srotolato uno striscione in una stazione ferroviaria;
– A un attivista che operava in qualità di collegamento con la polizia è stata data una pettorina blu identificativa, ma in seguito la stessa è stata confiscata da un agente che lo ha minacciato di arresto per aver impersonato un poliziotto;
– L’organizzatore di un campeggio per attivisti è stato minacciato di arresto per “abbandono di minori” dopo che un ufficiale ha visto delle famiglie chiedergli informazioni;
– Nello stesso luogo, furgoni della polizia sono passati suonando il clacson e accendendo un riflettore nelle prime ore del mattino, con l’apparente intenzione di disturbare il sonno;

–  Un attivista esasperato è stato ridotto in lacrime da tre agenti che l’hanno seguito in bagno;

– Gli occupanti di alloggi di emergenza per attivisti hanno segnalato la polizia metropolitana e le forze gallesi di aver tentato di irrompere nel sito con i manganelli nel cuore della notte;
– Attivisti di XR (movimento ecologista con tattiche ispirate a Gandhi) hanno segnalato di essere stati regolarmente seguiti e molestati dalla polizia sin dal loro arrivo a Glasgow;
– Durante una protesta contro il greenwashing, è successo quello che vedete in alto nella didascalia dell’articolo;
– Durante una marcia partecipata da 100.000 persone attraverso il centro di Glasgow, gli organizzatori hanno segnalato una polizia sempre più interventista man mano che la marcia procedeva, dividendo blocchi di marcia prestabiliti senza offrire una ragione, fermando una parte dei manifestanti per aumentare le tensioni, e molestando gli anziani indigeni che seguivano con più lentezza il corteo.
Questi e altri mille piccoli incidenti si sono sommati nel creare un’atmosfera di paura e repressione, e hanno avuto un effetto raggelante sul diritto di libera espressione.

Queste informazioni, purtroppo quasi ignorate dai media nostrani, fanno sorgere degli interrogativi molto seri sul rapporto tra le istituzioni e i cittadini che partecipano attivamente ai temi su cui si gioca il futuro della nostra società.
E sono domande che ormai siamo costretti a farci, se vogliamo trovare una via d’uscita dal disastro climatico che si preannuncia se il solito andazzo economico rimane inalterato.

Se la politica internazionale fallisce e gli Stati continuano a gareggiare invece di collaborare, se i settori inquinanti intercettano i soldi della ripresa post-covid con azioni di lobbyng, e se i nostri rappresentanti ci temono tanto da tentare di soffocare il nostro diritto alla partecipazione politica, noi cosa possiamo fare?

Ho trovato una citazione di Edmund Burke che forse può aiutarci: La sola cosa necessaria perché il male trionfi è che gli uomini buoni non facciano abbastanza.

Finora la maggioranza di noi ha osservato gli eventi con distacco, tentando di alleviare la preoccupazione per un sistema insostenibile dedicando una parte del tempo e delle energie residui dal solito tran tran a piccole scelte di sostenibilità.
Questo è giusto e sacrosanto, ma se vogliamo fermare la distruttiva e innaturale determinazione di chi ha attualmente il potere, non deve bastarci più.
Per fare in modo che le nostre scelte ecologiche individuali non siano vanificate dall’inazione delle istituzioni, noi cittadini abbiamo la possibilità (se non il dovere, nei confronti dei nostri figli, dei nostri cari più fragili e di noi stessi) di cominciare a fare maggiore pressione sulla politica e sulle aziende, attraverso l’attivismo e il volontariato ambientale: passando “dal nostro piccolo al nostro grande.”

E se siamo già impegnati, dobbiamo aumentare gli sforzi.

Ecco una raccolta di tattiche e testimonianze, una raccolta di ingegno e creatività adoperati negli anni da diverse generazioni in ogni parte del mondo, possono aiutare ciascuno di noi a pianificare qualcosa di nuovo e di più decisivo che mai.

Perché il pericolo si avvicina, e se non scriveremo la storia di oggi con il nostro sudore, la storia di domani sarà scritta con il sangue dei nostri figli.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here