29 September, 2021
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L’AFGHANISTAN CHE ABBIAMO DENTRO

A volte è bene che le parole manchino: per rispetto. Capita anche nelle situazioni in cui dicono già tutto le emozioni e le lacrime, come ai matrimoni, per usare uno stereotipo

foto scattata sulla terrazza dell’Hotel Excelsior del Lido, in occasione della premiazione cinematografica a Soheila Mohebi per la regia di un documentario. Con lei il marito Razi Mohebi, regista.

A volte è bene che le parole manchino: per rispetto. Capita anche nelle situazioni in cui dicono già tutto le emozioni e le lacrime, come ai matrimoni, per usare uno stereotipo in positivo. Oppure mancano per un vuoto pneumatico, come in procinto di un esame che appare insuperabile, o perché non si possiedono abbastanza argomenti. In questi giorni le parole sono improvvisamente mancate anche a me che spesso ne faccio uso abbondante, almeno per scrivere.

Mi è parsa troppo grande la sventura dell’Afghanistan, inattesa e personalmente toccante: non osavo parlarne pubblicamente. Mettendo il mio io davanti a frasi di circostanza, mi pareva quasi di violare la sacralità di un silenzio dovuto e, forse, speculare con l’enfasi dell’attualità sopra la tragedia: eppure gli argomenti li ho, dentro, per motivi anche strettamente personali. Ora ho scelto di palesarli, perché in fondo reputo più utile farne condivisione di testimonianza con la comunità, invece che custodirli in una sorta di sterile memoria privata. Sono rimasto basito per come la Storia, le conquiste sociali, tutto può riavvitarsi su se stesso e disperdere il patrimonio di conquiste accumulato dopo tante sofferenze.

Nella nostra placida sicurezza diamo per scontato che tutto ciò che ci circonda, di buono come le leggi democratiche, lo stato sociale o il benessere, siano intangibili. Invece è ricorrente nei secoli che in un lampo si distrugga perfino il segno di una civiltà nobile, proprio come è accaduto ai giganti di pietra di Bamiyan, le statue di Budda che erano a proteggere da millecinquecento anni la valle sulla via della Seta: il 12 marzo 2001 erano state mandate in frantumi a colpi di cannone e mine proprio dai Talebani, assurti una prima volta al potere. Può esserci un paragone più dolorosamente efficace, un monito più potente anche per noi, utile a sollecitarci a presidiare con meno tiepidezza le nostre libertà? Solo quattro anni fa ho scritto un romanzo che parla proprio di una ragazza hazara, Zakia, un’artista afghana approdata nel nostro paese per sfuggire alla stoltezza di un’ideologia perversa. Non si tratta di una storia di pura fantasia, almeno non completamente: ciò che non è vero è verosimile.

Basir Ahang e Amin wahidi

Per comporla, ho attinto anche dalle spine dell’esperienza udita nei racconti, fin troppo veri, dei miei amici afghani: Razi e Soheila Mohebi, Basir Ahang, Amin Wahidi. Se cercate i loro nomi nella rete del web, scoprirete che si tratta di attori, di registi di pregio. Ecco: il romanzo non parla di persone arrivate senza scarpe, ignoranti, bisognose di tutto, che la becera propaganda dei no-immigrati stigmatizza. Trova radice tra gli intellettuali che umilmente hanno dovuto reimpostare in Italia la propria vita, ripartendo da zero e arricchiscono la nostra nazione col loro sapere e la sensibilità raffinata. È gente che ha rischiato, non solo per modo di dire, la vita: basta consultarne la biografia. Ha pagato e paga un prezzo inimmaginabile, per aver creduto caparbiamente in un’idea di diritto: non fosse altro che quello – per noi addirittura buffo per quanto è normale – di poter ascoltare liberamente la musica dalla radio e magari di cantare, di ridere a viso aperto per strada, di far studiare le donne e lasciar emergere la loro intelligenza. Sono solo alcuni esempi per accennare ad una situazione infinitamente complessa: anche gli occhi a mandorla di questi amici hanno contribuito in Afghanistan a innalzare il loro rischio di morte.

Gli hazara sono sciiti in un paese sunnita. Islamici tra islamici, sono considerati incompatibili alla stregua di nemici da eliminare. Nella guerra afghana, che dura ininterrottamente da oltre quarant’anni, c’è una guerra dentro ad un’altra guerra, dove le alleanze si formano continuamente e si disgregano. Le numerose etnie sono istigate all’inimicizia reciproca al servizio dei signori della guerra. Soprattutto gli hazara – figli di una popolazione pacifica e aperta – hanno subito uno stillicidio continuo di omicidi di massa, anche nei periodi ritenuti più tranquilli: i loro occhi a mandorla di derivazione mongola equivalgono a un’autodenuncia, là dove l’intolleranza è legge e gli uomini sono più fieri del proprio Kalashnikov che del proprio sesso. Cito questi amici per dar spessore alla realtà, piuttosto che evocare le riprese televisive, a noi così affettivamente lontane. Uso i loro nomi, in chiaro, come emblema di quanti vivono ancora in Afghanistan, ed in onore a quanti hanno rifiutato l’omologazione nell’ideologia, ancora una volta pretestuosamente religiosa: là dove la forma di Dio si corrompe tra gli interessi umani, essa assume contorni spesso spietati, esiziali. La storia della Chiesa, ben inteso di qualsiasi chiesa su questa Terra, è lastricata di buoni precetti che talvolta i potenti rendono affilati come lame di coltello. Adesso gli eserciti occidentali hanno abbandonato a se stesso un paese mai pacificato: i miliardi di dollari e le armi sofisticate si sono dissolte. Per quanto possiamo, aiutiamo gli afghani a rendere meno disperata la disillusione sul futuro. Ne vale la pena: ascoltate la voce poetica di Razi e Soheila, ci sussurrano parole sagge come quelle racchiuse nelle fiabe, e mai comprese:

“A volte uno non si cura dei passeri e non sente quello che hanno da dire. A volte non si cura di sentire il suono di flauto del pastore e non distingue le voci delle pecore e degli agnelli e non si capisce cosa vogliono dire e poi arriva anche la volta in cui non sente più i sospiri e i gemiti delle altre persone. L’esperienza della massimizzazione, sempre al suo apice, è possibile solo per l’uomo in guerra.” “Guerra significa massimizzare tutto.”