29 September, 2021
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Le foglie e noi.

Fulvio Ervas domanda: il posto che ci siamo conquistati nel mondo ci farà rimanere qui?

foto di Mariacristina Stella

All’indomani della bufera del 16 agosto, un formicaio di umani si è ritrovato a rimuovere dai propri giardini i frammenti di quel mondo vegetale che teniamo per compagnia o per mero compiacimento estetico.
Anche le poche siepi, rimaste a dividere un ettaro di mais da un altro ettaro di mais da un altro ettaro di mais, sono state ferite.
Qualche articolista locale ha sottolineato che gli alberi lungo i viali o nelle stesse abitazioni possono essere molto pericolosi.
Come non dargli ragione! Lunedì notte abbiamo assistito ad una rappresaglia terroristica del mondo vegetale con lo scopo di spaventarci e di spezzare le reni a pensionati, casalinghe e a tutti coloro che si sono adoperati per sgomberare le proprietà da rami e foglie.
Io guardavo, quel martedì mattina, proprio al tappeto di foglie e mi dispiaceva quello spreco di una meravigliosa “invenzione” del processo evolutivo: quei convertitori di energia solare in energia chimica.
L’architrave su cui si fonda la rete della vita.
La gran parte della nostra specie ha sistematicamente perso quasi quel rapporto empatico con il mondo dei fotosintetizzatori. Forse siamo troppo poco francescani o forse dipende dall’euforia dei voli spaziali, dall’invenzione della bomba atomica, dalla sintesi dei polimeri, da San Remo o da Amazon.
Dipende da moltissimi fattori intrecciati nella nostra storia che ci hanno portato a un delirio di onnipotenza.
La specie umana si è perfezionata nella deforestazione sin dall’origine dei grandi imperi (basti pensare alla storia di Roma). Persino nella Divina Commedia dantesca il percorso del poeta inizia da una “selva oscura” ( che la diritta via è smarrita) dalla quale non sappiamo come il poeta ne esca, sappiamo solo che si troverà in una “piaggia deserta” e poi in una “selva antica”, cioè in una selva oscura depurata dei suoi caratteri naturali, diventata un parco sottoposto alla legge umana e, al di sopra, divina.
Forse è stato l’Umanesimo, come sostiene Robert Pogue Harrison, a forgiare definitivamente l’idea di come stare nel mondo: “ Ciò che distingue l’età dell’uomo da tutte le epoche precedenti è l’ideologia umanistica che accompagna il potenziamento dei suoi mezzi e della sua ambizione. Mai prima di allora un’ideologia aveva separato in modo così netto la specie umana da quelle animali, considerando l’intera terra come patrimonio naturale della prima” (Foreste, l’ombra della civiltà).
Così, oggi, non solo deforestiamo per estrarre risorse dalle ultime foreste, bruciamo interi territori e quando non bruciamo lasciamo che i venti furiosi, che noi stessi abbiamo pazientemente aizzato in decenni di alterazione delle dinamiche climatiche, scompaginino boschi e giardini.

C’è, accanto agli indifferenti per le sorti del pianeta, una porzione di specie umana che, sinceramente, vorrebbe operare per salvare il pianeta. C’è, probabilmente, la visione che esista un fuori di noi, la natura da un lato ( l’ambiente) e la nostra società. Chi abita il pianeta Terra è dentro, né è parte. La natura siamo anche noi, animali a sangue caldo. Una malattia del sistema, sembrerebbe.
Il pianeta non ha bisogno di essere salvato. Come stiamo assistendo, si formeranno altri equilibri nelle dinamiche termiche e nella circolazione degli aeriformi. Il pianeta è sopravvissuto alla scomparsa dei dinosauri, specie con una ben più lunga esperienza biologica della nostra, giovanissima, specie.
Il tema vero è: il posto che ci siamo conquistati nel mondo ci farà rimanere qui?
O dovremmo diventare tutti ricchi e seguire Elon Musk nello spazio?