27 October, 2021
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CAV TELEFONO ROSA

Viaggio dentro le voci dal silenzio

CAV non sta per “Cavaliere”: magari! È esattamente il suo contrario. CAV è l’acronimo di “Centro Antiviolenza, Telefono Rosa”. Dalle nostre parti è a Treviso, nei pressi della Stazione Ferroviaria. Il Centro è nato per denunciare e proteggere le donne dalla violenza degli uomini. Che violenza? Di tutti i tipi (il Centro ne ha stilato un triste elenco): fisica, psicologica, sessuale, economica, familiare, persecutoria (stalking), perfino assistita, che possono sfociare, come le cronache ci informano quotidianamente, in omicidi. È un fenomeno circoscritto? No, è una violenza che attraversa la storia della relazione uomo-donna (una lunga, lunga storia…) e che popola la geografia di tutto il mondo.

Visito per la prima volta il Centro di Treviso (ma nel Veneto ce ne sono ben altri 16) invitato e accolto da due donne di grande cultura e umana professionalità: Daniela Zambon, che l’ha fondato nel 1991 e ne è la Presidente, e Cinzia Mion, Vicepresidente e autorevole Formatrice. Ce l’hanno messa tutta per renderla accogliente e luminosa, perché qui dentro arrivano donne con storie da brividi, oscure, che abbisognano anzitutto di trovare nella luce gesti di ascolto e rassicurazione. Quante ne hanno raccolte di storie in questi anni! (un piccolo campionario è presente nel libro pubblicato nel 2019 “Voci dal silenzio. Sei storie di donne”, Giavedoni editore: da leggere fino in fondo). C’è la storia del bambino Michele che non riesce a trattenere la pipì e alla fine svela alle maestre i pestaggi periodici che la mamma subisce dal papà, costretta a mascherarsi con il fondotinta per nascondere i lividi; c’è la moglie del “dottor”, rispettabile professionista nella società, orco manesco fra le quattro mura domestiche; c’è Annamaria, picchiata prima dal marito e poi offesa anche dal figlio, che trova il sussulto del riscatto assistendo per la prima volta a una rappresentazione teatrale… e così via, di raccapriccio in raccapriccio, con tante altre storie che hanno fatto il loro ingresso fra queste mura ospitali: molte donne ce l’hanno fatta a risollevarsi, qualche altra no, rimanendo prigioniera della sofferenza.

Conversiamo con inquieto realismo. Cinzia, che ben conosce le profondità di queste sofferte testimonianze, ribadisce che questi Centri sono un’ancora contro la violenza dell’uomo (vuol dire che sono una nostra diretta conseguenza). Lo so, è così. È l’uomo con il suo groviglio pieno di fantasmi (infantilismo, smisurato ego, desertificazione dell’anima, frustrazioni, povertà culturale, fumi alcolici, ecc. ecc.) a infierire con zampe selvatiche sul corpo e nell’anima delle donne. Mille sono le cause scatenanti, ma al principio di tutto c’è sempre il demone del possesso, radice dell’arbitrario potere dell’uomo, negazione del diritto di libertà della donna: libertà di relazione, libertà di scelta, libertà di vita.

Che fare, dunque? Come scuotere questo secolare “male oscuro” che alberga nell’uomo e che da secoli umilia e uccide le donne? Si sa, le grandi trasformazioni antropologiche sono terribilmente complesse ed esigono tempi che vanno assai oltre le nostre vite. Ma non avvengono mai per automatismi, reclamano una lunga e consapevole marcia verso una nuova cultura. Daniela e Cinzia mi fanno presente che a livello nazionale è stato creato un sito dedicato al “Cambiamento maschile” e che già esistono Centri in tutta Italia che si sono attivati per intercettare e trasformare uomini in preda a questo male oscuro. Ne esiste già uno a Montebelluna. Sarebbe importante avviarne uno anche a Treviso (magari con il contributo di qualche moglianese) per coltivare un progetto che aiuti a ritrovare la bellezza di relazioni sane e leggere in una dimensione di amorevole rispetto.

Il dibattito è aperto.