C’è una cosa che ho sempre capito poco, ossia i tempi di diffusione dello studio della lingua spagnola qui in Italia. Eppure, non è certo da ieri che lo spagnolo è una delle lingue più parlate nel mondo. Fatto sta che solo nella prima decade del nuovo millennio il suo studio si è affermato nella scuola secondaria di primo e secondo grado: prima si può dire che alle medie sostanzialmente non esisteva, mentre alle superiori solo i licei linguistici, i turistici e pochi altri percorsi sperimentali lo annoveravano nel loro curriculum. A cosa è dovuta quindi questa inversione di rotta che ha portato lo spagnolo ad essere la terza lingua straniera più studiata in Italia dopo l’inglese, il francese (sul quale sta rimontando) e prima del tedesco?

Onestamente non ho una risposta pronta a questa domanda anche se suppongo che una facile motivazione risieda nell’apparente somiglianza che italiano e spagnolo presentano, oltre che nel fatto che una conversazione non troppo rapida può essere sufficientemente compresa da ambo le parti. Azzardando un po’, direi che italiano e spagnolo sono effettivamente le due lingue romanze più affini e che un italiano che studi lo spagnolo, o viceversa, inizierà il suo percorso da un livello A1 del QCER ma molto ragionevolmente transiterà velocemente all’A2. Tuttavia, questa affinità trae spesso in inganno: imparare bene l’italiano per uno spagnolo e viceversa può essere molto più difficile, a mio modo di vedere, di quanto non sia per un italiano imparare una lingua di diversa famiglia. Mi spiego: chiaramente studiandolo a dovere lo spagnolo si può imparare ed anche benissimo, ma se lo si studia superficialmente il rischio è quello di incorrere in erronei calchi linguistici che, se non corretti, danno luogo ad errori grammaticali o lessicali importanti (sono andato = soy ido, o he ido = ho andato, piuttosto che i moltissimi “falsi amici” come burro = asino, mantequilla = burro). Un’altra lingua di diversa famiglia invece deve essere ovviamente studiata da zero ma ha molte meno somiglianze e perciò, ragionevolmente, l’interferenza con l’italiano sarà praticamente inesistente perché si sa che la lingua è diversa e comunque non vi sono evidenti somiglianze nei verbi, nei sostantivi, nella struttura della frase.

Concludo quindi dicendo che lo spagnolo ha molte possibilità di crescere ancora come lingua straniera studiata in Italia, purché tutte le componenti che lo insegnano ne valorizzino l’alto valore di lingua sì affine ma diversa, che deve essere studiata molto approfonditamente e senza pensare che una esse alla fine della parola possa formare tutti i plurali o che un accento simile a quello delle telenovelas sudamericane sia sufficiente per parlarlo fluentemente. Rimarco infine una caratteristica dello spagnolo che l’italiano pare avere ormai smarrito, ossia la traduzione o la traslitterazione di moltissime parole straniere nella propria lingua o secondo il proprio alfabeto (ad es. baseball = béisbol, cocktail = cóctel); la nostra lingua invece ha incorporato ed incorpora tuttora, senza grossi filtri, parole straniere a bizzeffe, soprattutto anglicismi, nonostante possegga molto spesso termini anche molto belli ed evocativi per definire gli stessi concetti (ad es. fine settimana = weekend, moda = fashion).

Federico Faggian
Nato a Treviso il 02-06-1981. Laureato in Lingue a Ca’ Foscari, specializzato alla SSIS Veneto. Insegnante di spagnolo in una scuola superiore di Treviso. E’ stato presidente del quartiere Ovest-Ghetto e collaboratore de L’Eco di Mogliano; è consigliere di un’importante realtà associativa locale, il CRCS Ovest-Ghetto. Impegnato da molti anni in città nel mondo dello sport, dell’associazionismo volontario e della cultura.

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