29 September, 2021
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La sostanza dell’educazione

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In montagna, in uno di questi giorni d’agosto, ho visto un giovane padre (alto, perché i giovani nuovi padri sono tutti alti) passeggiare col suo figliolo. Con la mano sinistra teneva il bambino (avrà avuto tre o quattro anni) e con la destra componeva un numero sulla tastiera del cellulare. Il bambino roteando il collo verso l’alto, parlava e chiedeva tante cose al papà. Ma dal padre nessuna risposta, nessuna interlocuzione, la sua muta attenzione era tutta rivolta al cellulare.

Racconto questo aneddoto perché rivela la sostanza dell’educazione.

Educare è molto semplice e non ammette scorciatoie: o si è presenti e si dimostra attenzione per quello che un figlio chiede, esprime, scopre, rispondendo o interloquendo con nuove domande (e allora si educa) o si è assenti (e allora non si educa).

Educare significa assumersi la responsabilità della relazione, decisiva soprattutto nella prima età, quando il bambino si forma un’immagine del mondo e deve farsi un’idea di ciò che è bello e di ciò che è brutto, di ciò che è bene e di ciò che è male.

Se un genitore è assente (affidando ad altri la formazione del proprio figlio) o un insegnante svicola (facendosi sostituire da una risma quotidiana di schede con test e domande a scelta multipla) si approda inevitabilmente al fallimento dell’educazione.

L’ammanco educativo instilla precarietà e senso di inadeguatezza nei giovani cuccioli, perché non c’è crescita senza la forza della relazione e dell’affettività.

Con una bella immagine Italo Calvino definì l’educazione una fetta di pane per dare una base solida alla marmellata, perché senza quella fetta si rischia di rimanere invischiati per tutta la vita nelle spirali appiccicose e volubili della confettura.

Educare significa dunque esserci, semplicemente esserci, per donare ai figli una solida fetta di pane con cui affrontare la vita. Ma forse oggi siamo troppo distratti dagli impulsi dell’avere, assai spesso prigionieri di un pidocchioso io mai fattosi adulto.