6 December, 2021
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L’immaginifico roseto di Pier Franco Uliana

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Sorprendente. Lo strenuo lavoro poetico e critico di Pier Franco Uliana non finisce mai di stupire e si arricchisce di due nuove pubblicazioni. Due gioielli.

Con “Corrispondenze dal roseto boreale”, qudu editore, Pier Franco Uliana si è aggiudicato il premio internazionale di poesia “Renato Giorgi”, giunto alla sua ventisettesima edizione, promosso dal circolo culturale “Le voci della luna” e sostenuto dalla Città di Sasso Marconi (va ricordato che Uliana ha un nutrito palmares di riconoscimenti, dal premio “Noventa-Pascutto” al premio “Pascoli”, dal premio speciale “Dino Campana” al premio “Salva la lingua”).

Il luogo simbolico di questa raccolta, il roseto boreale, è fatto di corrispondenze (nella doppia accezione di repechage, quasi un dialogo epistolare, e di simbiosi stilistica) con le grandi, nobili voci della poesia, un lungo peregrinare tra dipinti e versi remoti e tra dipinti e versi a noi prossimi, da Simone Martini a Jackson Pollock, da Dante a Leopardi fino a Giorgio Caproni e Andrea Zanzotto (l’elenco è fitto e affascinante), con l’intendimento di riesumarne un lampo della loro poetica. Un esercizio, per così dire, che presume non solo un deposito culturale di prim’ordine ma anche una rara capacità di transfert per infilarsi nei panni altrui. Scrive ad un certo punto nella sua introduzione l’artista-poeta Ivan Crico: “Leggendo queste poesie mi ritornavano spesso in mente alcuni versi di Sandro Penna… Ero una volta Hölderlin… Rimbaud… L’arte ci permette – e non è solo illusione credo, spero – di far parte della vita di persone da cui ci dividono distanze abissali. In forme di immedesimazione così potenti e vive mai concesse con chi condivide con noi l’incendio del presente”.

Quasi contemporaneamente Uliana ha dato alle stampe, per De Bastiani editore, la preziosa silloge “14 sonetti a Treviso e una canzone” (due poeti trevigiani del XIV sec.), con versione trevisana a fronte e glossario. Trattasi di Nicolò de’ Rossi e di Auliverius de Robegano (cui è attribuita la Canzone di Auliver), entrambi vissuti in Treviso nella prima metà del XIV sec. È una plaquette impressionante per due motivi: leggendo sia i sonetti derossiani sia la canzone di Auliverius de Robegano, all’interno di una mescolanza di stili, si riscontrano “inconfondibili tratti di volgare veneto”, dal trevisano rustico, al padovano, veneziano e bellunese, che ancora oggi ci risultano familiari. Ma soprattutto, è lampante “l’attualità” (inferenza redazionale) del De Rossi quando, accanto ai versi amorosi, imbastisce nelle sue parti politico-civili, debitamente scandite, un atto d’accusa nei confronti della città di Treviso, deplorando il suo lo stato di decadenza, dilaniata com’era “da discordie intestine e minacciata dall’espansionismo scaligero”.

Quando la poesia si fa storia.

A Mogliano, i due libri sono in vendita presso la libreria Mondadori, in via Costante Gris.